Dossier Darfur. Come la propaganda prepara una nuova “guerra umanitaria”
11 Ott 2006 11:25
di Claudio Moffa - 9 ottobre 2006
Curioso: un servizio del TG 2 dei giorni scorsi (per l’esattezza, 7 ottobre ore 20,30) ha rivelato che nel campo di Geneina-Darfur, il locale rappresentante delle Nazioni Unite aveva chiesto alla inviata della RAI di non intervistare i profughi per evitare rappresaglie nei loro confronti. Curiosa la richiesta del funzionario ONU, perché fin dallo scoppio della nuova crisi sudanese nel gennaio 2004, la “voce dei profughi” (o presunta tale) non è quasi mai mancata nei numerosi reportages dalla regione del Sudan dilaniata dalla guerra civile. Una “voce” – è bene ricordare - quasi sempre monocorde, che denunciava e denuncia a senso unico – vedi i servizi falsamente imparziali di Jonah Fisher sulla BBC - solo i crimini del governo sudanese e dei janjawid arabi, mai spendendo una parola contro quelli della guerriglia dissidente che sta boicottando armi in pugno l’accordo di pace del 5 maggio 2006 fra Khartum e il Sudan Liberation Army di Minni Arkou Minawi.
Come mai la giornalista italiana è stata indotta a privarsi di una fonte essenziale – sia pure di difficile uso per le ovvie difficoltà linguistiche - per la sua inchiesta? Come mai tanto improvviso “rispetto” dei profughi, pluriintervistati invece da tanta stampa internazionale, da tanti inviati più o meno faziosi, e da gruppi di inchiesta che hanno quasi sempre finito per esaltare cifre e dati della crisi, probabilmente ben oltre i limiti della realtà? Che cosa avrebbero potuto dire i profughi di Geneina al TG 2? E dunque quali rappresaglie, e di chi, avrebbero potuto temere?
La campagna sul Darfur, che oggi punta all’intervento “umanitario” dell’ONU nella regione nonostante il legittimo veto di Karthum – tanto legittimo, si badi bene, quanto legittimo è a sua volta, in linea di principio, l’intervento delle Nazioni Unite in Libano, guerra fra Stati e non conflitto interno - continua. Una campagna che ogni tanto si smorza per lasciare il campo alle cronache da altri teatri drammatici di crisi del pianeta, ma che è rialimentata costantemente dai settori oltranzisti massmediatici forti – si fa per dire - dell’assoluta mancanza di dati certi.
Questo è il punto fondamentale di cui occorre prender coscienza per ogni corretta informazione sul Darfur. Ragioniamo su tre fonti e unità di notizia: le foto, le accuse di bombardamenti del governo sudanese contro la popolazione civile, e le cifre del presunto genocidio denunciato fin dal gennaio 2004 da molti organi di informazione e singole personalità: come il sito del museo dell’Olocausto di New York, gli altri siti e organi di stampa americani controllati dai neocons, o il premio “Nobel della pace” Elie Wiesel nel suo discorso del 25 gennaio 2005 al Palazzo di vetro dell’ONU.
Le foto. Aprite sul sito della BBC le foto del Darfur, o cercate su google “Darfur-immagini”. Trovate delle immagini che non corrispondono alle urla di allarme della solita “comunità internazionale”, quella che con il pretesto dell’illegale “ingerenza umanitaria” ha assassinato la Jugoslavia, invaso l’Iraq e oggi vorrebbe trovare qualche altro bel paese indipendente da ridurre – a suon di bombe - alla ragione del “nuovo” ordine mondiale postbipolare. Sulla BBC le foto sono di quasi normale miseria o arretratezza africana, tranne quelle che ritraggono i guerriglieri armati di razzi o di mitra. Di segni di violenza devastante, o di battaglie, o di vere e proprie stragi, praticamente nessuno. C’è, assolutamente vera, una drammatica emergenza umanitaria causata proprio dalla guerra in atto.
Su google la scelta è ovviamente più ampia, ma anche qui le immagini di violenza e di morte riguardano quasi sempre singoli ammazzati, o le carcasse di animali che vengono date alle fiamme, o un villaggio bruciato (da chi, e perché?), o un bambino, dice la didascalia, vittima di un bombardamento del governo sudanese. Fatti orribili, che però non sono la conferma di un genocidio, ma solo di una delle tante infami guerre dei nostri tempi: siamo cinici o professionali nel sottolineare questa limitatezza di una pur odiosa violenza? Si è cinici o professionali quando si pretende il conto dei morti e delle fosse comuni, o la verifica puntuale dei mandanti e degli esecutori dei massacri nelle tante guerre postbipolari sorte e talvolta “inventate” proprio grazie alla distorsione massmediatica delle cifre e della dimensione reale degli eventi bellici? E poi, quel bambino “del Darfur” ad esempio, è stato ustionato effettivamente dalle bombe del governo sudanese, o dai razzi sparati dagli irriducibili ribelli islamici del JEM e dello SLA dissidente?
I bombardamenti. Veniamo così alla seconda notizia chiave da vagliare, quella dei presunti bombardamenti aerei del governo di Karthum sulle popolazioni islamiche del Darfur. Possibile, se la notizia è vera, che non ci sia da nessuna parte nemmeno una foto di aerei sudanesi in azione di bombardamento? Che cosa ci voleva – per gli inviati nella regione che si infiltrano dal Ciad, o per la stessa ben equipaggiata guerriglia del Darfur - a fotografare anche una sola incursione aerea, e a “sparare” quell’immagine-chiave sui siti internet di tutto il mondo? Forse domani saremo smentiti, le foto magicamente appariranno da qualche parte, ma fino ad oggi non ce n’è traccia. Dunque sembra proprio aver ragione il governo sudanese, quella notizia è una balla, serve solo a creare una drammatizzazione estrema della crisi a fini di “intervento umanitario” delle Nazioni Unite. Perché è questo che pretende Bush, dopo aver realizzato che l’obbiettivo di un intervento NATO è assolutamente impraticabile a causa dell’opposizione pro-Karthum sia della Lega Araba che dell’Unione Africana: Bush vuole comunque imporre allo stato sovrano sudanese – alle prese con una guerriglia interna foraggiata da potenze straniere, fra cui Israele – un’occupazione del suo territorio, e questo dopo che si è trovata la via di una possibile soluzione – e comunque di una tregua ormai consolidata – non solo della lunga guerra civile con il sud animista e cristiano, ma anche dello stesso conflitto del Darfur, grazie all’accordo di pace di Abuja del 5 maggio scorso.
Le cifre. La campagna mediatica ha poi un terzo punto di forza nelle presunte cifre del presunto genocidio: anche qui non c’è alcuna certezza di calcolo esatto. Le cifre iniziano “magicamente” a circolare un anno e mezzo fa – secondo lo stereotipo per cui la violenza viene tutta e solo da parte governativa o araba-janjaweed: eppure gli stessi guerriglieri hanno più volte esaltato i loro massacri (vedi su questo sito l’articolo “Darfur: pace rinviata o nuova guerra?”, nella pagina Africa) – e rimbalzano di testata in testata, da giornalista a giornalista, secondo il meccanismo già sperimentato nella leggenda nera delle “armi di distruzione di massa” di Saddam. Mai viene fornita la chiave di lettura dei numeri del dramma, il metodo utilizzato. E’ come se i dati venissero aggiornati in base ad un presunto trend statistico-cronologico (se a gennaio i morti erano x, a febbraio saranno x1, e poi x2 ..), a sua volta fondato su un presunto numero iniziale al momento dello scoppio vero e proprio della crisi nel gennaio del 2004.
I dubbi perciò sono forti, almeno per chi si vuole muovere professionalmente su questo viscido terreno a metà – come sempre in casi simili - fra inchiesta giornalistica “pura” e pressioni dei poteri forti internazionali che puntano con ogni evidenza – vedi ancora la pagina “Africa” in questo sito – alla internazionalizzazione della crisi. Certo, si potrebbe lasciar perdere a questo punto il Jonah della BBC, e fondarsi sulle fonti ONU, peraltro soggette anch’esse a discrezionalità soggettiva, visto che all’ONU c’è tutto e il contrario di tutto. Ma ecco allora la sorpresa: guardate sul sito UNICEF Italia la voce Darfur: trovate tantissime cifre relative al numero dei profughi, degli assistiti, dei malati, dei bambini profughi, ma nemmeno un dato sulle vittime dirette della guerra. E’ un caso? O non piuttosto un segnale di professionalità da parte di chi ha compreso che alla infame guerra sul terreno, si accompagna un’altrettanto infame (perché tesa ad allargare il conflitto) guerra sul piano massmediatico?
Non sappiamo proprio, ma una cosa è certa: la partita che si sta giocando in Sudan non riguarda solo la pur evidente emergenza umanitaria, provocata quanto meno da entrambe le parti, governo e ribelli. Il Sudan è in realtà una pedina geopolitica fondamentale dello “scontro di civiltà” perseguito dall’oltranzismo occidentale prima e dopo l’11 settembre, nonché un anello chiave del contenzioso emergente dal nuovo bipolarismo postbipolare, con la Cina e la Russia a far da sponda alle nuove istanze “non allineate” e oseremmo dire (se il termine non fosse abusato) “terzomondiste”, delle aree di crisi del pianeta.
I motivi che rendono importante il Sudan sono essenzialmente tre: primo, è un paese ricco di petrolio e risorse minerarie, peraltro in una fase di grande sviluppo economico, e dunque, per questo, ben dentro la grande “corsa” all’accaparramento delle risorse africane fra Cina, Europa e Stati Uniti; secondo, il Sudan è un paese islamico, e come tale ennesimo “nemico” del sionismo israeliano e del cristiano-sionismo statunitense (Bush): un paese che peraltro, potrebbe essere diventato dopo il Libano - un conflitto che ha sicuramente messo un freno all’arroganza di Israele - una sorta di pendant-contrappeso per quelle personalità e funzionari dell’ONU, come Louise Arbour e lo stesso Kofi Annan che fino all’agosto scorso si sono nei fatti dimostrati troppo spesso proni al volere dell’asse Bush-Israele in tante crisi internazionali: la presa di distanza da Israele n LIbano, deve essere insomma “ripagata” con un indurimento delle posizioni antisudanesi del segretario ONU e del magistrato internazionale Louise Arbour? Il sospetto è legittimo.
Terzo motivo, il Sudan è un paese di frontiera fra mondo arabo e mondo africano, e la guerra del Darfur – che vede scontrarsi musulmani arabi e musulmani neri – è un’ottima leva per contrastare e boicottare quella convergenza afro-araba emersa nettamente pochi giorni prima dell’11 settembre nella conferenza sul razzismo di Durban, e rivitalizzatasi in tempi recenti grazie alla rinascita del movimento dei non allineati, soprattutto dopo l’avvio del contenzioso nucleare con l’Iran e, di nuovo, dopo la guerra del Libano.
Tutto questo dovrebbe essere presente nel momento di metter mano alla penna per raccontare il Darfur: un conflitto in cui le responsabilità di conduzione pratica della crisi da parte del governo sudanese non eliminano certo quelle, pesantissime, dei guerriglieri irriducibili (sostenuti non a caso anche da Bin Laden: vedi uno degli ultimi video attribuiti al fondatore di Al Qaeda), né inficiano la correttezza giuridico-formale della posizione di Khartum, comprensibilmente contrario – ai sensi della Carta dell’ONU, e in particolare dell’art. 2 - ad ogni ingerenza esterna. Con l’eccezione forzosa dell’Unione Africana, una mediazione-compromesso fra il pieno rispetto della sovranità sudanese, e la pretesa di un intervento ONU in cui alcuni paesi occidentali molto legati a Israele - in primis gli Stati Uniti - aspirerebbero sicuramente ad avere un ruolo predominante.
LA GUERRA DI JONAH
Tutta l’informazione sul Darfur va letta sotto un duplice profilo: non solo quello dei fatti in sé, ma anche - visto il fortissimo interesse di Israele e dei “suoi” giornalisti e politici a trasformare quella che è una crisi interna in un conflitto internazionale - quello della propaganda.
Non sfugge a questa regola Jonah Fisher, autore dei servizi sul Sudan sulla BBC on line. Ad una analisi attenta i suoi articoli appaiono contraddittori non solo con altre informazioni e cronache reperibili sul sito della radiotelevisione inglese, ma anche per la loro costruzione interna, minata da affermazioni non comprovate e omissioni.
1) Secondo Jonah “la crisi umanitaria del Darfur è diventata la più grave del mondo da quando le ostilità scoppiarono nel febbraio 2003”. La più grave? Che ne è allora dei massacri e dell’inazione della comunità internazionale, a tutto vantaggio del Ruanda, nel Congo orientale? Ed è mai possibile che l’accordo del 4 maggio 2006 non ha prodotto alcun miglioramento in nessuna parte del vastissimo Darfur? Non sarebbe necessaria, per un professionista serio, una inchiesta articolata secondo le zone, intervistando ad esempio anche gli esponenti del Sudan Liberation Army che hanno firmato il trattato di pace e che oggi collaborano con il governo?
Invece Jonah Fisher relega quell’accordo – sottoscritto da ben 9 paesi a cominciare dagli Stati Uniti, e poi dall’Unione Europea, dall’Unione africana, e dalle Nazioni Unite - fra i “fallimenti” già certi della politica del governo sudanese e della “comunità internazionale”, che in questo caso evidentemente non conta, perché parla un linguaggio distensivo e di pace: “Mentre i combattimenti crescono di intensità (per iniziativa di chi, se non dei ribelli fuorilegge? ndr) il May’s Darfur Peace Agreement, or DPA – sostiene il Jonah – appare ormai più un’alleanza militare che un accordo di pace compiuto” (“No end in sight to Darfur troubles”, by Jonah Fisher, BBC Web, 18 settembre 2006)
Verità professionalmente fondata, questa, o propaganda di un giornalista schierato comunque per l’intervento straniero (come da titolo del suo articolo: “Dying as Darfur awaits peacekeepers”: BBC, 21 settembre 2006), un giornalista con l’elmetto il cui cuore batte per i guerriglieri dello SLA minoritario e del Jem? Perché gli abitanti del Darfur dovrebbero per forza di cose volere i peacekeepers stranieri, e non semplicemente la pace, magari imposta ai ribelli dall’autorità governativa, nel rispetto delle linee guida dell’accordo del 5 maggio?
2) Gli articoli di Jonah insistono nell’affibbiare generalgenericamente il ruolo di aggressori e responsabili del conflitto ai Janjawid arabi o alle truppe sudanesi, tranne poi fornire unità di notizia nel corso dei servizi che mettono in evidenza, al contrario, specifiche e provocatorie azioni terroristiche delle forze ribelli. E’ il caso ad esempio della fuga dei civili dalla città di Tawilla, imputata sic et simpliciter ad inizio articolo ai miliziani arabi, ma le cui cause vere emergono più avanti, quando il cronista riferisce che “Relief International, l’ultima agenzia di aiuti a Tawilla, ha chiuso la sua clinica un mese fa dopo che i ribelli avevano colpito un suo automezzo. Ora ventimila persone vivono senza assistenza ospedaliera e facilitazioni sanitarie” (“Dying as Darfur awaits peacekeepers”: BBC, 21 settembre 2006). L’unità di notizia c’è, ma non la sua sistematizzazione e “proiezione” sul piano dell’interpretazione complessiva del conflitto e dei suoi veri responsabili, che resta quella di sempre: il “cattivo” è comunque il legittimo governo sudanese, i “buoni” sono i ribelli. Eppure, non è un crimine contro l’umanità lasciare 20mila persone senza cure mediche? Perchè dunque Jonah rivolge la sua critica – sia pure con stile apparentemente neutrale – solo verso il regime islamico di Khartum? Jonah è per caso filoisraeliano, e spera in una nuova guerra internazionale che punisca il regime arabo sudanese?
4) Certo Fisher non è grossolano come certi nostrani “esperti” di Islam e di terrorismo: ad esempio scrive, Jonah, che “Khartum ha negato qualsiasi bombardamento, definendo questa accusa ‘una menzogna topica dell’agenda di coloro che vogliono imporci i peacekeepers dell’ONU’ ”, e che “senza osservatori imparziali, nessuno è in grado di riferire cosa esattamente stia accadendo” (“No end in sight to Darfur troubles”, BBC web, 18 settembre 2006) nel Darfur. Ma poi, non si sa come e perché, conclude che i bombardamenti esistono, effettuati da “Antonov di fabbricazione russa”: “Il governo ha effettuato per rappresaglia bombardamenti aerei in quattro aree del nord Darfur. Gli obbiettivi militari dell’Aviazione sudanese non sono precisi. Le bombe e altri improvvisati congegni (?? ndr) vengono fatte rotolare fuori dalla porta posteriore del cargo, e fatte cadere a terra”. Nessuna foto accompagna questa affermazione. Su cosa si basa dunque?
5) Ecco allora la “testimone” (una sola, due potrebbe essere già pericoloso), una donna contadina che ricorda quella strana signora che aveva gridato “vogliamo le truppe straniere” durante l’incauta visita del rappresentante ONU Egeland nel maggio scorso a un villaggio controllato dai ribelli (vedi Dopo gli incidenti nel Darfur. Sudan, l’alternativa neocons all’Iran? nella pagina Africa di questo sito): “Hassania Abubakar è stata a Tawilla una settimana. Era fuggita dal suo villaggio, Tina, l’11 settembre: ‘stavamo coltivando vicino alle nostre case quando abbiamo visto arrivare gli aerei: sono corsa a prendere i miei figli dalla pozzanghera d’acqua in cui stavano giocando e siamo fuggiti” (“Dying as Darfur awaits peacekeepers” (BBC, 21 settembre 2006)
6) Infine la perla: Jonah afferma che la “pubblica opinione nel Darfur (sic: “Public opinion in Darfur”) è contraria all’accordo di pace, e i suoi comandanti sembrano intenzionati piuttosto ad abbandonare le trattative che aderirvi”. Questo sembra proprio troppo: un lapsus, la fantasia di una presunta opinione pubblica darfuriana, che rivela la parzialità eccessiva del giornalista della BBC.
Fonte: claudiomoffa.it
Dopo l’Iraq il Sudan?
Tre esponenti dell’establishment Usa propongono di usare la forza con Khartoum
Come se non bastassero le continue violazioni delle innumerevoli tregue firmate tra governo e ribelli - nelle ultime violenze, venerdì, sono morte 40 persone - ad aggiungere benzina sull’incendio che già divampa in Sudan è la proposta di due ex funzionari governativi Usa e di un senatore. Democratico.
“Facciamo come in Kosovo”. In un’editoriale apparso oggi sul ‘Washington Post’ i tre si domandano se non sia giunto il momento di un intervento militare nel Paese africano, dopo che “tutti i tentativi per una risoluzione pacifica” dei conflitti interni in Darfur sono ormai falliti. “Se l’abbiamo fatto con gli europei, perché non con gli africani?”, è l’eloquente titolo dell’articolo, votato all’interventismo come nella migliore tradizione della realpolitik statunitense. Qualcosa non funziona? Urge un’azione militare. Prendendo ad esempio il caso del Kosovo nel 1999, quando gli Usa hanno agito senza l’avallo delle Nazioni Unite bombardando obiettivi serbi fino alla capitolazione di Milosevic, gli autori sostengono che un’analoga azione sarebbe auspicabile anche per il Sudan.
La triade dell’azione militare. “Se si adottassero sanzioni - si legge nell’editoriale - nell’attesa di un loro effetto il Sudan avrà già completato il suo genocidio in Darfur. La storia dimostra che Khartoum capisce solo il linguaggio della forza. Gli Stati Uniti dovrebbero far pressione per una risoluzione Onu che imponga al Sudan un ultimatum: accetti il dispiegamento incondizionato dei Caschi Blu entro una settimana o affronti le conseguenze militari”. Gli autori sono Susan E. Rice, ex collaboratrice del Segretario di Stato per gli Affari africani dal 1997 al 2001, Anthony Lake, docente a Georgetown ed ex consulente per la sicurezza nazionale dal 1993 al 1997, e Donald M. Payne, parlamentare democratico del New Jersey.
No ai Caschi Blu. Ieri Khartoum si è opposta all’estensione a tempo indefinito della missione dell’Unione Africana (Ua) nel Paese. Mal equipaggiato e povero in uomini e finanze, il contingente Ua consta di 7 mila soldati, che le Nazioni Unite vogliono rimpiazzare con circa 20 mila Caschi Blu entro la fine dell’anno, quando scadrà il mandato della missione africana. Ma i Caschi Blu rappresentano una presenza inaccettabile per il governo, mentre i combattimenti tra gruppi ribelli rivali continuano a infuriare nella zona di Gereida, dove si trova uno dei più grandi campi profughi del Darfur, ospitante 130 mila persone. Sostenitori del Jem (Justice and Equality Movement), uno dei due gruppi ribelli che si sono rifiutati di firmare un accordo di pace nel maggio scorso, hanno attaccato una fazione del Sla (Sudan Liberation Army), che ha invece accettato la trattativa. In Darfur erano tradizionalmente presenti 3 gruppi ribelli, ma all’interno di questi si sono create fazioni opposte che hanno aggravato la situazione di disordine e violenza.
“E’ il momento di mostrare i muscoli”. Le agenzie umanitarie hanno dovuto abbandonare Gereida per motivi di sicurezza. Da maggio a oggi, 25 vetture di organizzazioni sono state rubate, 11 operatori umanitari sudanesi sono stati uccisi, mentre il Fondo alimentare mondiale ha dovuto tagliare il rifornimento di generi alimentari in alcune regioni settentrionali. Da nostre fonti a Khartoum abbiamo appreso che il governo sta attuando un giro di vite nei confronti degli operatori umanitari in tutto il Paese, sebbene nella capitale non vi siano particolari limitazioni ai movimenti o restrizioni alla sicurezza. Dall’inizio del conflitto, 200 mila persone sono morte in Darfur, e 2 milioni sono gli sfollati. Per fermare il genocidio, la proposta statunitense - come spesso accade - contempla l’uso della forza. “Ricordiamoci dell’indomani dell’11 settembre - recita ancora l’articolo del Washington Post -, quando Bush minacciò gli Stati che ospitavano i terroristi. Memore dei bombardamenti del 1998, Khartoum cominciò a collaborare. Adesso - concludono i tre - è di nuovo il momento di mostrare i muscoli”.
Luca Galassi (Peacereporter.net)
I laboratori della guerra umanitaria sono preoccupati delle nostra controinformazione. Il caso del Darfur
Abbiamo scoperto che un importante sito specializzato vicino al complesso militare-industriale italiano (e NATO), si sta preoccupando delle denunce e della documentazione che Contropiano da tempo sta producendo sulla preparazione di una nuova “guerra umanitaria” nel Darfur, regione occidentale del Sudan (con le esatte e medesime caratteristiche, fonti, soggetti, ragionamenti di quella in Kossovo). I curatori di Pagine di Difesa ancora non lo sanno ma stiamo preparando un altro dossier ancora più corposo e significativo sul Darfur e sulla preparazione di una nuova “guerra umanitaria”. Dopo la manifestazione del 30 settembre contiamo di metterlo a disposizione sul nostro sito , così come abbiamo fatto con il precedente e che tanto ha preoccupato i thinker thanker della Difesa.
La redazione di Contropiano
Dal sito www.paginedifesa.it:
“Darfur, 300mila morti non bastano ancora per intervenire
Franco Londei, 27 settembre 2006
29 luglio 2004 “I mezzi di informazione stanno preparando la strada per un intervento militare in Sudan. Un’altra guerra per il petrolio?” Così scriveva John Laughland su Sanders Research Associates; 15 aprile 2005 “Darfur. L’industria della guerra umanitaria torna al lavoro” e poi “Emergenza umanitaria?” Stesse fonti, stessi protagonisti, stessi obiettivi di sempre: intervento militare con lo scopo di disgregare un paese – il Sudan - e mettere le mani sulle sue risorse ( acque del Nilo e petrolio). Una guida ed una lettura ragionata ai documenti che stanno preparando la nuova guerra umanitaria” cosi, invece scriveva “Contropiano”.
Solo due semplici esempi (ma ce ne sono tanti altri) di quanto può essere illogica e di parte alcuna stampa schierata, infischiandosene di quanto realmente succede in determinate parti del mondo, preferendo la disinformazione all’informazione, spesso a discapito di gente che poi muore veramente. Le stesse fonti, oggi nel 2006, invocano un intervento in Darfur per fermare il genocidio. Come del resto magnificano l’intervento dell’Onu in Libano, intervento che, allo stato attuale dei fatti, è del tutto inutile per quanto riguarda il mandato ricevuto viste le ultime dichiarazione del capo di Hezbollah.
Ma come, due anni fa si cercava di fare l’ennesima guerra per il petrolio in Darfur e oggi che nessuno è intervenuto si chiede di fare quella che testualmente viene definita “una guerra a favore dell’industria umanitaria”? Forse che l’intervento in Libano non è più attinente alla cosiddetta industria umanitaria? A quella di Hezbollah di sicuro. Nel frattempo in Darfur sono morte ufficialmente 300mila persone e ci sono quattro milioni di sfollati. Alla faccia della guerra per l’industria umanitaria.
In Darfur si è tornato a sparare come e più di prima e gli accordi di Abuja sono serviti solo alle parti per prendere tempo per riarmarsi. Le milizie Janjaweed (i diavoli a cavallo), che dovevano essere disarmate dal governo sudanese, non solo non sono state disarmate ma ormai non usano nemmeno più i destrieri arabi che li hanno resi famosi. Negli ultimi tempi si muovono a bordo di fiammanti Toyota dotate di moderni cannoncini e mitragliatrici pesanti, hanno le ultime versioni degli Rpg e quando serve hanno anche a disposizione una decina di Tupolev venduti dalla Russia al governo sudanese. Non da meno sono i ribelli che, abbondantemente riforniti dai nemici di Omar al-Bashir (presidente padrone del Sudan) con il Chad in testa, hanno ben pensato di passare sul mercato delle armi a fare acquisti (questo si che è un mercato che tira, altro che il petrolio).
In mezzo a questa “guerra umanitaria” ci sono milioni di poveri disgraziati che non sanno dove andare, non sanno cosa mangiare o bere. Non possono allevare nemmeno un capo di bestiame (fonte principale di sostentamento) tanto meno possono piantare le solite culture di sussistenza. Si devono affidare agli aiuti umanitari che però non possono arrivare in quanto via terra sarebbero attaccati, via aerea neanche a parlarne (finirebbero tutti nelle mani delle parti combattenti). Ci sono alcuni Idp camp protetti dalle truppe dell’Unione Africana ma anche lì la situazione non migliora.
Omar al-Bashir ha categoricamente escluso un intervento delle truppe Onu, non le vuole, mentre ha rinnovato il permesso alle truppe dell’Unione Africana che però non hanno fondi per mantenere la missione e anche a mezzi non sono messi molto bene. In ogni caso, allo stato attuale sono praticamente inutili. Nel frattempo cosa si fa, a parte le solite dichiarazioni d’intenti? Si continua a vendere armi al Sudan e al Chad. Anzi, la spesa militare sudanese è aumentata nonostante non comprenda più la parte meridionale (gli ex ribelli le armi se le comprano da soli).
Allora non si tratta più di fare una ennesima guerra per il petrolio (che poi è quasi totalmente in mano cinese), si tratta di iniziare a provare a salvare un popolo da un vero genocidio, si tratta di prendere decisioni anche drammatiche, si tratta di applicare la stessa “ingerenza umanitaria” applicata a suo tempo nei Balcani, di imporre una “no fly zone” sul Darfur, di imporre l’ingresso di aiuti umanitari urgenti scortati militarmente.
Se l’Onu e l’Unione Europea si sono mossi così velocemente per il Libano, perché non fare altrettanto per il Darfur che in termini prettamente umanitari e mille volte più importante? Forse che non ci sono le stesse priorità strategiche? Forse che i missili Hezbollah o israeliani sono diversi dalle bombe sudanesi? Forse si, provocano più morte e quando non uccidono subito lo fanno indirettamente portando fame e carestia. Trecentomila morti non sono sufficienti per passare finalmente dalle parole ai fatti?”
Fonte: http://www.contropiano.org/Documenti/2006/Settembre06/29-09-06Laboratori_guerra_umanitaria.htm