Pronto chi spia?
30 Mar 2007 13:03
Pubblichiamo l’introduzione del libro “Pronto chi spia? Dalla Telecom all’archivio Z”, di Marco Gregoretti (Selene Edizioni, 2007, € 14,80), libro che cerca di riordinare idee, fatti e documenti della vicenda Telecom, che in questi ultimi mesi ha sconvolto l’assetto istituzionale del Paese, raccontando di questo fosco intreccio di intercettazioni e poteri, nel tentativo di rispondere alla domanda: com’è possibile che tutto questo sia accaduto?
di Marco Gregoretti
Due anni in cui è successo di tutto e di più. Il 2005 e il 2006 hanno visto crollare santuari e “santi” di tutti i settori del Paese. Un elenco impressionante: il Presidente di Bankitalia Antonio Fazio, raggiunto da un avviso di garanzia, come Giovanni Consorte, numero uno di Unipol, storico cuore e motore della finanza rossa, Giampiero Fiorani, amministratore delegato della Banca Popolare di Lodi, Luciano Moggi e Antonio Girando, animatori del sistema Juventus finita in serie b accusata di illeciti sportivi, Vittorio Emanuele, “re d’Italia”, in prigione per una squallida storia di ricatti e prostituzione, Lele Mora, titolare della più grande agenzia di star e starlette d’Italia, e il suo socio Fabrizio Corona, sospettati di essere al centro di un sporco gioco di ricatti ai vip, Luciano Farina, vicedirettore di “Libero”, agente Betulla per conto del Sismi che spiava colleghi e magistrati, un buon numero di poliziotti, finanzieri, giornalisti assorbiti dal doppio gioco per ambizione e danaro, l’ex ministro della sanità Storace accusato di aver fatto spiare illegalmente suoi avversari politici all’interno della sua stessa coalizione e di altri gruppi politici. Un’escalation parossistica che non può essere casuale. Di fatto l’Italia è stata delegittimata su più fronti agli occhi degli osservatori internazionali.
Nel taccuino del cronista si sono dipanati due anni di sgretolamento di certezze che di fatto erano rimaste soltanto apparenze, contenitori vuoti, assottigliati e oramai corrotti dalla decadenza. Il sospetto, la dietrologia, ma anche la domanda legittima che viene da porsi, riguarda il disegno che ha portato a questo tsunami politico finanziario scandalistico.
Una potenza straniera che vuole vendicarsi? Una coalizione europea occulta che vuole indebolirci e comprarci per pochi spiccioli? Cambi mondiali nelle strategie finanziare internazionali? Terremoti ai vertici delle lobby che contano e che muovono il mondo hanno ritenuto necessario un repulisti?
Una conferma dell’esistenza di forze sovranazionali che, non necessariamente per fini “cattivi”, abbiano dato una spallata al nostro stanco e corrotto sistema di potere è che il punto più alto dell’attacco ha messo a nudo la gestione clientelare ed eversiva dei servizi segreti militari dal 2001 in poi. In “giornalistese” l’abbiamo chiamata l’era Pollari, crollata sotto i colpi delle indagini della magistratura milanese, romana, genovese, napoletana, perugina e fiorentina. Il Sismi comandato dal generale della Guardia di finanza Nicolò Pollari lo troviamo comunque, ufficialmente, parallelamente, trasversalmente, vicino o perfino dentro tutte le vicende che hanno sconquassato l’Italia. E anche al centro delle più controverse storie di terrorismo internazionale di matrice fondamentalista: dal sequestro abusivo dell’Imam della moschea milanese di via Quaranta Abu Omar alla vigilia del suo arresto, alla discussa conduzione delle trattative per liberare gli italiani sequestrati dai terroristi in Iraq e in Afganistan.
A ogni scandalo corrisponde un’intercettazione telefonica che non si sa bene da chi fosse stata diffusa. Clamoroso è il caso delle telefonate tra Piero Fassino, segretario dei Ds, e Giovanni Consorte, presidente di Unipol: finiscono ai giornali anche se in realtà, non essendo pertinenti all’inchiesta e soprattutto trattandosi di conversazioni personali, avrebbero dovuto essere distrutte. Alla luce di quanto si è scoperto dopo, una vera struttura parallela, riconducibile direttamente ai vertici dell’intelligence militare, e cioè al numero due Marco Mancini, si è di fatto impadronita di quel “grande fratello” che entra nelle case di tutti gli italiani: la sala ascolto della Telecom. Una rete così estesa e dai risvolti talmente imprevedibili e continui che l’uscita di questo libro potrebbe essere superata da chissà quanti e quali sviluppi. Per esempio sul ruolo del Sisde, il servizio segreto civile, coinvolto secondo alcune testimonianze nella struttura parallela. Mentre sto scrivendo questa introduzione ricevo una telefonata da un mio informatore che mi conferma:
«Al Sisde hanno iniziato il repulisti. Il generale Mario Mori, prima di andare un pensione, il 22 novembre ha consegnato una memoria ai magistrati di Milano. In questi giorni hanno già beccato due agenti del Sisde che hanno fornito dossier alla struttura parallela di Marco Mancini, come quelli sui partecipanti alla manifestazione per la pace di Firenze nel 2002. Ma tanti altri ne devono beccare. Vedrai che ci sarà un’altra ondata di arresti».
La scoperta degli investigatori e dei magistrati, contenuta in migliaia di pagine e in tante inchieste, è agghiacciante nella sua semplicità: l’Italia e gli italiani sono stati illegalmente schedati per anni. Per conto di chi? Perché? A chi servono tutte quelle informazioni? Pensate che solo in una delle sedi coperte del Sismi, quella di via Nazionale a Roma, diretta e gestita da Pio Pompa, un funzionario arrivato al Sismi nel 2004, sono stati trovati migliaia di dossier provenienti da attività di dossieraggio assolutamente illegale, anticostituzionale e sicuramente eversiva della struttura scoperta dai magistrati. Quando Pio Pompa, diventato improvvisamente famoso, ma di cui non esistono fotografie recenti, fu ascoltato dal Copaco, il Comitato parlamentare di controllo, fu scelta la linea istituzionale di farlo passare per un personaggio poco raccomandabile e poco attendibile. La miglior copertura possibile per il detentore di tutti quei segreti acquisiti illegalmente. Ma soprattutto il custode del segreto dei segreti: chi ha voluto tutto ciò e perché? Chi dava gli ordini a Mancini? E chi a Polari? E chi a…?
Risposte che forse è meglio tenere, come dire?, sigillate. È molto importante la figura di Pio Pompa, anche se è silenziosamente uscito di scena. In questa introduzione proponiamo un articolo pubblicato da“Il Secolo XIX” il 9 novembre 2006, pochi giorni dopo l’audizione del Copaco: nessuno ne ha mai smentito il contenuto. Il ruolo del responsabile dell’archivio segreto di via Nazionale supera quello ritagliato dai media: la sua funzione rappresenta più di altre, nelle luci e nelle ombre, le implicazioni di livelli superiori ai servizi segreti e, probabilmente, al governo stesso. Nel corso di questo breve racconto la sua figura comparirà pochissimo, ma sarà sempre sullo sfondo: non è chiaro se nel bene o nel male.
Con l’aiuto di documentazione investigativa e processuale, quello che ho provato a ricostruire, a titolo esemplificativo e puntando l’obiettivo su una delle tante vicende che hanno mandato per aria i servizi segreti italiani, che partita si sia giocata e si stia giocando in Italia, da un giorno dell’estate del 2005. Il 16 dicembre 2006, dopo quattro mesi e mezzo di polemiche, guerre interne e battagli finanzirie che hanno coinvolto gruppi come Pirelli-Telecom e L’Espresso-Repubblica, sono stati rinnovati i vertici dei servizi: Sismi, Sisde e Cesis hanno nuovi capi. Uno di loro ha detto in una cena privata: «Per rimettere a posto l’intelligernce italiana, per renderla di nuovo credibile a livello internazionale, ci vorranno almeno dieci anni».
Scrivendo queste pagine su una vicenda che ho seguito giornalisticamente, mettendo in fila gli stessi miei appunti, i miei ricordi, incrociandoli con le intercettazioni telefoniche della vicenda Dssa, dell’ordinanza di custodia cautelare di Abu Omar e di quella del primo arresto del capo della sala ascolto Telecom Giuliano Tavaroli a me è venuta in mente una possibile risposta: magistrati e investigatori hanno sventato qualcosa di molto simile a un colpo di stato. Ma chi lo voleva fare?
da “Il Secolo XIX” - 9 novembre 2006
Pio Pompa è un uomo davvero potente. L’audizione del funzionario del Sismi due giorni fa davanti al Copaco (Comitato parlamentare di controllo), superate le apparenze del momento, ha chiarito un fatto:il detentore del potere, quello che nessuno può fotografare, filmare, quello che si muove come un vero agente segreto protetto dalle strutture di intelligence, è lui. Più forte del suo capo, Nicolò Pollari di cui, invece, tutti conoscono volto, voce, marca di sigari che fuma, amicizie, frequentazioni politiche e il cui destino sembrerebbe ormai segnato verso un qualche incarico fuori dagli apparati. Difficile, dunque, che l’audizione al Copaco, a cui Pio Pompa forse è andato anche per sostenere in qualche modo Pollari, potesse concludersi con un esito clamoroso.
Intanto un paradosso che non può sfuggire: il funzionario del Sismi è famoso per aver dossierato politici, parlamentari, ministri di tutti gli schieramenti. Era un po’, quindi, come se dovesse rispondere alle domande di chi lui aveva così minuziosamente “attenzionato” e archiviato. E in effetti lui non ha risposto a nulla se non con vaghi e confusi riferimenti. In sostanza ha fatto il suo lavoro: non ha parlato.
Ha mantenuto il segreto, i segreti. A quanto risulta a “Il Secolo XIX”, avrebbe detto, rivolto a Claudio Scajola, in questi giorni alle prese anche con un indagine nei confronti di un suo collaboratore sospettato di aver preso un tangente: «Voi non siete giudici». Quindi non ha spiegato niente su Telekom Serbia, sul piano anti Prodi, sui trenta giornalisti che controllava, compreso Renato Farina, l’agente Betulla vittima l’altra notte di un rocambolesco atto di intimidazione con volantino e ordigno rudimentale trovati vicino a casa sua. Pio Pompa esce dall’audizione più forte di prima. Chi lo ha visto subito dopo dice: «Tranquillo come se nulla fosse successo. Un uomo sereno che non sta certo tramando, anche se potrebbe farlo. Non ne ha bisogno: lui sa chi sono
quelli che gli facevano le domande. Loro non sanno chi è lui».
D’altronde lo capirebbe anche un bambino: Pio Pompa è il ganglo vitale dei servizi segreti (il cui compito istitutivo è quello di raccogliere informazioni) in quanto detentore delle informazioni, molte le conosce solo lui. Anche se, come dimostra lo scandalo di questi mesi, raccolte a volte fuori dalle regole stabilite. Ecco perché è potente. L’uomo giusto al posto giusto al momento giusto. È ritenuto un duro, ma non un puro, un uomo capace, uno studioso. Un tecnico freddo e preciso, senza padrini, almeno in Italia, con pochi scheletri nell’armadio ma a conoscenza di quelli degli altri. Pio Pompa non è al Sismi da molto tempo.
Ci è arrivato solo nel 2004 e ha messo a disposizione la sua casa per fare un sede coperta, quella appunto in via Nazionale a Roma. Da allora è successo di tutto: con le intercettazioni sono stati scoperti casi che hanno cambiato il volto dell’Italia: Bankitalia, Antonveneta-Unipol, Ricucci-Corriere della Sera, Calciopoli, Vallettopoli, Laziogate, Telecom. Nel grande orecchio sono finiti tutti: da Fazio a Moggi. Prima di arrivare come funzionario al Sismi Pio Pompa ha fatto il professore universitario, è stato direttore amministrativo di diverse strutture sanitarie, ha lavorato, ma guarda che caso, alla Telecom. Negli anni Novanta qualcuno lo ricorda a volte negli uffici dell’agenzia stampa parlamentare Ital che aveva la sede nello stesso palazzo di piazza San Lorenzo in Lucina, a Roma, dove c’è il famoso archivio del senatore Giulio Andreotti. Nel 1991 avrebbe partecipato a una riunione segreta ad Arcore durante la quale si gettavano le basi per Forza Italia. I partecipanti a quell’incontro pensavano di coinvolgere Bettino Craxi e candidarlo eventualmente in Puglia. Sono diverse le fonti che confermano il rapporto tra Pio Pompa e Craxi. Per questo durante l’audizione avrebbe detto di essere di sinistra. In effetti è di sinistra, di quella sinistra un po’ craxiana un po’ riformista che è finita con l’esilio dell’ex presidente del consiglio ad Hammamet. E risalirebbe proprio a quegli anni la frequentazione di Pio Pompa con Don Luigi Verzè che poi lo avrebbe presentato, stando alla versione ufficiale, a Nicolò Pollari.
Erano i medici del San Raffaele che si occupavano della malattia di Craxi.
Poi il Sismi, dove in due anni ha dossierato l’Italia. E questo lo rende intoccabile e lo mantiene al suo posto. Pollari può essere sacrificato, Marco Mancini anche. Ma lui no. Non si può rinunciare a un patrimonio così pieno di «conoscenze» e di chiavi per accedervi. Ecco perché alla fine, dalla vicenda di Serviziopoli c’è chi è pronto a scommettere che lui uscirà più indenne di altri. Per restare in servizio. Il problema è capire: in servizio dove? Al Sismi ufficialmente. Ma Pio Pompa, ha consolidati rapporti all’estero. Potrebbero mai le grandi agenzie di intelligence internazionali lasciarsi scappare l’uomo che ha dossierato l’Italia? L’impressione è che l’audizione di Pio Pompa al Copaco sia l’ouverture del filone più complesso di Serviziopoli: la politica.