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Umanità Nova; settimanale anarchico

Information guerrilla

Non-cooperazione e resistenza locale. Intervista a Mike Davis

26 Mar 2006 20:02

Cyberzone

a cura di Antonio Caronia e Carmen Lorenzetti

tratto da Cyberzone n. 20 - 2006

Antonio Caronia: In Geografie della Paura hai mostrato come l’economia e la politica capitalistica abbiano minato il futuro della California. In Late Victorian Holocausts hai spiegato come l’avvento del mercato globalizzato e la distruzione delle comunità tradizionali nei paesi colonizzati abbiano causato la morte di diverse decine di milioni di persone durante le carestie degli anni 1876-1879. Quali sono le prospettive indotte dal cambiamento climatico generale, nel contesto dell’attuale globalizzazione del mercato?

Mike Davis: Il mutamento climatico riconfigurerà inesorabilmente la globale geografia delle piogge, la produttività agricola, le aree dei raccolti e quindi il relativo potere economico.

La sprezzante attitudine di Washington nei confronti del protocollo di Kyoto potrebbe poi non essere così arcaica e miope come appare: è certo che l’amministrazione Bush è in possesso di uno staff aggiornato e perfettamente consapevole delle possibili conseguenze del riscaldamento climatico sulla terra. Dobbiamo forse pensare che esista un disegno strategico che spiega l’equanimità Americana nei confronti del catastrofico cambio ambientale? Dal momento che molti studi preannunciano che il mutamento climatico potrebbe, di fatto, produrre un beneficio per la produzione agricola Nordamericana, mentre causerebbe un impatto disastroso sulla Russia ed altri paesi euro-asiatici, temo che qualcuno all’interno del regime possa di fatto vedere nel riscaldamento globale della terra una ulteriore risorsa per l’egemonia geopolitica Americana.

E’ evidente che la supremazia militare Americana non è più supportata da una equivalente supremazia economica: questa contraddizione ha profondamente preoccupato I teorici di Washington per più di qualche decade del passato. Ma dall’undici settembre, l’amministrazione Bush –governata, di fatto, dall’Istituto Americano del Petrolio – ha preso delle decisioni drammatiche al fine di riaffermare il controllo degli Stati Uniti sulle risorse petrolifere globali: ha invaso l’Iraq, ha soppiantato la Russia in molti territori dell’Asia Centrale, ha cercato di minacciare l’Iran e –fatto poco pubblicizzato – ha aumentato la sua presenza militare nel Golfo di Guinea e nelle Regioni Amazzoniche che sono in possesso di giacimenti petroliferi.

La rivoluzione tecnologica di Rumsfeld nella strategia della guerra, insieme al controllo globale sul petrolio, insieme all’indebolimento strategico delle altre nazioni sulle posizioni riguardanti le conseguenze del cambiamento metereologico non è forse un disegno che preconizza un mondo di borghesi rovinati e di poveri ridotti alla fame, tutti con le mani tese a supplicare l’aiuto Americano e anelanti tremebonde di fare la volontà di Washington?

Antonio Caronia: Pensi che oggi gli strumenti dell’analisi marxista siano ancora utili per l’interpretazione del capitalismo post-fordista? Se non lo sono, in che modo dovrebbero essere cambiati o anche integrati con altri tipi di analisi socio-economiche?

Mike Davis: Il compendio di Marx continua a rimanere l’analisi più all’avanguardia delle reali fisionomie dell’economia globalizzata in cui viviamo. L’opera di Marx è rimasta necessariamente incompiuta: i rivoluzionari dell’inizio del XX secolo, come Lenin, Trotsky, Gramsci, erano ossessionati da ciò che non aveva scritto Marx sullo stato e sugli aspetti reali dell’economia politica. L’attuale generazione tuttavia è forse ancora più fortemente interessata nella “geografia politica” di Marx. Gran parte del mio lavoro, di conseguenza, ruota attorno alle intersezioni tra storia ambientale ed economica.
La mia lettura di Marx tende polemicamente a scardinare tutta l’epistemologia “neo-catastrofista” nata dalle interpretazioni puramente economiche ed unidimensionali scaturite dalle interpretazioni degli epigoni di Marx. Il peccato originale del marxismo ortodosso, secondo la mia opinione, è quello di avere fatto del mercato l’unico feticcio e di avere combinato a ciò l’incapacità di capire che sono state le guerre, non le crisi economiche, gli eventi strutturali cruciali della storia del capitalismo. Mi sono sempre orientato verso il non lineare e apocalittico marxismo di Luxemburg, Trotsky (gli ultimi scritti), Ernst Bloch e Walter Benjamin. Nutro profonde simpatie verso l’immaginazione anarchica classica.

Antonio Caronia: Come ti senti ad essere stato definito il più famoso scrittore cyberpunk (W. Gibson) “più cyberpunk di molti scrittori del genere?”

Mike Davis: La definizione di Gibson è un onore che non mi merito, ma penso con chiarezza che il cyberpunk nei suoi momenti (ormai passati) è stata una straordinaria premonizione e un avvertimento su un futuro oscuro, che sta già investendoci. Gibson, Octavia Butler (la mia favorita) e Ursula Leguin sono certamente tra i più importanti critici e filosofi sociali dei nostri tempi – I successori postmoderni di Fourier e Saint-Simon, come di Huxley e di Orwell.

Carmen Lorenzetti: L’Occidente cerca di difendere il proprio sistema e i suoi privilegi attraverso diversi mezzi come la sorveglianza, i confini e altri, mentre megalopoli di paesi in via di sviluppo crescono in maniera esponenziale, come mostri nel tuo articolo Planet of Slums (New Left Review, 2004). Paure e povertà, terrore e violenza sono le componenti di uno scenario cui l’attuale sviluppo dell’umanità sembra andare incontro. Quale, secondo la tua opinione, può essere una giusta prospettiva da usare tale da cambiare lo stato delle cose in direzione di uno sviluppo sostenibile e relazioni umane fondate su valori etici?

Mike Davis: L’economia globalizzata e la mobilità universale del capitale, prive della controparte, costituita dai diritti dei lavoratori, ci conducono – virtualmente per definizione – verso un mondo dominato dal terrore. L’unica posizione etica possibile è la non-cooperazione rivoluzionaria: il rifiuto di riconoscere in qualsiasi modo i confini, il controllo e la proscrizione di interi gruppi di persone definite “aliene” o “illegali”. Andando ancora più a fondo dobbiamo rifiutare l’idea della selezione umana implicita nell’accettazione e nella naturalizzazione di fatti disastrosi come i massacri biologici in Africa, il crescere del livello dei mari in Bangladesh, e la “super-incarcerazione” in California.

Carmen Lorenzetti: Si ha l’impressione che, man mano che si va avanti, la democrazia sia solo una parola senza presa. Il luogo dove si prendono le decisioni è sempre più autonomo rispetto alla reale volontà della popolazione, sto pensando alla guerra in Iraq e all’opinione pubblica contraria espressa in Europa e in Italia per esempio. Credi che ci sia ancora una possibilità per la democrazia? Non pensi forse che anche i movimenti e le comunità virtuali, che lottano per la democrazia siano molto più impotenti di quanto promettano di essere?

Mike Davis: C’è sicuramente un totalitarismo “soft” che opera sia attraverso i rituali del voto e dei ballottaggi pubblici sia come matrice virtuale delle illusorie scelte del consumatore e di false libertà. In modo similare, c’è un imperialismo “soft” che opera attraverso i networks patrocinati dalle ONG (organizzazioni non governative) e una retorica di potenziamento che intorpidisce le menti. Tutto ciò ci viene rigettato addosso con la definizione di “democrazia”, quando si tratta invece realmente di un’ulteriore centralizzazione del potere sul pianeta nelle mani di pochi miliardari. Per alcuni compagni, l’unica soluzione sarebbe quella dell’intramontabile ricerca di forme d’organizzazione e d’azione autonome: ma temo che questo in pratica abbia solo provato che è un atteggiamento abbastanza idealistico. Per quanto mi riguarda, il compito che mi sono dato è quello di collaborare nel lungo e complesso processo di ricomposizione, democratizzazione e raggruppamento dell’estrema Sinistra.

Carmen Lorenzetti: Non pensi che il collasso sociale negli Stati Uniti, per esempio, possa esplodere prima che il “dragone”, i “Latini”, come si trovano citati in I latinos alla conquista degli Usa, riescano a raggiungere una loro coscienza come cittadini e quindi organizzarsi in un potere politico reale ed efficace?

Mike Davis: La conseguenza immediata dell’undici settembre – o, piuttosto, il colpo di stato a cui questo è servito di giustificazione – è stata quella di togliere il diritto di voto a 35 – 40 milioni di persone che vivevano negli Stati Uniti, ma che non avevano ancora la cittadinanza. Mia moglie, per esempio, ha una residenza legalmente riconosciuta negli Stati Uniti, ma è cittadina messicana. Per il potere riconosciuto all’amministrazione Bush, lei poteva essere deportata senza giusta causa o, nel peggiore dei casi, imprigionata indefinitamente o anche giustiziata senza processo.

Al super-sfruttamento degli immigrati latini ed asiatici si è aggiunto a quel punto una nuova radicale insicurezza: in effetti, l’assenza di qualsiasi diritto sostanziale rettifica qualsiasi cosa di fronte ai poteri del nuovo “stato di sicurezza della madrepatria”. L’attuale piano di Bush prevede un nuovo limitato status di lavoratore straniero ai lavoratori provenienti dal Messico, ma non concede nulla ai milioni di lavoratori privi di documenti che lavorano da tempo nell’economia Americana.

Molti latini, di conseguenza, stanno cominciando a ricredersi sul fatto che sia possibile ottenere la cittadinanza e la mobilità economica senza confrontarsi con la politica estera degli USA e con le premesse della Guerra al Terrrore. Qui nella California del Sud, molta opposizione alla Guerra contro l’Iraq fatta dagli USA proveniva da comunità latine, persino da famiglie di militari.

Carmen Lorenzetti: Penso che oggi la libertà sia al contempo una parola reale e virtuale. Reale perchè possiamo esprimerci apertamente, anche mostrando brutalmente I meccanismi nascosti del potere e della violenza, anche se soprattutto nel campo delle arti, prive di una ricaduta fattiva reale. Virtuale poichè ogni espressione di libertà è rapidamente dimenticata, consumata dal sistema che usa anche l’espressione della rivolta per autoriprodursi, trasformando il senso in moda. C’è tuttavia spazio per la crudeltà di un immaginario culturale, che volesse essere reale per più di un secondo?

Mike Davis: Molto tempo fa nel mio libro Città di Quarzo, ho trattato del dibattito avvenuto tra i sostenitori locali della scuola di studi di cultura popolare di Birmingham (GB), che credono che ci sia uno spazio considerevole nel capitalismo avanzato per la resistenza popolare e gli aderenti locali invece alla scuola di Francoforte, che pessimisticamente asseriscono che la protesta culturale è stata ormai riposta nel cassetto. Il contesto era quello delle band dei “Gangster Rap” di L.A. Quindici anni dopo, alcuni rappers locali sono diventati famosi in tutto il mondo e vivono nelle ville di Mulholland Drive; mentre altri sono morti o in prigione. Entrambi i gruppi che partecipavano al dibattito, penso, potrebbero rivendicare la ragione, visto ciò che è accaduto nell’ambiente del rap locale, ma, tirando le somme, alla lunga han sempre ragione quelli che sostengono le parti della scuola di Francoforte. L’arrabbiato sound delle strade di Compton e del Bronx è ora come ora un’industria multi miliardaria da tempo accreditata e i suoi esponenti vivono per la maggior parte nei quartieri dei bianchi.

Troppa attenzione, penso, è stata mostrata alle estetiche formaliste della cultura “rivoluzionaria” o non cooptabile: il problema vero è quello di creare e sostenere piccoli spazi d’opposizione sociale in cui artisti radicali, scrittori e musicisti possano lavorare. Questo, d’altra parte, richiede una strategia capace di fronteggiare le contraddizioni mondane che hanno a che fare con l’affitto e i beni immobili.

Negli Stati Uniti questo è sempre stato complicato dal ruolo involontario delle avanguardie – sia che fossero i magazzini del distretto degli artisti o i loft dei musicisti jazz – che hanno fatto da testa d’ariete per l’imborghesimento delle aree. I bohémiens si spostano in un quartiere derelitto e squallido, lo fanno rivivere con le loro anarchiche energie, poi ne sono prontamente spossessati, dato che i proprietari trasformano le loro dimore in condomini di lusso e in boutiques. (Il centro di L.A. sta anch’esso per subire lo stesso processo di “SoHoizzazione).

All’inizio, molta gente pensava che Internet potesse essere l’ultima “Camera dei Comuni”, uno spazio pubblico che non poteva essere imborghesito. Teorici anarchici, che ammiro, hanno lavorato a tempo pieno per generare utopiche visioni di una cyber-comunità-globale. Adesso, debbo confessare, sono giunto al punto di considerare il mio computer come un oggetto molto più sinistro della TV. Lontano dall’essere la Catalogna del 1936, internet è diventato un gigantesco supermercato globale. Certo, godo della possibilità che offre internet di discutere articoli e di autopubblicarsi, di accedere a siti che stanno ai poli opposti del mondo, di potere bussare alla porta di insospettabili librerie e archivi di informazione e ricerca; ecc ecc. Ma la realtà più evidente è che Internet è stata comprata e venduta, ordinata e gerarchizzata, e recuperata come spazio di dominio e controllo culturale. Alla fine ci dovremmo incontrare ancora faccia a faccia. Come mi ha detto recentemente uno dei miei studenti (io sono troppo vecchio per conoscere queste cose di prima mano): “il cyber sex è freddo, vuoto, realmente freddo”.

Infine non voglio evitare Artaud e il suo “teatro della crudeltà” (Susan Sontag che è appena deceduta, era la più grande critica Americana della mia generazione, e il suo capolavoro, secondo me, è stato la sua lunga e brillante introduzione all’opera di Artaud). Ma cosa significa nel 2005 svelare la crudeltà del mondo? Mostrare la bizzarra combinazione di sadismo e sentimentalismo lezioso che costituiscono il cuore della cultura di massa? Significa confrontarsi con la morte e la sofferenza di bambini a ogni fluttuazione internazionale dei tassi d’interesse? L’abisso morale è senza fondo, ed Artaud, certo, è impazzito a causa della sua innocenza ed onestà. Ciò che mi preoccupa più profondamente è che i miei figli mancano di acutezza morale o di capacità di comprensione della violenza della vita di tutti i giorni, anzi sono sopraffatti dalla sua immensità. Ciò di cui hanno bisogno – e trovo una gran difficoltà a fornirglieli – sono esempi convincenti che dimostrano che la gente comune può e deve cambiare la storia, prima che questo tragico pianeta diventi un vasto deserto.

Carmen Lorenzetti: Di che cosa trattano le tue ultime ricerche?

Mike Davis: Ho appena finito Monster at Our Door (New Press), che prende in esame la geografia politica (il business agricolo, la “rivoluzione del bestiame”, il commercio di carne selvatica, la crisi della salute pubblica globale, l’iperurbanizzazione, ecc. ecc.) sullo sfondo della minaccia dell’endemico virus globale dei polli. Ho anche quasi finito Planet of slums (Verso Ed.): una verifica della povertà urbana globale e un’analisi della politica sui poveri. Il mio progetto principale tuttavia è costituito da Heroes in the Hell, (Metropolitan Books): sulla storia e l’”economia morale” del terrorismo rivoluzionario, dalla Russia populista alle Brigate Rosse. Quest’ultimo libro violerà certamente l’Atto Patriottico per le mie non nascoste simpatie e per le sue conclusioni

Ringraziamo gli amici di Cyberzone per averci concesso di ripubblicare questo testo