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Nero

18 Giu 2006 16:01

“Non mi piaceva lo spuntar del giorno, perché da molto tempo non avevo che risvegli da condannato a morte. Non amavo neppure il crepuscolo, che annunciava le tenebre che mi paralizzavano di terrore nella mia solitudine.” (Léo Malet, La vita è uno schifo)

di Roberto Laghi
- Nero. Come un buco che risucchia l’esistenza. Nero come la menzogna. Nero come l’odio che nasce dalle viscere. Nero come una vita impossibile da vivere.
Nero come gli stivali della polizia. Nero come il piombo. Nero come Petrolio. Nero come gli schiavi necessari.
Nero come mettersi di fronte allo specchio, osservarsi, ritrovare i propri lineamenti, i proprio occhi. E nonostante questo, non volersi riconoscere. Perché La vita è uno schifo.
Nero come il male. Noir. L’impossibilità di un’altra scelta, l’impraticabilità di ogni scelta. Il desiderio fallibile e fallito di un’esistenza normale. Nero come l’inchiostro stampato sulle pagine di carta leggera, nere le parole che ti si aggrovigliano addosso. Come un Nodo alle budella. Nero come tutte quelle storie che non vediamo, che non vogliamo vedere, che schiviamo ogni istante, ma che ci passano accanto ogni giorno, in strada.
Nero come le voci che ci dicono che Il sole non è per noi. Nero perché non è in televisione, dove ci piace vederlo, a distanza asettica. Nero che sui libri ci avvince, ma poi ne esce e rimane memoria. Nero come una fuga oltre, verso il reale.
Nero come la Colt che butta fuoco. Nero come la notte in cui Léo Malet scrive pagine su pagine, in veglia continua alimentato dalle voci dei personaggi e da una pastiglia ogni cinque ore che lo tiene sveglio.
Nero come il fumo dei pozzi in fiamme. Nero come il futuro che non c’è.
Romanzo noir come eversione. Racconto nero come testimonianza della vittima. Vittima di esistenza. L’opposizione al male commettendo il male. L’epica della sconfitta. Nero come un gusto forte che non si riesce a mandare giù. Nero come un coagulo.
Nero come blindati schierati. Nero come il ferro, l’arma brunita che esplode colpi. Nero come la lotta. Nero come il desiderio più sincero di purezza. Nero come la tolleranza zero. Nero come la paura della diversità. Nero di clandestinità.
Nero come Eros e Thanatos. Nero come la rivolta dell’artista. Nero come il fato che cade sui suoi personaggi. Nero come il cinismo. Nero come l’assenza di redenzione. E l’assenza di giustizia. Nero come gli angoli scuri di ogni città. Nero come l’incubo. Il nero della sconfitta. Il nero degli occhi di Jean Fraiger. Il nero degli abiti di Johnny Cash. Il nero del ragionare sul presente e narrarlo in poesia. Nera. Il noir non è territorio di pietà né buoni sentimenti.
Il nero è quello che viene fuori quando chiudiamo gli occhi, che lo vogliamo vedere o no. Nero è lutto. Significa che qualcosa, nei nostri conti puliti, non è girato giusto. Nero è quel qualcosa che è sfuggito via. Sull’asfalto. Nero perché porta il lutto di chi sta sotto, di chi soffre, di chi non riesce a scorgere il sole. Di tutti quelli che non vogliamo vedere.

(Questo testo prende liberamente ispirazione da realtà, libri, musica e parole. Tracce: Léo Malet, Trilogia nera, Fazi Editore; Lello Voce, Lai del ragionare caotico [blacklai], in Fastblood, Absolute Poetry; Johnny Cash, vita e opere)

Originariamente apparso sul settimanale Sette sere del 27 maggio 2006