Meccanismi e strategie dell'informazione nella costruzione del nemico e del conflitto. Precedenti e caso Iraq.
di Fulvio Grimaldi - Fonte: http://www.lernesto.it/
La guerra dei Sei Giorni
Era il giugno 1967. Allo scoppio della guerra dei Sei Giorni tra arabi e
israeliani, con pochissime eccezioni l'opinione pubblica, fortemente
condizionata da media che subivano la pressione dalla lobby ebraica e
riflettevano il profondo senso di colpa e di compassione nei confronti dei
sopravvissuti all'olocausto, era convinta delle buone ragioni degli israeliani,
"aggrediti da un oceano arabo e minacciati di essere ributtati in
mare". L'esperienza di chi scrive, inviato per Paese Sera, e della
maggioranza dei corrispondenti, fu diversa e vide il confronto impari tra un
esercito che già allora, rifornito di tutto dagli USA, spazzava via armate
arabe sottoarmate e sottoequipaggiate e ulteriormente indebolite da vent'anni di
lotta anticoloniale. La formula del premier israeliano, Golda Meir, di "un
popolo senza terra per una terra senza popolo" fu smentita dalla comparsa
del popolo palestinese e dalla graduale conoscenza di un terrorismo ebraico che
ne aveva ridotto di due terzi, a forza di villaggi dinamitati ed espulsioni di
massa, la presenza demografica. Fu la prima volta che la televisione, non ancora
rigorosamente controllata, partecipo' a un evento bellico e ne riferì con
relativa onestà. Il risultato fu una progressivo, seppur sempre parziale,
limitato essenzialmente alle sinistre, rovesciamento del giudizio su torti e
ragioni del conflitto israelo-palestinese.
L'Irlanda del Nord
Un processo analogo ebbe luogo negli stessi anni a proposito della guerra
imperialista contro la libertà e l'autodeterminazione dei popoli indocinesi,
provocando un movimento mondiale di solidarietà che s' allargò a comprendere
la contestazione degli assetti di potere, politici, sociali e culturali
esistenti. La lezione di questi sviluppi fu appresa per primi e molto
rapidamente dai britannici in Irlanda del Nord, dove l'antagonismo, inizialmente
pacifico, delle comunità cattolico-repubblicane verso il dominio e l'apartheid
di protestanti e unionisti, nel ruolo proconsolare del colonialismo di Londra,
venne rappresentato come un irrazionale scontro confessionale e,
successivamente, all'atto della lotta di liberazione, come terrorismo tout
court. L'esempio più rappresentativo della deformazione politico- mediatica di
quel conflitto si ebbe a Derry, in occasione della "Domenica di
sangue" del 30 gennaio 1972. Fui, insieme a un fotografo francese, unico
testimone di quella strage a sangue freddo. Per la prima volta dal dopoguerra,
in un'occasione di portata storica e di rilievo internazionale, ai giornalisti
fu preventivamente inibita la presenza all'evento. Cavalli di frisia, cancellate
e reparti militari bloccarono l'intera zona. Giornalista povero, avevo avuto la
fortuna di trovarmi già all'interno del ghetto, ospitato non negli alberghi del
centro, ma da una famiglia cattolica. Ciò mi permise di assistere allo
svolgersi degli eventi e di documentarli, dall'inizio del corteo di 20.000
cittadini inermi, alla conclusione dell'assalto da parte di un battaglione di
parà britannici che, senza la minima provocazione, falciarono a fucilate 14
cittadini innocenti in fuga e ne ferirono altri 16. Nel tg della BBC alle 18 di
quel giorno, comandanti su piazza e ministri del governo di sua maestà
affermarono che i militari erano stati attaccati, prima da hooligans (teppisti)
e, successivamente, con le armi da "terroristi" dell'IRA. Una versione
confermata per 25 anni, nonostante i miei documenti audiovisivi e centinaia di
testimonianze oculari, da tutti i media, da una commissione d'inchiesta, dalle
autorità. Fu solo l'ostinazione della comunità di Derry, che non smise di
invocare e documentare la verità, che Tony Blair fu costretto nel 1997 a
decidere una nuova inchiesta, tuttora in corso e in via di insabbiamento. Credo
che la mistificazione di "Bloody Sunday" abbia segnato una svolta
radicale nel controllo dell'informazione da parte delle "Grandi
Democrazie".
Prima guerra del Golfo e Jugoslavia
Si trattava, fino ad allora, a prescindere dagli agenti tradizionalmente
infilati nelle redazioni e nelle case editrici, eminentemente di una
subalternità fisiologica - non senza "giri di valzer" di qualche
firma autorevole - garanzia di credibilità per l'impostazione tendenziosa - dei
grandi media al potere costituito, elargitore di pressioni, ma anche di prebende
e prestigio. Successivi perfezionamenti tecnico-politici del meccanismo di
oscuramento e intossicazione furono applicati nella Guerra del Golfo del '91,
con inviati ristretti nelle basi USA sparse per la Penisola Arabica che,
indecorosamente, accettarono di riecheggiare i briefing quotidiani del
portavoce, o comandante alleato, di turno, e poi in Somalia, in Jugoslavia e in
Afghanistan. In questi casi si mise in moto, in modo più scientifico e
massiccio che in passato, la demonizzazione preventiva dell'avversario (già
sperimentata nei confronti di nemici come Fidel, o Ho Ci Min), principalmente
nella sua leadership, ma anche relativamente a un'intera popolazione
"storicamente tarata dalla sopraffazione e dalla violenza
nazionalista". Le smentite documentate circa i "tesori" di
Milosevic, la sua "dittatura" e una pulizia etnica cui si arrivò ad
attribuire 400.000 vittime albanesi kosovari (così, ancora giorni fa, Giovanna
Meandri), rimasero schiacciate in ambiti di ricerca specialistica e permettono
tuttora a un D'Alema di vantarsi dell'"intervento umanitario". Il dato
di 2800 morti di tutte le etnie nel corso della guerra civile kosovara e di 78
giorni di micidiali bombardamenti sui civili, e di nessuna fossa comune
reperita, non emerse in Italia che in una pagina interna, a taglio basso,
dell'Unità. Persistono tuttora le fandonie circa gli attentati al mercato di
Sarajevo (attribuite ai serbi, ma provate dall'ONU come opera di Izetbegovic), i
lager serbi (costruiti dall'emittente ITN), Sebrenica (massacro operato da bande
musulmane in competizione), in gran parte diffuse da un corpo di 50 giornalisti
delle maggiori testate riuniti a Bruxelles e imbeccati quotidianamente dal
portavoce Nato Jimmy Shea.
La nuova aggressione
In vista della nuova aggressione nel Golfo, furono riattivate le agenzie di
disinformazione al soldo del Pentagono, come la Ruder & Finn, o la Hill&
Knowles, già operanti, sul libro paga del Pentagono, del Kuwait, di Pristina,
nella prima guerra (con storie come quella dei bambini kuweitiani strappati alle
incubatrici dagli invasori iracheni e gettati per terra a morire, raccontata
piangendo da una presunta infermiera testimone, che risultò essere la figlia
dell'ambasciatore del Kuwait a Washington, mai mossasi da lì). Ma si provvide
negli USA a inserire nel lavoro anche le istituzioni. Al Pentagono fu affidato
il compito maggiore, con suoi "esperti" collocati presso le redazioni
dei maggior media, a controllo della "linea", degli intervistati e dei
servizi in arrivo; con la convocazione, dopo l'11 settembre, dei direttori ed
editori presso Condoleeza Rice, Consigliera per la Sicurezza Nazionale, per
ricevere intimazioni di obbedienza e conformità con le direttive
propagandistiche del governo, in particolare sulla versione ufficiale degli
attentati e del fenomeno terrorismo; con l'istituzione dell' "Ufficio di
Influenza Strategica" presso il Pentagono, incaricato di diffondere
posizioni ed "invenzioni" in armonia con gli obiettivi politici e
strategici della mobilitazione "antiterroristica" e della "guerra
permanente e, se del caso, preventiva". Ufficio poi formalmente abolito su
proteste di settori liberal, ma subito riattivato informalmente da Rumsfeld. Ai
giornalisti angloamericani presenti a Baghdad fino a poco prima
dell'aggressione, veniva intimato dal governo di andarsene. Solo agli
assolutamente allineati fu consentito di restare, insieme a pochi europei,
asiatici e latinoamericani. Tra questi Peter Arnett che, coerentemente, fu
cacciato non appena si azzardò a dire alla Tv nemica, non ancora obliterata
nonostante i ripetuti missili, che la guerra era stata fin lì un sostanziale
fallimento. Gli altri si ebbero le cannonate dei carri statunitensi, non appena
questi furono a tiro dell'Hotel Palestine, sede nota e ufficiale del corpo
giornalistico presente a Baghdad. Analogo avvertimento venne somministrato a un
gruppo di siriani, futuri "terroristi" da abbattere, e
all'ambasciatore russo, ferito nel convoglio che lo portava in Siria, per
l'avversione mostrata da Mosca per aggressione e protettorato coloniale USA,
subito qualificato dal coro degli embedded "errore collaterale" o,
più probabilmente, "sparatoria irachena". Dodici erano stati i
giornalisti uccisi, tutti dagli angloamericani, alla terza settimana di
invasione. Nessuno da parte irachena e, senza voler essere particolarmente
benevoli, a noi inviati a Bagdad risultarono sistematicamente più veritiere le
notizie fornite, pur tra fiumi di retorica, dai portavoce iracheni che quelle
provenienti dal Generale Brooks a Doha.
E' dal meccanismo costruito dal governo statunitense che si andavano diffondendo le "informazioni" relative alla natura perversa del regime di Baghdad, alle sue armi di distruzione di massa, alle camere di tortura scoperte, agli stupri ed eccidi testimoniati, ai suoi collegamenti con Al Qaida (da sempre nemico mortale del laico Saddam, oltrechè creatura dei servizi USA), lubrificanti di un'aggressione che avrebbe mutato l'assetto giuridico, strategico, politico e morale, non solo dell'Iraq, del mondo. Ogni imputazione veniva decontestualizzata e quindi falsata. Assenza di democrazia di tipo occidentale, sì, controlli sociali severi, repressione, ma anche un forte progresso sociale ed economico. Regime monopartitico e liquidazione della secessione curda, vero, ma dimenticando l'iniziale struttura multipartitica di uno Stato che era stato guidato dal 1968 al 1979 (guerra con l'Iran) da una coalizione con il Partito Arabo Socialista Baath, il Partito Comunista e il Partito Democratico Kurdo; o, ancora, l'autonomia e l'autogoverno concesso al Kurdistan.
Bersagli a sinistra. Alla denuncia dell'indiscutibile carattere dittatoriale del potere iracheno, si accostavano i "benevoli" regimi degli sceiccati ed emirati vicini, fondati sulla schiavitù, lo sfruttamento e addirittura privi di voto e di esistenza politico-culturale delle donne. Giornalisti "di rango" erano pronti a immettere il loro fiato nelle trombe della "guerra preventiva" e dell'"esportazione della democrazia". Ridicolizzate e definite fantocci del regime furono personalità come Dennis Halliday o Hans von Sponeck, rappresentanti di Kofi Annan per la gestione degli aiuti alimentari, che avevano definito il sistema statale di distribuzione gratuita di viveri al 70% della popolazione come uno dei più efficienti e meno corrotti della loro esperienza (a questo proposito vale la pena ricordare un'esperienza personale con l'allora direttrice del TG3, Lucia Annunziata, appassionata propalatrice di efferatezze irachene, che, alla mia proposta di corrispondenze da quel paese nel 1997, mi intimò pubblicamente di non mostrare l'ombra di un bambino sofferente, o morto per via dell'embargo, o dell'uranio, "per non rischiare di criminalizzare l'Occidente").
Mirata soprattutto ai settori della sinistra, suscettibili di osteggiare l'aggressività imperialista contro la sovranità degli Stati e di ribadire il concetto giuridico per cui spetta solo al popolo interessato, e non ad interventi esterni, decidere sulla natura del proprio governo, si insisteva su veri o supposti, documentati o smentiti crimini del regime. Forse i curdi furono gassati a Halabjeh da Saddam, ma secondo i giornali del '88 e, oggi, secondo il capo-analista CIA della guerra Iraq-Iran, Stephen Pellettier (vedi il New York Times del 31 gennaio scorso), forse sono state le truppe iraniane. Varrebbe la pena di approfondire, anche per dare maggiore affidabilità a una denuncia non inquinata da voracità petrolifera.
Quanto ai curdi, che Khomeini aveva sanguinosamente represso in Iran, ma ai quali aveva promesso l'indipendenza in caso di vittoria sull'Iraq, iniziarono, con formazioni minoritarie ma sostenute dagli USA (il fondatore del Partito Democratico Kurdo, Mustafa Balzani, morì negli USA, pensionato della CIA), un processo di secessione che fu affrontato dall'esercito regolare, non meno di quanto successe in Kosovo tra UCK e Belgrado. Fu repressione durissima. Ma, come in Kosovo tra Rugova e UCK, la maggior parte di vittime si ebbero negli scontri intertribali tra Partito Democratico Kurdo, Unione Patriottica Kurda, altre formazioni tribali in conflitto per l'egemonia nella regione, per i profitti da petrolio e per la benevolenza statunitense.
La questione comunista
Nel 1979, allo scoppio del conflitto Iraq-Iran, il PCI, al potere nel Fronte
Nazionale di Baghdad, si spaccò in due fazioni: una considerò opportuno, per
motivi geopolitici e per contenere il contagio islamista nella repubbliche
asiatiche dell'URSS, schierarsi con Khomeini e andò addirittura a combattere
con gli iraniani. L'altra fu sì estromessa dal governo e andò in esilio a
Damasco, ma ha poi ripreso il dialogo con Baghdad e molti suoi dirigenti e
militanti erano tornati in patria per combattere l'invasore, "nemico
principale". Un numero imprecisato di capi della fazione pro-iraniana
furono catturati, processati e giustiziati. Ne discende che oggi abbiamo i
comunisti legati al Congresso Nazionale Iracheno di Shalabi, con sede a Londra,
ma anche quelli che, tra l'8 e il 9 febbraio a Parigi, hanno partecipato al 2°
congresso della Coalizione Nazionale Irachena che raggruppa, oltre al Movimento
Nazionaldemocratico Comunista, guidato da Ahmed Karim, altre formazioni
progressiste e patriottiche irachene, come i nasseriani, i socialisti, il
Partito per la Giustizia e la Riforma, il Consiglio Beduino Iracheno, il Partito
Nazionale Arabo, il Partito Verde e il Partito della Pace. Il leader del
raggruppamento, Abdel Jabaar al Kubaysi, dell'ala sinistra del Baath, prima
dell'aggressione stava negoziando un accordo con le autorità di Baghdad per una
lotta comune contro il nemico imperialista e per una riforma in senso
multipartitico e democratico delle istituzioni irachene.
Embedded, "a letto con i militari"
Delle menzogne relative alle motivazioni per l'aggressione in corso, armi di
distruzione di massa, terrorismo, rapporti con Al Qaida, ha dato ampiamento
conto, per ultimo, l'imbarazzante esibizione di Colin Powell il 5 febbraio
all'ONU, nonché il falso dossier sugli armamenti iracheni del premier
britannico, copiato da una vecchia tesi di laurea. Più difficile risulta
contrastare l'oceanica ondata di deformazioni e bugie che vengono fatte
scaturire dal campo di battaglia ad opera dei comandi angloamericani e dei loro
corifei nei media occidentali, in particolare dai giornalisti definiti senza
vergogna embedded, cioè "messi a letto" con i reparti: le avanzate
della coalizione che poi risultano sempre nella stessa posizione, le conquiste
delle città perennemente in mano irachena, i bombardamenti su obiettivi
militari che fanno carneficine di civili, o colpiscono infrastrutture vitali
come depositi di viveri o impianti elettrici e di potabilizzazione, gli iracheni
che massacrano la propria gente travestiti da militari USA, i missili di Baghdad
che ricadono sui mercati, i "ritrovamenti" delle famose armi chimiche
sfuggite a 10 anni di ispezioni. Un classico alla Timisoara, dove "2000
vittime di Ceausescu" erano vecchie salme estratte dagli obitori e dai
cimiteri a beneficio delle telecamere, è stato la scoperta vicino a Baassora,
da parte dei britannici, di un capannone pieno di bare con scheletri ed
elencazioni. Gli embedded fecero la loro parte strillando al ritrovamento delle
vittime della dittatura, soverchiando la notiziola che, come confermato da
Teheran, si trattava di salme di soldati iracheni e di prigionieri della guerra
'80-'88, restituite pochi mesi prima. Un cinismo del falso che raggiunge il
vertice nella pelosa commiserazione delle famiglie sterminate ai posti di
blocco, che, però, "si erano avvicinate in modo sospetto", o "si
trovavano ahimè sulla linea del fuoco". Giornalisti che, a Bagdad
occupata, avvallano l'allestimento da parte degli americani di ovazioni per le
truppe occupanti, che tutti potemmo scoprire urlate da giovanotti cui si erano
rifilati 10 dollari a testa, in una città chiusa in se stessa, fredda, se non
dichiaratamente ostile. E poi i saccheggi, i linciaggi, illustrati
doviziosamente come segno della teppistica barbarie degli indigeni, tacendo come
fossero i militari invasori a tollerarli, se non a incoraggiarli, per consentire
agli "embedded" di illustrare lo sfacelo istantaneo dell'odiato
regime. Mentre neanche un'immagine di bambini squartati dalle bombe a grappolo,
del bambino cui avevano strappato entrambe le braccia e sterminato i dodici
famigliari, delle efferate stragi nei mercati affollati, della dissacrazione
bombarola di moschee. Segno di un razzismo di fondo della stessa caratura di
quello, ontologico, che costituisce la Weltanschaung della banda Bush-Sharon.
"Uragani di incongruenze, contraddizioni, menzogne, di pura e semplice
propaganda del regime imperiale, prodotta da servi, vassalli, nani e ballerine
televisive si abbattono sulle popolazioni del mondo intero". Così
Giulietto Chiesa.
Come a Belgrado, come a Ramallah, come a Kabul e poi a Bagdad la televisione Al Jazira, tra i primi obiettivi obliterati sono stati la radiotelevisione degli aggrediti, o degli imparziali e i centri di comunicazione. E fu fatto di tutto per impedire a giornalisti "incontrollati" di raggiungere Baghdad. Personalmente, nel percorrere i 400 km tra la capitale e il confine giordano, ho contato dopo due settimane 38 vetture, tra auto, fuoristrada e pullman, in arrivo da Amman distrutti da missili, con un imprecisato numero di vittime, tra cui anche scudi umani statunitensi. Ne Sharon, né Bush desiderano avere ancora tra i piedi quei rompiballe dei volontari della pace: vanno eliminati e, dunque, scoraggiati a fucilate, missili, o ruspe. Per due volte su questo tratto, la mia vettura, guidata da un indimenticabile ragazzo iracheno di nome Mehmet, si è vista sfiorare da un missile infilatosi al lato della strada e il cui spostamento d'aria ci ha buttati nel fosso.
Le vittime non devono aver voce. Spetta al movimento antimperialista e democratico internazionale ridargliela, sottraendosi a ogni subalternità ai grandi media. A partire dal rifiuto di cadere in trappole "civiliste", come l'inaccettabile accostamento tra combattenti che si immolano nella difesa del proprio paese dagli invasori, e Osama bin Laden. Anche ricordando quella che hanno denunciato e documentato tante serie ricerche statunitensi: la contiguità tra i Bin Laden e i Bush (tra l'altro in una delle multinazionali della ricostruzione, il Gruppo Carlyle) e i misteri neanche tanto misteri di un 11 settembre che ha fornito al gruppo integralista di Washington il lasciapassare per tentare la lungamente programmata sottomissione del mondo e l'eliminazione dei "popoli di troppo".
Resta da constatare come, tuttavia, il mastodontico apparato di controllo dell'informazione e formazione sviluppato dagli USA in trent'anni di aggressioni imperialiste, abbia potuto stavolta essere messo in crisi dal manipolo di coraggiosi e sufficientemente onesti che hanno resistito ai missili a Baghdad, nonché dalla stessa grossolanità delle falsificazioni angloamericane. Crisi determinata soprattutto dalle immagini "proibite" di Al Jazira sulle carneficine di vittime civili e partigiane, che la TV del Qatar ha calcolato in decine di migliaia (e che le è costata la sede di Bagdad e due vittime), e anche dall'emergere di un circuito alternativo di ricerca e comunicazione, con fonti professionalmente di altissimo livello, soprattutto, guarda un po', negli Stati Uniti.