“L’ultimo Taboo”. Anteprima da “Freedom Next Time”, il nuovo reportage di John Pilger
17 Giu 2006 18:39
Traduzione di Milena Furini per Information Guerrilla
Fonte: MediaLens
E’ appena stato pubblicato il nuovo libro di John Pilger, “Freedom Next Time” (Bantam Press, 2006): con capitoli dedicati a Diego Garcia, alla Palestina, all’India, al Sudafrica e all’Afghanistan, è insieme un’accusa devastante contro il brutale potere statale-corporativo e un resoconto incoraggiante di come le persone in tutto il mondo stiano sfidando tale potere.
In una recensione recente del libro, Mark Curtis ha scritto sul Guardian: “La sfilza di interviste alle vittime e a coloro che non hanno voce in capitolo costituisce un’indispensabile correttivo alla litania di disinformazione che ci viene propinata dai mezzi di comunicazione”.
La parte dedicata alla Palestina – “L’ultimo Taboo” – è il pezzo più incisivo, sentito e coraggioso in assoluto che si sia sentito su tale argomento. E’ l’antidoto in 100 pagine a ciò che l’ex corrispondente della BBC per il Medioriente, Tim Llewellyn, ha chiamato “la tirannia della falsa equivalenza” nella copertura mediatica. Questo è davvero giornalismo da leggere.
Abbiamo chiesto a John Pilger di poter pubblicare il toccante brano qui di seguito ed egli ha accettato molto volentieri. Consigliamo senza riserve ai nostri lettori questo estratto e l’intero libro.
La redazione di Medialens
L’ULTIMO TABOO
Il poeta palestinese Mohammud Darwish, un oppositore degli attentati di qualsiasi genere contro i civili e una voce decisa in favore della coesistenza israelo-palestinese, ha scritto: “…Il popolo palestinese è innamorato della vita. Se gli diamo una speranza – una soluzione politica – la smetteranno di suicidarsi”. Di seguito alcuni versi dal suo poema “Martyr” (Martire):
Amo la vita
sulla terra, tra i pini e gli alberi di fico
ma non posso raggiungerla, così ho preso la mira
con l’ultima cosa che mi apparteneva. (1)
Per Rami Elhanan, disegnatore grafico israeliano, il sacrificio da parte di un Palestinese de “l’ultima cosa che mi apparteneva” ha significato la morte della figlia quattordicenne Smadar. C’è una videocassetta di Smadar, che la riprende in casa, difficile da guardare: suona il pianoforte di famiglia mentre piega indietro la testa e ride. Ha i capelli lunghi, ma li aveva tagliati un mese prima di morire. “Era il suo modo di affermare la propria indipendenza” mi ha confidato Rami con un sorriso. “I suoi fratelli la prendevano sempre in giro perché era una studentessa modello. Ma lei sapeva ciò che voleva. Voleva diventare medico e amava danzare.” (2)
Il pomeriggio del 4 settembre 1997, Smadar e la sua migliore amica, Sivane, avevano le audizioni per l’ammissione ad una scuola di danza. Smadar la mattina aveva avuto una discussione con la madre, Nurit, la quale era preoccupata al pensiero che la figlia andasse nel centro di Gerusalemme a comprare i libri per la scuola. “Ero preoccupata per l’aumento di attentati suicidi” ha detto Nurit. “Ma non volevo litigare così l’ho lasciata andare”.
Rami era in auto quando ha acceso la radio alle tre del pomeriggio per ascoltare il notiziario e ha sentito la cronaca di un attacco kamikaze nel centro commerciale Ben Yehuda. Tre Palestinesi erano entrati in mezzo alla folla e si erano fatti esplodere. C’erano quasi duecento feriti e diverse vittime. Nel giro di qualche minuto il cellulare di Rami ha squillato. Era Nurit, in lacrime. Aveva ricevuto la chiamata di un amico del figlio, che aveva visto Smadar entrare nel centro commerciale Ben Yehuda poco prima che le bombe esplodessero. Rami e Nurit hanno vagato per ore da un ospedale all’altro, cercandola. “Alla fine” ha detto Rami “un poliziotto ci ha delicatamente consigliato di andare sul luogo dell’attentato e lì, ci hanno indicato un obitorio”. (3)
La loro “discesa nelle tenebre”, come la chiama Rami, è stata anche l’inizio di un’ispirata campagna per la pace. Non ho mai incontrato uno come Rami e l’intervista che gli ho fatto nel luminoso salotto della sua casa a Gerusalemme mi ha profondamente commosso. A volte, la soluzione di problemi apparentemente inaffrontabili politicamente sembra a portata di mano quando c’è un Rami Elhanan che, completamente assorbito da essi, dice l’indicibile.
“E’ doloroso rendersi conto, ma in realtà è piuttosto semplice” ha detto. “Non c’è una differenza morale di fondo tra un soldato al posto di blocco che ferma una donna che sta per avere un bambino, causandole la perdita del bambino, e l’uomo che ha ucciso mia figlia. E proprio come mia figlia è stata una vittima [dell’occupazione], così lo è stato lui”.
Sullo scaffale alle sue spalle c’era una foto di Smadar a cinque anni, che teneva in mano un cartello. “Cessate l’occupazione” diceva. Rami la chiama “una figlia della pace”. I suoi genitori sono stati cresciuti credendo che la fondazione di Israele come focolare nazionale ebraico fosse un atto di auto-preservazione. Il padre di Rami era sopravvissuto ad Auschwitz. I suoi nonni e sei tra zie e zii sono morti nell’Olocausto. Il padre di Nurit, Matti Peled, generale, è stato un eroe della guerra del 1948. Rami lo descrive come “uno dei veri pionieri della pace con i Palestinesi”. E’ stato tra i primi Israeliani a visitare Yassir Arafat in esilio in Tunisia. Nurit stessa ha vinto in il premio per la pace del Parlamento Europeo.
Rami ricorda la sua “presa di coscienza della verità di cui non osiamo parlare” quando era un giovane soldato di leva nell’esercito. C’era appena stata la guerra del 1967 e non era stato, ha detto, l’”intervento di Dio”, come essa era descritta in Israele, specialmente tra i “coloni”, che avevano costruito le loro roccaforti illegali sulle terre appena occupate. [Rami] la descrive come “l’inizio di un cancro al cuore d’Israele”. Più tardi, come soldato nella guerra dello Yom Kippur del 1973, ha detto di aver realizzato che “Anch’io avevo le mani insanguinate”.
Rami e Nurit sono tra i fondatori del Circolo dei Genitori, alias Famiglie delle Vittime per la Pace, che mette insieme famiglie israeliane e palestinesi che hanno perso i perso i propri cari, inclusi i famigliari dei kamikaze. Insieme, organizzano campagne di sensibilizzazione ed esercitano pressioni sui politici perché intraprendano negoziati seri. Quando ho incontrato Rami, avevano appena sistemato mille bare davanti al palazzo dell’ONU a New York, ognuna di esse avvolta in una bandiera israeliana o palestinese. “Il nostro scopo” ha affermato “non è dimenticare o perdonare il passato, ma trovare il modo di convivere”.
Gli ho chiesto: “Come riesce a separare il sentimento di rabbia che deve aver provato come padre che ha perso la propria figlia, dalla volontà di superare tutto ciò?”
“Molto semplice. Sono un essere umano, non un animale. Ho perso una figlia, ma non la testa. Pensare e agire d’istinto non fa altro che alimentare un circolo vizioso macchiato di sangue. Bisogna pensare: i nostri due popoli sono qui e ci rimarranno; nessuno dei due si volatilizzerà. Dobbiamo trovare un qualche compromesso. E lo si fa con la testa, non con l’istinto”.
“Ha preso contatti con i genitori del kamikaze che ha ucciso sua figlia?”.
“C’è stato un tentativo. Qualcuno voleva girare un film sull’episodio ma non m’interessava. Non sono pazzo; non dimentico, non perdono. Chiunque uccida bambine è un criminale e dovrebbe essere punito ed entrare in contatto con chi mi ha fatto un torto così grave non è il punto. Perciò vede, a volte devo combattere contro me stesso, per fare ciò che sto facendo. Ma so che ciò che faccio è giusto. Capisco certamente che il kamikaze è stato una vittima proprio come lo è stata mia figlia. Sono sicuro di questo”.
“Ha preso contatti con i genitori di altri kamikaze?”
“Si. Contatti molto calorosi e incoraggianti”.
“Qual è il punto di tutto ciò?”
“Il punto è portare pace, e non fare domande. Anch’io ho le mani insanguinate, come dicevo. Ero un soldato dell’esercito israeliano… se si scava nelle vicende personali di ognuno di noi, non si raggiungerà la pace, nasceranno altri contrasti e altre accuse. Domani andrò a Hebron, ad incontrare i famigliari di vittime palestinesi. Essi sono la prova vivente della volontà della controparte di raggiungere la pace con noi”.
“Non è un po’ diverso il clima generale in Israele?”
“Ho un amico che dice che ciò che sto facendo è come prendere acqua dall’oceano con un cucchiaio. Noi [nel Circolo dei Genitori] siamo molto pochi, è vero, e il mondo è governato da persone molto stupide: anche questo è vero. Mi riferisco al Presidente degli Stati Uniti e al mio stesso Primo Ministro. Prendere la parola “terrorismo” e costruire tutto intorno ad esso, come fanno loro, implica solo più miseria, più guerra, più incidenti, più attentati suicidi, più vendette, più punizioni. E dove si va a finire? Da nessuna parte. Il nostro obiettivo è sottolineare l’ovvio. George Washington era un terrorista, Jomo Kenyatta era un terrorista, Nelson Mandela era un terrorista. Terrorismo significa qualcosa solo per i deboli e per chi non ha scelta, e nessun altro mezzo”.
“Cosa bisogna fare per porre fine a queste sofferenze?”
“Dobbiamo cominciare contrastando l’ignoranza. Io vado nelle scuole e tengo lezioni. Spiego ai bambini com’è cominciato il conflitto chiedendo loro di immaginare una casa con dieci stanze dove Maometto e la sua famiglia vivono in pace. Poi, in una notte tempestosa, qualcuno bussa alla porta, e fuori c’è Mosè con la sua famiglia. Sono malati, affranti e malandati. “Mi scusi” dice, “ma un tempo io vivevo in questa casa”. Questo è l’intero conflitto arabo-israeliano in un fotogramma; e io dico ai bambini che i Palestinesi hanno rinunciato al 78% del paese che erano certi appartenesse loro, perciò gli Israeliani dovrebbero rinunciare al 22% di ciò che era rimasto [dopo la guerra del 1967]”.
Rami mostra agli studenti le cartine delle terre offerte da Ehud Barak a Yassir Arafat a Camp David, prima che il “processo di pace” collassasse. Le cartine mostrano che alcune parti della Cisgiordania sarebbero state precluse ai Palestinesi e mantenute per i coloni israeliani. “Questo era il segreto più grande” ha confidato “perché Barak non ha mai permesso che fosse stilata alcuna mappa ufficiale. Stava proponendo qualcosa che i Palestinesi non avrebbero accettato, che non potevano accettare, e lui lo sapeva”.
“Che tipo dei reazioni riesce a suscitare: nelle scuole, nell’ambito di manifestazioni pubbliche?”
“Guardo le facce dei bambini quando mostro loro le cartine e dico loro che un tempo noi possedevamo il 78% e i Palestinesi il 22%, e che questo è tutto ciò che i Palestinesi chiedono ora, e vedo l’ignoranza scemare. Sa, in Israele, le persone che ha hanno perso un parente sono considerate sacre. La gente deve loro rispetto perché esse hanno pagato un prezzo. Quel rispetto mi è dovuto, ma ovviamente ci sono persone che non vogliono ascoltare ciò che ho da dire”.
Durante ogni “Giorno di Gerusalemme” – il giorno in cui il moderno stato d’Israele celebra la conquista della città – Rami è sceso in strada con una foto di Smadar e ha cercato di conquistare la gente alla sua missione di pace. Durante l’ultimo Giorno di Gerusalemme, si è posizionato davanti a bandiere incrociate israeliane e palestinesi e la gente gli diceva che era un peccato che non fosse saltato in aria anche lui. “Queste sono le dimensioni del problema”, ha detto.
“Lo rifarai il prossimo Giorno di Gerusalemme?”
“Si, e sarò denigrato e ingiuriato da alcuni, ma so che questa è solo una parte dell’equazione umana: è l’altra parte che dobbiamo risolvere, e io e gli altri genitori stiamo cominciando”.
“Qual è il prezzo pagato da una società che porta avanti un’occupazione?”
“E’ un prezzo insostenibile. La lista comincia con la corruzione morale. Quando non permettiamo a donne incinte di attraversare i posti di blocco, e i loro bambini muoiono, ci siamo ridotti ad animali e non siamo per niente diversi dai kamikaze”.
“Cosa direbbe agli Ebrei di altri paesi, come la Gran Bretagna: gente che sostiene Israele perché sente che deve farlo?”
“Direi che dovrebbero restare fedeli ai veri valori dell’ebraismo e sostenere il movimento per la pace in Israele, non lo stato a tutti i costi. E’ solo la pressione dall’esterno – dagli Ebrei, dai governi, dall’opinione pubblica – che porrà fine a questo incubo. Finchè persiste questo silenzio, questo guardare altrove, questo abuso profano dei nostri critici che ci giudicano antisemiti, non siamo diversi da chi se n’è lavato le mani durante i giorni dell’Olocausto. Non siamo solo complici di un crimine, ma [così facendo] assicuriamo a noi stessi di non conoscere mai la pace ai nostri figli che sopravvivranno di non conoscere mai la pace. Vi chiedo: ha un senso tutto ciò?”
“Ma potrebbero dire che gli Ebrei corrono il rischio di essere spinti in mare dagli Arabi e che Israele deve resistere?”
“Spinti in mare da chi? Siamo la potenza più grande in Medioriente. Abbiamo uno degli eserciti più forti al mondo. Durante quest’ultima operazione [l’attacco di Sharon in Cisgiordania nell’aprile del 2002], abbiamo mandato sei divisioni armate contro circa cinquecento persone armate. E’ stato un gioco. Chi ci spingerà in mare? Chi ha la forza di spingerci in mare?… La vera questione si gioca ogni giorno ai posti di blocco. Il ragazzo palestinese la cui madre viene umiliata la mattina, sarà un kamikaze la sera. Gli Israeliani non potranno mai mangiare e bere sedendo nei loro caffé finché duecento metri più in là gente disperata viene umiliata e i bambini palestinesi cominciano a morire di fame. Il kamikaze non è più di una zanzara. L’occupazione è la palude.
Il Presidente del Circolo dei Genitori è Yitzhak Frankenthal, il cui figlio Arik, soldato di leva, è stato rapito e ucciso da Hamas. La sua generosità d’animo si è rivelata nel suo discorso ad una marcia per la pace a Gerusalemme. “Chi si crede virtuoso e parla di Palestinesi senza scrupoli dovrebbe guardare meglio nello specchio” disse.
[Costoro dovrebbero chiedersi] cosa avrebbero fatto se fossero stati loro a vivere sotto occupazione. Io posso parlare per me, dicendo che io, Yitzhak Frankenthal, sarei indubbiamente diventato un combattente per la libertà e avrei ammazzato più persone possibili dall’altra parte. E’ questa sfacciata ipocrisia che spinge i Palestinesi ad attaccarci senza tregua – il nostro doppio metro di giudizio, che ci permette di esaltare la nostra elevatissima etica militare, mentre gli stessi soldati ammazzano bambini innocenti… Per quanto desideri farlo, non posso affermare che i Palestinesi sono colpevoli della morte di mio figlio. Questa sarebbe una facile scappatoia, perché siamo noi che non vogliamo fare pace con loro, siamo noi che insistiamo a mantenere il controllo su di loro, siamo noi che alimentiamo il circolo di violenza… mi duole ammetterlo. (4)
I dissidenti israeliani sono tra i più coraggiosi che io abbia mai incontrato. Tranne il famigerato Mordechai Vannu, che ha passato 19 anni in prigione, per la maggior parte in isolamento, e che oggi si trova agli arresti domiciliari, quasi tutti coloro che sfidano lo stato di Israele rimangono all’interno della comunità, dove la loro punizione è spesso implacabile. Per molti, essi hanno tradito non solo il loro Paese, ma la loro famiglia e la loro appartenenza al popolo ebraico e la memoria delle vittime dell’Olocausto.
I commessi dei negozi si rifiutano di servirli; gli amici di una vita attraversano la strada piuttosto che rivolgere loro la parola. Senza alcun preavviso, vengono insultati ad alta voce e denigrati – com’è successo a Rami con le sue bandiere.
Al momento della scrittura di questo libro, 635 soldati Israeliani rifiutano di prestare servizio nei territori palestinesi occupati. Centinaia sono stati spediti in galera. Altri hanno rilasciato dichiarazioni pubbliche che hanno preoccupato il regime; si tratta di paracadutisti, ufficiali dell’esercito e membri delle Forze Speciali, Sayerat-Matka. Nel settembre del 2003, 27 piloti dell’aviazione, incluso il Generale Yiftah Spector, un eroe della guerra del 1967, annunciarono il loro rifiuto di compiere incursioni “illegali e immorali su centri abitati da civili”. Sono soprattutto giovani soldati di leva, che devono servire per 3 anni nell’esercito. Il loro gruppo si chiama “Coraggio di Rifiutare”.
Ho passato un pomeriggio con uno di loro, l’ex-Sergente Ishai Rosen-Zvi, un Ebreo ortodosso. Ci siamo incontrati in un parco di Tel Aviv, lontano da occhi indiscreti, e gli ho chiesto cosa l’ha spinto a diventare un “refusenik”. (5)
“Mi ci è voluto più di quanto non voglia pensare. Quando sono arrivato a Gaza con la mia unità, ho visto che ciò che stavamo facendo era orribile, ma ho fatto il mio lavoro; mi sentivo imbarazzato e a disagio, ma ho fatto il mio lavoro. In congedo, a casa, non ne ho mai parlato; somigliavo a Dr. Jekyll e Mr. Hyde. Poi ho capito che ero dalla parte sbagliata del posto di blocco, quel blocco stradale che dovevamo mantenere giorno dopo giorno. La vera storia dell’occupazione è lì, ai posti di blocco. Il lavoro lì è nullo, stai lì intorno e pensi che se potessi telefonare a casa diresti “mi annoio”. Poi cala su di te ciò che questo nulla è veramente. E’ mantenere migliaia di persone nella frustrazione, nell’umiliazione, nella fame, nella rabbia.
“Se lo immagini. Sei lì alle 5 del mattino e vedi i loro occhi – alcuni potrebbero essere mio nonno – e cogli l’umiliazione e la rabbia. Ti viene voglia di prenderli da parte e dire loro “Senti, io sono un bravo ragazzo; non ho niente contro di te”. Ma ovviamente non ha senso. Per loro tu sei l’occupazione. E nessuno ti dà la libertà senza nulla in cambio”.
Dissi “Il governo insiste sul fatto che i posti di blocco ci sono per impedire l’entrata dei Kamikaze”.
“I posti di blocco c’erano 35 anni prima che gli attentati cominciassero. Ci sono per controllare, sempre controllare”.
“I Palestinesi sotto il suo controllo hanno mai voluto discutere di questo con lei?”
“Tu hai il potere, loro no. Tu puoi prendere la loro carta d’identità, quando vuoi, e a quel punto non gli rimarrebbe nulla, perché senza carta d’identità possono essere arrestati in qualunque momento; perciò non rischiano, non discutono, possono anche assumere un atteggiamento deferente, ma non è così dentro di loro”.
“Come la considerano gli altri Israeliani, la gente che incontra tutti i giorni e sanno che lei è un refusenik?”.
“Alcuni mi considerano uno di estrema sinistra, che è curioso, perché io sono un religioso. Secondo loro la questione morale non ha nulla a che fare con tutto ciò, pensano che mi abbia dato di volta il cervello. Uno dei miei amici mi ha detto “Ok, è una guerra stupida, ma è una guerra e dobbiamo combatterla”.”
“E la sua famiglia?”
“Non ne parliamo, o almeno ci proviamo. Mia moglie parla sempre d’altro, perché è troppo complicato…”
“Quindi ha fatto tutto da solo?”
“Si. Sono solo in questo”.
“Che prezzo ha pagato?”
“Non sono per niente un eroe, mi creda. Sono una persona ferita; mi sento ferito quando sono al mercato e qualcuno che non conosco dice “Ho letto sul giornale cos’ha fatto. E’ terribile. Persone come lei stanno rovinando il nostro paese”. E’ come una coltellata e io mi ritrovo impelagato in una battaglia personale nella mia mente e nel mio cuore; come dire…?”
“Vuole dire che deve continuamente darsi delle spiegazioni?”
“Si, si, e non soltanto spiegazioni, devo farmi coraggio. Devo pensare “Ishai, non sei un traditore”. E’ dura dire questo a se stessi, da soli”.
“Cosa direbbe a quegli Ebrei che dall’estero associano le critiche contro Israele all’antisemitismo?”
“Beh, questo è un grande bluff. E’ la peggior propaganda. Gli Ebrei in Gran Bretagna e in tutto il mondo che giocano su questa montatura contribuiscono a mantenere l’occupazione e tutti i suoi orrori. Non dovrebbero prestarsi ad un simile trucco, che infanga la memoria delle sofferenze del popolo ebraico, e servirsene per giustificare l’oppressione di un altro popolo. E’ un’empietà”.
“Cosa vorrebbe dire ai sui compatrioti?”
“Vorrei dire loro che dovrebbero riflettere attentamente sul patriottismo, perché criticare il nostro governo su questa situazione è l’unica azione patriottica che ci è rimasta da fare”.
Note:
1: Citato in “Profile”, The Review, Guardian,8 giugno, 2002.
2: Toomey, Sunday Times magazine,3 marzo, 2002.
3: Ibid.
4: Estratto da un discorso di Yitzhak Frankenthal, Gerusalemme, 27 luglio, 2002. Citato in Guardian, 7 agosto, 2002.
5: Interviewed Tel Aviv, maggio 2002. Per aggiornamenti sui refuseniks, visitare il sito ‘Courage to Refuse’, www.seruv.org.il/defaulting.asp.
Traduzione di Milena Furini per Information Guerrilla - Fonte: MediaLens