LO SCUDO DI PERSEO
La guerra di "media intensità" del Golfo Persico: un paradigma per
gli anni Novanta
di Valerio Evangelisti
Riproponiamo senza modificarne una parola questo saggio che Valerio Evangelisti pubblicò nella primavera del 1991, quando si era appena conclusa la prima guerra degli Stati Uniti contro l'Iraq, sulla rivista "Progetto Memoria" (A. IV n.9). Chi avrà la pazienza di leggerlo vi troverà molte chiavi utili per comprendere ciò che sarebbe accaduto dodici anni dopo.
"Questa guerra, come sarà utile chiarire non è stata
poi nemmeno in parte imputabile a una volontà di dominio imperialista sul
petrolio."
Alberto Ronchey, commentatore politico
"Certo che è una guerra per il petrolio.
Suoni volgare o no, è il petrolio che fa andare tutto quanto."
Robert Mossbacher, Segretario USA al Commercio
1.
La guerra vittoriosa contro l'Iraq rappresenta con tutta probabilità l'apertura
di una nuova era sia nelle relazioni tra Stati Uniti e resto del mondo, sia
nelle strategie belliche adottate dallo schieramento occidentale. Schieramento
che - sotto le mentite spoglie delle Nazioni Unite - ha consapevolmente abdicato
alla propria autonomia a favore di una stretta direzione USA di questo
conflitto.
I primi effetti politico-diplomatici della guerra sono stati sintetizzati con
ammirevole onestà da un commentatore non sospetto di simpatie per il grottesco
governo iracheno:
"Comunque vadano le cose e qualunque sia il destino personale che attende
Saddam Hussein, la crisi del Golfo ha già cambiato radicalmente, e per sempre,
la situazione strategica in tutto il Medio Oriente. L'Arabia Saudita e gli
Emirati del Golfo sono in pratica divenuti dei protettorati americani (anche se
con molte cautele e largo uso di guanti di velluto), e tali rimarranno per il
prevedibile futuro, probabilmente sotto la forma di un trattato di alleanza
politico-militare sullo stile della NATO. [...] Salvo l'ipotesi, peraltro
piuttosto improbabile, che la crisi del Golfo degeneri in una "guerra
santa" degli Arabi contro l'Occidente, il controllo delle fonti di petrolio
dovrebbe quindi essere assicurato per i prossimi decenni.'''
Simile esito fa comprendere come l'intervento statunitense in Medio Oriente sia
stato tutto salvo che un prodotto del caso. Certo, un elemento fortuito non è
mancato. Taluni comportamenti della Casa Bianca fanno pensare che essa, pur
decisa all'uso della forza fin dai primi istanti della nuova crisi mediorientale
- tanto da impedire, esercitando pressioni sull'Egitto, il vertice dei capi di
Stato arabi previsto per il 4 agosto 1990, che si sarebbe quasi certamente
concluso con un ritiro delle forze irachene dal Kuwait fin dal giorno
successivo, in cambio di alcune concessioni2 - non fosse altrettanto risoluta a
intraprendere una guerra dispiegata delle dimensioni poi raggiunte dal
conflitto3. Ciò perché l'amministrazione Bush da un Iato non ignorava la
potenza in armi del nemico, e d'altro lato era consapevole dei costi economici
rilevanti - in pieno periodo di recessione - che un'operazione di simili
proporzioni comportava, a fronte di possibili vantaggi (il cosiddetto
"effetto Corea") molto diluiti nel tempo.
Sintetizzando parecchio, i diversi atteggiamenti assunti dal governo
statunitense a partire dall'8 agosto 1990 potrebbero essere così posti in
successione:
1) In una prima fase, la preoccupazione massima dell'amministrazione USA pareva
essere quella di insediare in forma stabile proprie truppe nella penisola
arabica, e ciò a prescindere da un loro effettivo impiego contro l'Iraq4. Nei
confronti di quest'ultimo, il contingente iniziale di 200.000 marines poteva
avere forza dissuasiva, ma non offriva garanzie di successo militare contro un
esercito più folto e modernamente armato. Il dispiegamento di uomini e mezzi
era dunque un fine in sé, dal momento che il pretesto della difesa dei confini
sauditi (non si pensava ancora a una "liberazione del Kuwait" manu
militari, se non nei proclami), consentiva di piantonare a tempo indefinito la
regione del mondo più ricca di materie prime, per di più a spese dei governi
locali.
La partecipazione alla missione degli "alleati" era, in questa prima
fase, puramente simbolica, quasi un segno di passivo consenso. Essa coincideva
con un intenso lavoro diplomatico teso a legittimare l'occupazione attraverso
concessioni ai paesi ex nemici, che avrebbero potuto essere d'ostacolo: mano
libera all'URSS nelle regioni baltiche, cancellazione dell'episodio di piazza
Tien An Men nei rapporti USA-Cina, assenso alla definitiva spartizione del
Libano tra Siria e Israele.
2) Segue una seconda fase radicalmente diversa dalla precedente, in cui
l'eventualità di una guerra diviene prospettiva molto più concreta. Questo
passaggio della crisi, databile tra il novembre e il dicembre 1990 (quando altri
250.000 marines raggiungono l'area, scortati da sei portaerei), è imposto da
importanti novità che rischiano di vanificare i progetti iniziali. Il 26
ottobre Evgenlj Primakov, collaboratore di Gorbaciov per gli affari esteri, si
è recato a Baghdad e vi si è trattenuto una settimana. Dai colloqui è
maturata la decisione, fatta propria dallo stesso Saddam Hussein, di rilanciare
una "soluzione araba" alla crisi, analoga a quella prospettata subito
dopo l'invasione del Kuwait (e sabotata allora, come si è detto. dall'Egitto),
La proposta, cui è incline la maggioranza dei paesi arabi (Algeria. Tunisia,
Yemen, Giordania, Libia, OLP, Mauritania, Sudan), viene annunciata da Gorbaciov
durante la sua visita a Parigi.5
E' un brutto momento per gli Stati Uniti, che rischiano di perdere i frutti di
una mobilitazione enorme e costosissima, cui Bush in persona ha affidato la
propria immagine e la propria credibilità (vacillante in patria per i dati
negativi dell'economia). In quelle ore si gioca l'avvenire degli Stati Uniti
quale gendarme non solo del Medio Oriente, ma dell'intero assetto mondiale per
gli anni Novanta.
Lo sbandamento dura pochissimo. Il giorno dopo l'annuncio di Gorbaciov, l'Egitto
- paese che viene sovvenzionato dagli statunitensi con due miliardi di dollari
l'anno, che si vede contesa dall'Iraq la leadership nel mondo arabo, e che
probabilmente spera di sostituire con proprie truppe quelle "alleate"
dopo la conclusione della crisi6 - dichiara di dissociarsi da ogni ipotesi di
conferenza interaraba di pace. Da quel momento, l'egemonia americana sulla
conduzione della crisi non conoscerà altri ostacoli, e così la spinta verso
un'azione armata.
E' da notare che taluni paesi europei (Francia, Italia, Spagna), che mantenevano
un rapporto politico-economico privilegiato con alcuni governi arabi, vedono a
quel punto incrinarsi forse per sempre quel legame, e sfumare le prospettive di
un'integrazione "mediterranea" di per sé negatrice dell'egemonia
statunitense. In futuro, le relazioni con i paesi produttori di petrolio del
Golfo non potranno passare che attraverso il filtro nordamericano.
3) La terza fase vede gli eventi precipitare. Alcuni paesi mediorientali, alle
prese con i contraccolpi economici della crisi e con l'effervescenza delle
proprie popolazioni, iniziano a far propria l'istanza di un ritiro delle forze
americane. E' il caso della Giordania, dell'Iran in un primo momento, del Sudan,
dello Yemen, dell'intero Maghreb. D'altro canto, l'appoggio dell'URSS comincia a
vacillare e, in un estremo soprassalto d'autonomia, talune potenze europee come
la Francia tentano di promuovere proprie iniziative di pace. Tutto l'Occidente
è inoltre scosso da sussulti pacifisti assai pericolosi, sebbene ignorati dai
governi.
Gli Stati Uniti hanno già ricevuto, dal deposto emiro, l'avallo alla
costruzione di una base militare permanente nel Kuwait una volta
"liberato", postazione che consentirebbe loro di dominare militarmente
il Golfo nei decenni a venire7 (una promessa che, in passato, avevano
inutilmente cercato di strappare all'Arabia Saudita)8; sono riusciti, con una
votazione di dubbia legittimità del Consiglio di sicurezza dell'ONU9, ad
ottenere una licenza all'uso delle armi che rappresenta l'ufficializzazione,
fino a pochi mesi prima impensabile, del loro ruolo di gendarme mondiale; hanno
affrontato spese ingentissime in tempi di recessione e di deterioramento della
situazione sociale interna.
A quel punto è impossibile che si ritirino, o anche solo che si accontentino di
una situazione di stallo, turbata dalle iniziative altrui. Non resta che la
guerra. Sì, ma quale guerra?
2.
L'intero arco dell' "era Reagan" aveva visto la netta prevalenza delle
guerre dette "a bassa intensità". I teorici di queste ultime
sostenevano che, dato l'equilibrio di forze tra le superpotenze e i rispettivi
deterrenti nucleari, non avrebbero più potuto darsi guerre di tipo
convenzionale, la cui conduzione avrebbe messo in gioco le sorti dell'intero
pianeta. I conflitti avrebbero dunque dovuto aver luogo in aree limitate e
marginali, dove fosse da escludersi una loro estensione su scala imprevista10.
In questo quadro - che potremmo definire "degli Orazi e dei Curiazi":
guerre innescate per procura su terreni "neutri", ossia lontani dagli
imperi - anche gli eserciti tradizionali avrebbero dovuto modificarsi. Ormai
fuori gioco la fanteria, obsoleta l'artiglieria, la guerra di terra sarebbe
stata affidata a piccoli corpi molto specializzati di guastatori, capaci di
muoversi su qualunque suolo con perizia da guerriglieri e di operare oltre le
linee nemiche con azioni di commando, quando non puramente terroristiche. In
definitiva, la guerriglia sarebbe stata la forma di guerra dell'avvenire,
affidata più al logoramento politico ed economico e alle "operazioni
speciali" che al volume di fuoco e alle dimensioni dei contingenti di
truppe.
Per quasi un decennio gli Stati Uniti hanno applicato diligentemente questo
schema, articolando i propri interventi armati su tre direttrici principali:
1) Addestramento, indottrinamento e armamento di corpi guerriglieri indigeni
(rispetto al paese preso di mira), che "lavorassero" il nemico
dall'interno a complemento dell'accerchiamento economico e politico tentato
dagli USA sul piano internazionale. La RENAMO contro il Mozambico, l'UNITA
contro l'Angola, i contras contro il Nicaragua, ecc., furono sanguinosi esempi
di applicazione di questa strategia, estremamente grossolana (nessuno del gruppi
citati aveva, o ha tuttora, il minimo spessore ideologico: se godeva di
consenso, era minoritario e localizzato) ma fondamentalmente efficace.
2) Addestramento, indottrinamento e armamento di reparti speciali degli eserciti
regolari dei paesi amici, resi atti ad affrontare le formazioni guerrigliere con
un pari grado di mobilità e duttilità, agendo sul loro stesso terreno. Banco
di prova sono stati alcuni paesi asiatici e soprattutto quelli dell'America
Centrale, i cui corpi antiguerriglia sono stati rimodellati sul prototipo dei
Selous Scouts rhodesiani (Battaglione Atlacatl nel Salvador, Commandos Cobra in
Guatemala, ecc.).
3) Costituzione e potenziamento di reparti speciali del proprio esercito, capaci
di operare in piccoli gruppi e di condurre a termine missioni di intervento
rapido, di sabotaggio, di liberazione di prigionieri, di eliminazione di singoli
nemici (Delta Force, Seals, ecc.). Questo modello, mutuato principalmente dalle
SAS britanniche, è stato poi applicato da quasi tutti gli eserciti del mondo
(in Italia con i NOCS, i Comsubin, i GIS e così via).
All'esercito convenzionale restavano così affidate semplici esibizioni
muscolari con finalità punitive (incursioni sulla Libia nel 1986, missioni in
Libano e nel Mar Rosso), oppure azioni di guerra che, se della guerra
tradizionale avevano le forme, non ne avevano né l'estensione né la portata (Grenada,
Panama).
I limiti di queste soluzioni - che hanno avuto un preciso riscontro
sottoculturale nel mito reaganiano del combattente solitario carico di armi e di
nemici, alla Stallone o alla Schwartzenegger - si sono palesati evidenti nei
confronti del Nicaragua, terreno privilegiato di sperimentazione delle nuove
strategie.
In Nicaragua gli Stati Uniti si trovarono di fronte a un ostacolo più forte del
previsto. L'esercito sandinista era esteso e bene armato, dotato di efficaci
corpi antiguerriglia (Batallones de Lucha Irregular, Tropas Guarda Fronteras) e
di notevole esperienza di combattimento, per non parlare di un grado di
convinzione di norma sconosciuto alle forze armate regolari della regione.
Inoltre il paese, in gran parte montuoso e coperto da una fitta vegetazione, non
consentiva battaglie in campo aperto o ampio dispiegamento di mezzi.
L'amministrazione Reagan si affidò dunque, oltre che alle manovre diplomatiche
e al sabotaggio economico (quest'ultimo invero assai efficace), ai mercenari
"contras" e ad azioni militari direttamente condotte da commandos
della CIA, come la distruzione di impianti di raffìneria o il minamento dei
porti della Costa Atlantica effettuato nel 198412. Fin da quell'anno, ma
soprattutto dall'anno successivo, fu comunque chiaro che simili iniziative si
traducevano in semplici manovre di disturbo, devastatrici ma sprovviste di reale
incidenza strategica13. Manovre che, in un contesto ancora dominato dai blocchi,
potevano anzi risultare controproducenti, visto che gli USA agivano isolati e
tra l'insofferenza - tradottasi talora in aperta condanna - della comunità
internazionale. Una radicale soluzione del conflitto avrebbe a quel punto
richiesto un'invasione del paese attaccato, venisse essa condotta in prima
persona14 o affidata agli Stati confinanti con il Nicaragua, vera costellazione
di Bananas Republics. L'ipotesi non era però attuabile. Le si opponeva
l'isolamento diplomatico degli Stati Uniti sulla questione; le si opponeva la
povertà e la difficile situazione interna dei possibili paesi da fare agire per
procura (in quegli stessi anni gli USA stavano "punendo" l'Iran per il
tramite dell'Iraq); le si opponeva, soprattutto, la forza stessa del Nicaragua,
politica e militare, tale da rendere un tentativo di invasione tutt'altro che
indolore.
Non rimaneva che proseguire con la guerra di "bassa intensità", i cui
esiti successivi sono ben noti. Era comunque emerso per la prima volta il
problema della difficoltà di un confronto tra gli Stati Uniti, pur con tutta la
loro incontrastata potenza, e un paese del terzo mondo bene armato e pronto a
disputare all'avversario ogni palmo di terreno. Occorreva studiare un modello
strategico diverso, da usare non tanto nei riguardi del Nicaragua, virtualmente
inconquistabile, quanto di altre minipotenze periferiche, dotate di minore forza
politica ma di arsenali altrettanto ben forniti. Fu probabilmente la guerra
delle Falklands-Malvine a suggerire la soluzione: la guerra di "media
intensità".
Quella delle Falklands era stata una guerra ben curiosa. Teoricamente,
l'Argentina disponeva di risorse militari non troppo inferiori a quelle inglesi.
Diplomaticamente, però, era isolata: le uniche simpatie di cui godeva erano nel
Terzo Mondo, e soprattutto all'interno del contesto latinoamericano, grande per
dimensioni ma minuscolo per potenza. La governava inoltre una feroce dittatura,
colpevole di atrocità che le avevano alienato per sempre le simpatie dei
democratici di tutto il mondo. Infine, gli stessi moventi dell'annessione
argentina delle Falklands risultavano scarsamente decifrabili dall'opinione
pubblica internazionale. A un primo sguardo pareva essersi trattato di una pura
è semplice invasione, condotta ai danni di una popolazione tutt'altro che
consenziente (gli abitanti delle isole contese erano in larga prevalenza di
origine britannica, e fedeli alla Corona). E ciò, almeno in parte, era
indubbiamente vero.
Solo chi avesse fatto proprio il punto di vista latinoamericano avrebbe potuto
comprendere che la presenza di un bastione inglese, a poche miglia dalle coste
argentine, veniva interpretato nel continente come un intollerabile retaggio
imperialistico. E anche nell'America meridionale vi furono Stati che, per
fedeltà agli USA e ai suoi alleati, condannarono l'annessione argentina e si
schierarono con la Gran Bretagna (Cile, Costa Rica, Honduras, Salvador).
La guerra fu brevissima. L'esercito britannico, infatti, pur agendo a enorme
distanza dalla madrepatria, seppe meglio profittare delle più moderne risorse
della tecnologia bellica. E ciò non per sola superiorità degli armamenti: i
missili AM.39 Exocet di cui disponeva l'Argentina erano, e sono tuttora, tra le
armi più efficienti nell'eventualità di uno scontro aeronavale, e costarono
alla Gran Bretagna la perdita di una metà della sua task force. Gli inglesi
erano però non solo meglio armati (con aerei Sea Harrier contro gli antiquati
Aermacchi MB-339 e Pucara degli argentini, nonché con missili AIM-9L Sidewinder,
Seawolf, Seadart, Seacat)15, ma anche e soprattutto meglio versati nelle nuove
tecnologie, contro combattenti coraggiosi ma rimasti ancorati a schemi
convenzionali16.
Iniziata il 1° aprile 1982 con la conquista argentina delle Falklands, entrata
nel vivo con lo sbarco delle forze anfibie britanniche il 21 maggio, la guerra
si concluse il 14 giugno con la resa delle truppe argentine. E ciò con perdite
limitatissime da parte dei "liberatori", avendo questi affidato le
sorti del conflitto non al confronto diretto, bensì alla propria capacità di
colpire in profondità senza mai esporsi più di tanto. Dovendo descrivere il
conflitto, è chiaro che non si trattò di una guerra a "bassa
intensità", e nemmeno ad alta: solo uno scontro tra potenze dotate di
tecnologie comparabili potrebbe rientrare in quest'ultima definizione. Si
trattò invece del prototipo stesso della guerra di "media
intensità". Proviamo a riassumerne le caratteristiche:
1. Questo tipo di guerra vede in campo una potenza occidentale del Nord e un
paese del Sud, che costituisce a sua volta una potenza ma solo in ambito
regionale;
2. Il contendente del Sud - che chiameremo d'ora in poi paese B - possiede un
esercito che, secondo criteri convenzionali, è bene armato e assai numeroso;
sotto il profilo tecnologico, però, le sue capacità non sono paragonabili a
quelle del paese A;
3. Il governo del paese B è screditato ed isolato sulla scena internazionale;
non ha dunque alleati più potenti capaci di venire in suo soccorso;
4. Le ragioni che ispirano il paese B sono comprensibili solo su scala
regionale, in un ambito politicamente ed economicamente debole, mentre al paese
A va l'automatica comprensione (e solidarietà) del resto dell'Occidente;
5. Il paese A conduce la propria attività bellica giocando sulla superiorità
tecnologica di cui gode, e procrastinando il più possibile uno scontro
ravvicinato col nemico;
6. Gli uomini messi in campo dal paese A sono l'élite dell'aviazione e della
marina (la fanteria ha un ruolo del tutto secondario); il contendente B, quale
che sia l'arma su cui impernia la propria difesa, schiera invece truppe magari
valorose, ma tecnicamente poco specializzate, anche se dotate di mezzi
teoricamente adeguati;
7. Le ripercussioni del conflitto, dopo la sua conclusione, sono gravi ma si
esauriscono sul piano locale (nel caso delle Falklands: discredito del governo
militare argentino e sua successiva caduta; ondata di nazionalismo in quasi
tutto il continente latinoamericano).
Non è un caso se la guerra delle Falklands-Malvine, in sé episodio di limitata
rilevanza, è successivamente divenuta oggetto ricorrente nella letteratura di
tema militare. Quel modello di conflitto è però rimasto senza attuazione
pratica per tutta 1' "era Reagan", sostituito, come si è detto, dalla
guerra a bassa intensità. E' l'amministrazione Bush che lo riscopre, in seguito
a una concomitanza di circostanze che ne consentono l'adozione. E subito trova
per esso un banco di prova: Panama.
4.
Se si scorrono le sette caratteristiche che ho attribuito alla guerra "di
media intensità", si noterà che alla sua meccanica applicazione
all'invasione di Panama fanno difetto alcuni elementi. Primo fra tutti la forza
militare di quello che ho chiamato il "paese B".
Sotto la guida di Noriega, Panama si è dotata di un esercito discretamente
folto, considerate le dimensioni del territorio, e di armamenti abbastanza
moderni. Ma si tratta di armamenti leggeri, e comunque il paese è ben lungi dal
rappresentare una potenza regionale, sia dal punto di vista politico, che da
quello economico, che da quello militare. Per il resto, le condizioni elencate
si applicano tutte. Per questo parlavo di "banco di prova".
Quando, nel dicembre 1990, l'esercito statunitense attacca l'istmo, lo fa come
se fosse alle prese con un nemico ben più terribile di quello che ha di fronte.
L'uso dei bombardieri F-l 17 Stealth, che provocano ben 4.000 morti tra la
popolazione civile (secondo le cifre poi rivelate dal governo Endara, ma
accuratamente taciute durante 1' "operazione giusta causa"), è quasi
incomprensibile a fronte della modesta taglia dell'avversario. Così l'impiego
degli Horowitz calibro 90, contro Batallones de la Dignidad armati di fucili
d'assalto e di qualche mortaio.
Capovolgendo la tattica propria della guerra "a bassa intensità", che
contempla una discesa sul terreno del nemico, la nuova linea di condotta
militare prevede che quest'ultimo sia letteralmente sommerso dal volume di fuoco
dell'aggressore, desideroso non di vincere ma di stravincere. Il conflitto viene
così a costituire una sorta di monito per i paesi potenzialmente
"disobbedienti", resi edotti del fatto che potrebbero essere attaccati
con forze tanto sovrastanti da rendere letteralmente impossibile una qualsiasi
resistenza. E la posta in gioco sarebbe non una "punizione", come
quella riservata a suo tempo da Reagan alla Libia, bensì il puro e semplice
rovesciamento del governo che si è ribellato al proprio gendarme.
Perché tutto ciò sia attuabile, è necessario che non vi siano remore morali
provenienti dall'opinione pubblica del "paese A" o dalla comunità
internazionale. La prima - già preventivamente ammorbidita da un decennio di
reaganismo, e dall'introiezione di ideologie che vogliono l'avversarlo non solo
vinto, ma calpestato - viene così mantenuta all'oscuro dei connotati reali del
conflitto tramite un'accorta gestione dei mass media da parte del governo e dei
comandi militari. L'operazione è di tale importanza che potremmo anche
aggiungerla, quale ottavo punto, alle caratteristiche salienti della guerra di
"media intensità". Quanto alla scena internazionale, dal 1989 ha
cessato di rappresentare un problema.
Azioni come quelle attuate da Bush non sarebbero mai state possibili in un
contesto di blocchi contrapposti e di superpotenze rivali. Reagan aveva potuto
fagocitare Grenada; ma non aveva potuto invadere il Nicaragua, e con la Libia
aveva dovuto limitarsi a un'azione a carattere "esemplare". Nel quadro
degli anni Ottanta, attaccare una potenza regionale poteva voler dire trovarsi
alle soglie di un confronto diretto con la superpotenza avversaria. Con gli anni
Novanta, invece, queste remore vengono meno. Le potenze regionali (tali sotto un
profilo militare, o economico, o politico; mai con questi tre fattori operanti
simultaneamente), divengono invece, quando non alleate, l'ostacolo principale
all'affermazione dell'assoluta supremazia dell'unica superpotenza sopravvissuta.
Di qui l'importanza cruciale che sottende non solo l'attacco al regime assurdo
di Saddam Hussein, prima applicazione su vasta scala della guerra di "media
intensità", ma anche il conflitto sotterraneo che ad esso si intreccia: la
lotta degli USA contro le potenze regionali europee e la loro breve stagione
autonomistica.
5.
Richiamando le caratteristiche salienti che ho attribuito alla guerra di
"media intensità", è facile verificare come ciascuna di esse sia
facilmente applicabile al conflitto americano-iracheno. La cosa è talmente
evidente da non richiedere particolari spiegazioni, fatta forse eccezione per il
quarto punto, relativo alla comprensibilità solo locale dei moventi del Paese
B.
E' stato relativamente facile, ai manipolatori della pubblica opinione17, far
credere a un Occidente disabituato dal reaganismo a ragionare su cause ed
effetti che in gioco fossero la democrazia, la libertà del Kuwait, il pericolo
di un "nuovo Hitler" ed altri temi suggestivi. Vi si è prestato lo
stesso Saddam Hussein - politico rozzo se mai ve ne furono - nel dichiarare 1'8
agosto 1990 l'annessione del Kuwait quale portato di assai fantasiosi
"diritti storici", e non quale brutale rappresaglia all'intervento
militare statunitense e al siluramento delle soluzioni negoziali, come in
effetti si trattava.
Il Kuwait non è mai stato una provincia dell'Iraq. Ha bensì fatto parte della
provincia di Bassora (sulla base di una convenzione anglo-ottomana del 1913,
però mai ratificata), ma ciò quando l'Iraq non esisteva ancora, se non quale
porzione dell'impero ottomano. Anche tralasciando recenti ricostruzioni un po'
troppo calcate sulla discutibile autonomia del regno degli Al Sabah18, è
comunque certo che l'Iraq, annettendosi il Kuwait, non solo non compiva alcun
disegno storico rimasto incompleto (i richiami alla storia per giustificare la
brutalità sono quasi sempre un mero alibi: si pensi alle pretese sioniste su
una "Grande Israele" comprendente buona parte del Medio Oriente), ma
calpestava il diritto all'autodeterminazione di un popolo vicino, quale che ne
fosse il governo.
Se ciò risultava evidente all'opinione pubblica occidentale, non era
assolutamente percepito negli stessi termini in buona parte del mondo arabo. Qui
il tema della legittimità storica suscitava un interesse relativo, sovrastato
com'era da un generale rancore nei confronti del Kuwait e degli altri Emirati,
di cui l'azione irachena non era che la materializzazione. Proprio il Kuwait,
ricchissimo di petrolio ma scarsamente abitato da autoctoni (contro una
soverchiante presenza di immigrati da altri paesi arabi, cui però l'emiro
negava la nazionalità), aveva violato gli accordi OPEC sulle quote di greggio,
estraendo quasi 2 milioni di barili al giorno contro gli 1,5 stabiliti. Così
facendo, aveva mantenuto fede al patto che lo legava, assieme agli altri paesi
del Consiglio di cooperazione del Golfo (Arabia Saudita, Bahrein, Emirati Arabi
Uniti, Qatar, Oman), agli occidentali: mantenere il prezzo del petrolio entro
una forbice oscillante tra i 18 e i 22 dollari al barile, onde evitare che in
Occidente crescessero le spinte inflazionistiche19.
Cosi agendo il Kuwait contribuiva a rendere impagabile il debito estero dei
paesi arabi sovrappopolati che avevano nel petrolio, presente in quantità più
modeste, la sola fonte di entrate (tra cui l'Iraq, prossimo al collasso dopo la
guerra contro l'Iran). Dava così un diretto contributo all'ulteriore
immiserimento di masse già ridotte alla pura sopravvivenza. E ciò in virtù di
legami di cointeressenza con gli occidentali ("inventori" del paese)
che da sempre avevano indotto l'emirato a dirottare in quella direzione i
capitali accumulati con i proventi petroliferi:
"Con un prodotto nazionale lordo (PNL) di 20 miliardi di dollari, il Kuwait
ha ammassato averi ed investimenti all'estero dell'ordine di 120 miliardi di
dollari, vale a dire in un rapporto di 1 a 6. (...) L'Ufficio kuwaitiano
d'investimento (Kuwait Investment Office, KIO), punta di lancia della potenza
finanziaria dell'emirato, ha investito negli Stati Uniti da 25 a 30 miliardi di
dollari sotto forma di azioni, di beni immobiliari e, soprattutto, di buoni del
tesoro. Il che non è poco, tenuto conto dello sfascio dell'economia americana.
(...) Tutti i grandi paesi capitalistici - compreso il Sud Africa, per una buona
porzione - sono stati penetrati dal KIO e dalle sue holdings
finanziarie."20 Gli interessi del Kuwait erano dunque in piena sintonia con
quelli occidentali, essendo il cuore dell'economia kuwaitiana situato fuori del
paese; e ciò contribuisce a spiegare la determinazione con cui gli Stati Uniti
sono accorsi in difesa dell'emirato. Ma spiega anche il rancore che le masse
arabe riservavano a "fratelli", facenti idealmente parte della stessa
nazione, che oltre ad arricchirsi senza freno contribuivano direttamente alla
loro povertà. E ciò era tanto più grave in quanto proprio gli occidentali,
delle cui economie l'emirato si prendeva cura, erano all'origine delle ingiuste
partizioni da cui erano sorte non solo il Kuwait stesso, ma l'Iraq, la Siria
ecc. - partizioni che avevano calpestato ogni aspirazione all'unità e
all'indipendenza, creando dal nulla (o quasi) paesi gonfi di risorse e
sottopopolati accanto a paesi poverissimi e sovrappopolati21.
Non intendo addentrarmi in ricostruzioni storiche che hanno di recente
conosciuto esaurienti trattazioni22; sta di fatto che le reazioni di gran parte
delle masse arabe all'annessione del Kuwait non potevano essere comprese dagli
occidentali, essendo il Kuwait, sotto un profilo sia economico che politico,
parte integrante dell'Occidente. Si può anzi dire che fosse stato da
quest'ultimo creato e modellato a tale fine, e non per altri.
Vediamo quindi ricorrere il tema della scarsa leggibilità delle ragioni di
fondo del conflitto, che ho posto tra le pre-condizioni per l'avvio della guerra
"di media intensità". Esso si applica del resto alla figura stessa di
Saddam Hussein, la cui accettazione e nomina a leader da parte di una
consistente porzione delle masse arabe, fino a poco tempo prima diffidenti nel
suoi confronti, ha motivazioni chiarissime in loco, anche se poco trasparenti
per gli occidentali:
"II largo consenso popolare di cui oggi beneficia il presidente iracheno
presso le società del mondo arabo non ha le proprie radici in un'approvazione
del passato avventuroso del dittatore, né delle sue più recenti iniziative.
Occorre piuttosto vedervi il risultato dei danni e delle umiliazioni che, da
decenni - di fatto dopo la creazione dello Stato di Israele nel 1948 - sono
inflitti alla nazione araba. Oggi, in effetti, questa nazione è fatta oggetto
di un'anomalia storica: in questo ventesimo secolo che è quello della
liberazione nazionale dei popoli oppressi, gli arabi dovrebbero, essi soli,
accettare l'egemonia militare, economica e politica di uno Stato edificato su
una colonia di popolamento, e percepito nella regione come creazione dell'antico
ordine coloniale."23
Ciò dà ragione, oltre che del malessere di fondo agitante il mondo arabo e del
linkage, ostinatamente negato dagli USA, tra questione palestinese e crisi del
Golfo, anche della diversa reazione di arabi ed occidentali al lancio da parte
dell'Iraq di missili Scud su Israele. Se a gran parte dell'opinione pubblica
europea o statunitense simile atto è apparso come un'inutile crudeltà contro
un paese non impegnato nel conflitto, non c'è arabo che, consenziente o meno
con le scelte irachene, non abbia immediatamente compreso quanta parte avesse
Israele nella crisi. E che non abbia rimarcato l'abbondanza di solidarietà
manifestata a Israele dagli occidentali, che pure avevano assistito quasi
impassibili, per oltre due anni, all'uccisione di un paio di palestinesi inermi
al giorno nei territori occupati. Per non dire della mancata applicazione delle
risoluzioni dell'ONU sulla Palestina.24
I moventi iracheni - intendo quelli dichiarati: quelli reali derivavano
probabilmente da mera volontà di potenza - non potevano dunque essere compresi
che su scala locale, da parte di popolazioni del tutto sprovviste di potere
economico o militare, e dunque ininfluenti. Per i governi allineati agli Stati
Uniti era invece facile far leva sulla mostruosità del regime iracheno, da un
punto di vista oggettivo assolutamente incontestabile25 (ma, si direbbe,
"scoperta" dall'Occidente e dall'URSS solo dopo l'invasione del
Kuwait: prima Saddam Hussein andava benissimo, come ora Hafez Assad).
Mostruosità in seguito accentuata da ben orchestrate campagne, tendenti a
presentare il nemico come in preda a pura follia26, a istinti criminali talmente
sfrenati da superare il descrivibile27 o come esente, per disumanità congenita,
da sentimenti quali la paura o il dolore28.
Anche solo tentare di far capire all'opinione pubblica le ragioni vere del
conflitto avrebbe significato, per i governi occidentali, richiamare le
perversioni indotte dal proprio colonialismo. Il che sarebbe stato anche peggio
di una semplice adesione al punto di vista di Saddam Hussein, che di quel
colonialismo era un semplice prodotto29. Ma torniamo alla guerra "di media
intensità".
6.
Nel maggio 1990 il Center for Strategical and Intemational Studies di Washington
partorisce la conclusioni di un documento intitolato Conuentlonal Combat 2002
Project. In esse si legge:
"L'avversario, nei combattimenti futuri, sarà probabilmente armato tanto
bene quanto le truppe americane. In numerosi paesi, gli Stati Uniti
affronteranno importanti eserciti di mestiere che metteranno in campo una
quantità di armi moderne. Può trattarsi di grossi carri armati e di trasporti
di truppe blindati, di artiglieria pesante mobile, di aerei d'attacco di tipo
sovietico, di sistemi integrati di difesa antiaerea, di sottomarini, di missili
da crociera, di missili balistici, di moderni missili terra-aria, e anche di
ordigni tattici nucleari o a carica chimica."30
Sono premesse che rendono obsoleta la reaganiana guerra "di bassa
intensità", e che richiedono agli Stati Uniti l'allestimento di forze
armate imponenti dotate di armamenti sofisticati, capaci di dislocarsi
rapidamente anche in zone lontanissime del globo31.
L'indicazione segue quelle già dettate nel febbraio 1990 da Dick Cheney, capo
del Pentagono, in un documento segreto sulle regole di difesa per il periodo
1992-1997, incentrato sulla necessità di distogliere l'attenzione dal pericolo
sovietico per spostarla su potenze regionali come l'Iraq e la Siria. Seguendo
tale direttiva, ogni arma dell'esercito statunitense prepara documenti analoghi
destinati ai propri quadri, il cui insieme fornisce la prima impostazione
particolareggiata della guerra "di media intensità"32.
Allorché l'Iraq invade il Kuwait, la macchina bellica statunitense non si è
però ancora informata alla nuova strategia, in fase di semplice elaborazione
teorica. Anzi, l'amministrazione Bush si trova priva di strumenti militari da
adoperare nell'immediato. Esiste sì un piano segreto, contrassegnato col numero
90-1002, che contempla l'eventualità di un intervento in Medio Oriente a
protezione del giacimenti petroliferi nella regione; ma esso è strettamente
modellato sull'ipotesi ormai remota di uno scontro diretto con l'Unione
Sovietica.
"Il CENTCOM, comando militare creato nel 1983, era incaricato
dell'attuazione di questo piano segreto, ma nonostante una spesa di 2.000
miliardi di dollari negli ultimi otto anni per la modernizzazione e il
potenziamento delle forze armate, i responsabili militari americani erano a un
punto morto. Le loro truppe erano addestrate per combattere in teatri di
operazioni come l'Europa o la penisola coreana e non nelle sabbie del deserto. E
il Pentagono veniva preso in contropiede."33
Di qui l'incertezza, già evidenziata, del comportamento statunitense nei primi
giorni, per non dire nei primi mesi, della crisi. Quando poi si tratta di
mettere la guerra "di media intensità" concretamente in atto,
l'incertezza è ancora maggiore. Seguendo l'impostazione già adottata
nell'annoso conflitto con l'Iran (ma di derivazione sovietica), Saddam Hussein
ha schierato a presidio del Kuwait diverse linee difensive. Le prime non sono
costituite da truppe di élite, come il comando americano crede in un primo
tempo, bensì da riservisti e miliziani privi di effettiva preparazione34.
Nello schema tattico iracheno questi combattenti, insabbiati in trincee e
fortificazioni circondate da campi minati, non hanno altra funzione che quella
di assorbire l'urto iniziale, resistendo il tempo sufficiente a permettere
l'arrivo delle divisioni corazzate, molto distanziate dalla linea del fronte.
Dovranno essere queste ultime ad attuare l'eventuale controffensiva e a
capovolgere, se del caso, un'impostazione tutta imperniata sulla difesa (i campi
minati possono sì frenare gli attaccanti, ma anche agire contro i difensori
qualora decidano una sortita massiccia).
Il comando statunitense - cui il Consiglio di sicurezza dell'ONU ha attribuito
nel novembre 1990, in flagrante violazione del proprio statuto, l'incontrastata
direzione delle operazioni - sa che un'impostazione così apparentemente
fragile, e anche così autolesiva (precludendo ogni possibilità di ritirata in
caso di sfondamento delle linee di difesa)35, può comunque ritardare a lungo
l'avanzata degli assalitori, o anche provocare un reciproco impantanamento. E
gli Stati Uniti, per i motivi già accennati in apertura e per altri che si
diranno, non dispongono di tanto tempo.
E' a quel punto che, verificata l'inapplicabilità alla situazione del vecchio
schema deìl'Air-Land Battle36, il comando americano si trova a dover riempire
frettolosamente di contenuti la parola d'ordine solo teorica della guerra
"di media intensità". Lo fa non sulla base di una precisa strategia
(i militari USA continuano a restare convinti dell'indispensabilità di un
attacco di terra), ma in maniera che si direbbe istintiva. Dal 17 gennaio 1991,
data di apertura delle ostilità, si dedicano infatti alla sistematica
distruzione non solo delle installazioni militari, ma anche delle infrastrutture
civili, dei ministeri, dei complessi industriali, delle vie di trasporto, dei
mezzi di comunicazione dell'Iraq. In altri termini, aggirano l'ostacolo delle
linee difensive erette dagli iracheni a protezione del Kuwait invaso per radere
al suolo ogni edificio degno di nota del loro paese d'origine.
E' un nuovo tipo di guerra (gli unici paragoni possibili sono Guernica, Dresda,
in certa misura Hiroshima e Nagasaki), che ricorda da vicino gli schemi bellici
medioevali. Come nel Medio Evo si poneva l'assedio a un castello o ad una città
fortificata, attendendo che le devastazioni prodotte dall'isolamento
costringessero i difensori alla resa, così si ricerca la resa delle linee
difensive irachene non attaccandole direttamente, bensì portando distruzione,
fame e malattie nel loro retroterra.
A tal fine gli Stati Uniti e i loro subalterni (parlare di "alleati"
è pietoso eufemismo) utilizzano la supremazia della propria aviazione contro la
debolezza di quella irachena, che aveva offerto misere dimostrazioni di sé
nella guerra contro Israele del 1973 e, successivamente, nel lungo conflitto con
l'Iraq.37 Da un punto di vista strettamente tecnico, è un'opzione che si rivela
fruttuosa fin dai primi istanti. Sepolti nelle trincee in attesa di un nemico
che non arriva, ma che li bombarda a intervalli di minuti, i fanti iracheni
perdono via via i canali di comunicazione e di approvvigionamento con un paese
che viene raso al suolo. Contro ponti, ferrovie, edifici di qualche rilievo si
usano bombe laser, missili antiradiazione, missili aria-superficie; contro
autostrade ed aeroporti si impiegano catering bombs e munizioni perforanti:
contro le aggregazioni di truppe irachene vengono usate cluster bombs, missili
Tomahawk-Cruise con testate ad alto esplosivo, bombe incendiarie38. Completano
l'ecatombe i bombardamenti dei B-52 con napalm, spezzoniere, bombe dirompenti,
bombe irroratrici di benzina, bombe al fosforo bianco. Le volonterose
deliberazioni della quarta convenzione di Ginevra, sulla protezione delle
popolazioni civili in tempo di guerra, sono relegate all'oblio. Non importa il
numero delle vittime, purché siano quasi tutte dalla parte "ingiusta"
e purché sfuggano alla copertura dei media. Quel che conta è fare in fretta.
Simile tattica ha una sua innegabile efficacia. Avendo puntato su una strategia
tutta difensiva, il governo iracheno deve cercare di salvare il salvabile. Il 26
gennaio 1991, sottoposto com'è a una media di 2.000 incursioni aeree al giorno,
inizia a trasferire in Iran il meglio della propria aviazione, inutilizzabile
sul campo. Quanto alle reazioni offensive, deve limitarsi a gesti simbolici:
l'invio di missili Scud su Israele (a partire dal 18 gennaio), quasi a indicare
al mondo arabo quale sia l'origine del conflitto; un'incursione senza
conseguenze nella cittadina saudita di Khafji, peraltro da tempo deserta (29-31
gennaio); ripetuti appelli alla guerra santa, che trovano riscontro nelle
popolazioni arabe ma non nei governi; un utilizzo rozzo e grottesco dei
prigionieri di guerra, indotti a poco credibili dissociazioni dalla causa
statunitense (19 gennaio).
Pare probabile che Baghdad confidi in una sollevazione generalizzata delle masse
arabe, capace di procurarle alleati (specie in caso di intervento armato di
Israele, stuzzicato con gli Scud) o di spezzare il fronte avversario; e più
tardi che speri in un ripensamento dell'URSS, massima connivente con gli Stati
Uniti nel Consiglio di sicurezza. Speranze vane. Come già gli argentini nella
guerra delle Falklands, l'Iraq sconta il mediocre livello di preparazione
tecnologica delle proprie truppe, dotate di armi modernissime ma incapaci di
utilizzarle a fondo. Così i missili Exocet, terrore di qualsiasi flotta,
rimangono quasi inutilizzati per l'incapacità dei piloti iracheni di portarsi
indenni a ridosso delle navi nemiche (un tentativo di lancio contro la fregata
britannica London, attuato il 24 gennaio, si conclude con l'abbattimento di due
Mirage F-1 e la fuga di un terzo); così i molti elicotteri di cui l'armata
irachena dispone rimangono negli hangar o vengono distrutti a terra, essendo
estraneo alla strategia adottata un loro utilizzo sistematico, come in genere
qualsiasi ipotesi di conflitto ad alto tasso tecnologico.
Si assiste quindi a un copione, probabilmente destinato a divenire un classico,
di conflitto Nord-Sud; dove il Sud, o per rimanere alle nostre convenzioni il
Paese B, sconta non tanto una carenza di armamenti (ne ha in sovrabbondanza),
quanto piuttosto una carenza di predisposizione a un loro impiego pieno e
razionale, dal momento che soldati e quadri militari provengono da una società
priva di tecnologia capillarmente diffusa39.
Questo non toglie che l'Iraq, militarmente sovrastato fin dal primo giorno di
guerra, si avvicini in taluni momenti se non a una vittoria politica, davvero
impensabile, quanto meno ad una resa onorevole. Cioè proprio a quello che Stati
Uniti e paesi subalterni più temono, quale maggiore ostacolo al compimento dei
loro progetti.
7.
Fin dalle primissime fasi della crisi, gli Stati Uniti hanno un nemico
supplementare oltre all'Iraq. Sono quel paesi che, sia pur timidamente, premono
per una soluzione pacifica del conflitto, o quanto meno per un esito meno
sanguinoso di quello che poi avrà luogo. Rientrano nel novero buona parte dei
paesi arabi, l'Iran, l'URSS e alcuni paesi europei. Eppure, l'amministrazione
Bush ha bisogno di questi paesi. Tutta la sua condotta, dalla vigilia del
conflitto armato fino alla sua conclusione, appare infatti ispirata da due
esigenze contrapposte: da un lato, quella di ottenere l'avallo militare,
politico e finanziario del maggior numero possibile di governi; dall'altro,
quella di tenere questi ultimi, una volta coinvolti, lontani dal centro di
comando e dalle iniziative diplomatiche.
Ogni volta che un'intromissione del genere si profila, gli Stati Uniti sembrano
colti da una grande fretta, e la crisi varca un'altra tappa della sua
escalation. Così l'adozione, il 29 novembre 1990, della risoluzione 678
dell'ONU, che fìssa l'ultimatum del 15 gennaio per l'apertura delle ostilità,
segue di poco le spinte in direzione di una soluzione pacifica presenti nel
discorso di Mitterrand all'Assemblea delle Nazioni Unite. Analogamente le
iniziative, pur fragilissime, discusse nella riunione ministeriale europea del 4
gennaio 1991, vengono travolte dall'annuncio che il 9 James Baker incontrerà
Tareq Aziz, in un vertice-burla che pare destinato unicamente a dimostrare la
buona volontà americana di giungere a un accordo (vertice caricato dai media di
una carica di suspense del tutto artificiosa, visto il prevedibile esito
deludente). Allo stesso modo la presentazione, il 14 gennaio, di un plano di
pace francese in sei punti viene sommersa dall'ostilità, e quasi dal dileggio,
del governo USA (tanto allarmato da impedirne la discussione al Consiglio di
Sicurezza), e subito cancellata, nella notte tra il 16 e il 17, dall'avvio dei
bombardamenti40. L'amministrazione Bush ha bisogno di alleati da esibire per
legittimare le proprie scelte, ma quando si tratta di agire ha bisogno di
vassalli.
Il fatto è che, fin dal novembre 1990, gli Stati Uniti sono già determinati a
scatenare la guerra a qualsiasi costo. La migliore dimostrazione ne è la
quantità di truppe ammassate nel Golfo, decisamente esorbitanti per una
semplice difesa dei confini sauditi o per la vigilanza sul rispetto del blocco
economico (decretato il 25 agosto, ribadito il 25 settembre e abbandonato, quale
ipotesi strategica, assai prima di averne potuto valutare l'efficacia)41.
Adottata la decisione del conflitto, ogni ostacolo diplomatico viene rimosso con
brutale risolutezza. E' il caso, tra il dicembre 1990 e il gennaio 1991, di
numerosi passi diplomatici tentati dai governi dell'Europa meridionale, che
temono fratture troppo radicali col mondo arabo. Ma soprattutto è il caso
dell'intervento assai risoluto dell'URSS, fino a quel momento assai remissiva,
per cercare di scongiurare l'avvio dello scontro terrestre dopo un mese di
bombardamenti sull'Iraq.
Lo svolgimento dei fatti è eloquente. Il 7 febbraio 1991 James Baker,
segretario alla Difesa, e Colin Powell, capo di Stato Maggiore, giungono in
Arabia Saudita per valutare in loco l'efficacia dei bombardamenti e
l'opportunità di dare il via all'attacco terrestre. Il 12 febbraio
l'amministrazione Bush, esaminate le informazioni raccolte dalla missione,
decide di posticipare l'azione di terra e di continuare con le missioni aeree
per un periodo variabile tra le due e le quattro settimane43. Ma il giorno
precedente l'inviato di Gorbaciov, Primakov, è giunto a Baghdad, e il 15
febbraio, a seguito del colloqui, l'Iraq annuncia l'accettazione della
risoluzione 660 delle Nazioni Unite e la propria intenzione di ritirarsi dal
Kuwait, sia pure con talune, negoziabili condizioni. Da quel momento gli Stati
Uniti sembrano colti da frenesia. I bombardamenti si intensificano, ogni
distinzione tra obiettivi civili e militari (grosso modo rispettata fino a quel
momento) viene esplicitamente abbandonata. I generali dichiarano che spareranno
"su tutto quel che si muove", e la serietà del loro intento è
dimostrata dal largo impiego di napalm. Ma il peggio avviene il 16 febbraio,
quando l'aviazione USA scarica sulle trincee irachene, tra il plauso dei media
occidentali, le micidiali bombe FAE (Fuel Air Explosives), capaci di distruggere
in aree vastissime tutto l'ossigeno esistente nell'atmosfera, con effetti letali
analoghi a quelli di una bomba atomica44. Un giornalista francese ha descritto
in tutto il suo orrore quell'apocalissi:
"Mi ricordo quelle notti in cui era tutto l'orizzonte che bruciava. C'era
sempre il brontolio, ma anche quel lampo gigantesco che si vedeva a quaranta
chilometri. Un americano era venuto ad avvertire gli ufficiali egiziani. Diceva
che non bisognava preoccuparsi se, quella sera, avrebbero avuto l'impressione di
veder esplodere delle bombe atomiche: non erano che bombe fuel-air, gigantesche
masse di gas proiettate nel cielo. che bruciavano tutto, inghiottivano
l'ossigeno per chilometri quadrati, asfissiavano d'un colpo i soldati-insetti
seppelliti nelle loro tane umane."45
Se ciò non pare colpire l'opinione pubblica internazionale, diverso è il
discorso per i bombardamenti sui civili. Già il 13 febbraio ha avuto luogo il
massacro del rifugio di Baghdad, che ha richiesto tortuose invenzioni per essere
giustificato, subito seguito da quello del mercato di Falluja. Simili episodi,
lesivi dell'immagine "alleata" e difficili da tenere nascosti (come
era stato invece fatto per le stragi di Nassirya del 6 febbraio), si aggiungono
allo sgradito intervento sovietico e alla remissività dell'Iraq nell'imporre
un'accelerazione dei tempi.
Pare tuttavia assente una precisa strategia applicabile in tempi così stretti
(il che non impedirà la futura glorificazione del "genio militare"
del generale Norman Schwarzkopf, capo delle forze "alleate"). Se si
intensifica il lancio di bombe a guida laser GBU, di missili
"intelligenti" SLAM, ma ora anche di bombe al napalm e aerosol, i
mezzi corazzati terrestri avanzano per contro con lentezza esasperante, lungo le
ben 170 miglia che separano i due fronti. Washington teme uno scontro diretto
che, sebbene quasi certamente vittorioso, potrebbe comportare tante vittime
statunitensi da rendere impopolare la guerra. Molto meglio continuare con i
bombardamenti.
Così si temporeggia per quasi una settimana. E' ancora una volta un
"intervento" esterno, del tipo più temuto, ad accelerare gli sviluppi
del conflitto. Il 21 febbraio, alle 2,40 del mattino, Mosca comunica che il
ministro degli Esteri iracheno, Tareq Aziz, ha accettato un piano di pace
sovietico in sei punti. Esso prevede l'immediato cessate il fuoco, il ritiro
dell'esercito iracheno dal Kuwait a partire dal secondo giorno di tregua,
l'esodo completo delle truppe d'occupazione entro 21 giorni (ma da Kuwait City
entro quattro), la fine dell'embargo contro l'Iraq, il rilascio di tutti i
prigionieri di guerra, il controllo del cessate il fuoco da parte di osservatori
neutrali46. In pratica si tratta della resa dell'Iraq, le cui forze in effetti
iniziano dal 22 febbraio a ritirarsi; ma si tratta anche di una vittoria
diplomatica dell'Unione Sovietica, ottenuta dalle pressioni sul suo governo
delle forze, soprattutto militari, turbate da una incondizionata sottomissione
alle pretese statunitensi, quale si era andata profilando a partire dall'inizio
della crisi47.
Non è questo ciò che vogliono gli Stati Uniti. Negli ultimi giorni del
conflitto hanno iniziato a parlare di un "nuovo ordine mondiale" da
instaurare, di una "struttura di sicurezza multinazionale". A riempire
di contenuti questa formula ha pensato, con brutale franchezza, Dick Cheney,
segretario alla difesa:
"Pensiamo che gli Stati Uniti abbiano delle esigenze permanenti. Dobbiamo
mantenere la nostra capacità di controllare gli oceani del mondo, di portare a
termine i nostri impegni in Europa e nel Pacifico, di essere capaci di
dispiegare forze, si tratti del Sud-Ovest asiatico o di Panama, per far fronte
agli imprevisti ed essere capaci di difendere le vite e gli interessi degli
americani."48
Gli ha fatto eco il segretario di Stato Baker, precisando il 20 febbraio, con
altrettanta sincerità, i nuovi terreni di intervento:
"Non credo che la leadership degli Stati Uniti debba limitarsi al campi
della sicurezza e della politica. Penso che si debba estendere anche alla sfera
economica."49
Sono frasi che fanno bene intendere la funzione di mera facciata attribuita al
supposto "mandato delle Nazioni Unite"50, e ai cosiddetti
"alleati" cui gli Stati Uniti chiedono, oltre a un variabile impegno
militare, anche un assai meno variabile impegno economico.
E infatti è anche economica la guerra che si sta combattendo. Giappone e
Germania, paesi che hanno sopravanzato e piegato gli Stati Uniti in campo
industriale, finanziario e commerciale, si sono schierati con molta riluttanza
nel campo degli "alleati". I contributi elargiti (13 miliardi di
dollari da parte dei giapponesi, e solo per scopi di ricostruzione; 9 miliardi
di dollari da parte dei tedeschi) sono limitati proprio dal timore di quel
"nuovo ordine" mondiale cui aspirano gli americani. Questi ultimi
hanno del resto, ben prima della guerra, ingaggiato un aspro conflitto con le
potenze economiche rivali, inasprendo le misure protettive e minacciando
sanzioni contro una concorrenza definita sleale51, ma in realtà del tutto
conforme alle leggi del libero mercato.
Ergendosi a protettori dell'Occidente contro l'Iraq, gli Stati Uniti colgono
l'occasione per cercare di sistemare anche questa questione. Da un lato esigono
una vera e propria taglia per il compito di cui si sono autoinvestiti, cercando
di far pagare almeno una parte delle relative spese ai propri rivali (che
reagiscono con non dissimulato malumore, avendo ben compreso che si tratta di
una forma di racket)52. Dall'altro si impadroniscono preventivamente dei canali
d'accesso al petrolio del Golfo, stipulando contratti per la ricostruzione con
l'emiro del Kuwait in esilio, progettando con i paesi arabi ostili all'Iraq la
creazione di una sorta di CEE mediorientale - battezzata GULF dalla stampa
statunitense - sotto ferreo controllo americano, impegnandosi a riparare (a
pagamento) gli impianti petroliferi incendiati dagli iracheni o danneggiati dai
bombardamenti.
Lo scopo quasi confessato degli Stati Uniti è quello di uscire dalla recessione
garantendosi non solo l'accesso, in passato problematico, ma anche il diretto
controllo sulla zona del mondo più ricca di risorse energetiche; e ciò tramite
un conflitto le cui ingentissime spese vengono addossate a chi più ha da
rimetterci, persino in misura eccedente i costi reali53 - tanto da costringere
la ricchissima Arabia Saudita a chiedere un prestito di 3,5 miliardi di dollari
a un consorzio di banche internazionali, a dispetto di un enorme aumento della
produzione di petrolio (da 5 a 8,5 milioni di barili al giorno)54. Tutto ciò fa
parte dello scopo che George Bush ha, fin dal primo istante, candidamente
additato come prioritario nel conflitto del Golfo: difendere "our very way
of life"55. Degli americani, s'intende56.
In un simile quadro, si comprende il vero e proprio furore che coglie i
governanti statunitensi a ogni accenno di intromissione nella "loro"
guerra - si tratti del tentativo diplomatico sovietico, peraltro riuscito, o
degli sforzi di qualche "alleato" di partecipare al bottino che si
profila senza il preventivo benestare americano.
Comunque, il peggio deve ancora venire.
8.
All'annuncio iracheno del 21 febbraio di un'accettazione della risoluzione 660
del Consiglio di sicurezza (ritiro "immediato e incondizionato" delle
forze d'invasione dal Kuwait) il governo USA ha reagito con scherno e con
rabbia, rammentando che esistono altre risoluzioni da accettare e proponendo un
ultimatum. Questo prevede l'inizio di un ritiro su larga scala dal Kuwait entro
le 12 (ora di New York) del 23 febbraio, il completamento del ritiro entro una
settimana, il rilascio dei prigionieri, la rinuncia al lancio degli Scud,
l'indicazione dei campi minati. Nel frattempo, non viene accordato alcun cessate
il fuoco, e anzi l'aviazione "alleata" si scatena sulle colonne
irachene che lasciano il Kuwait.
Baghdad ribadisce che si ritirerà alle condizioni concordate con Mosca, ma non
sono le autorità sovietiche che guidano il conflitto. D'altro canto, l'URSS non
pare intenzionata a far valere la propria posizione di membro permanente del
Consiglio di sicurezza con diritto di veto, forse preoccupata di non inimicarsi
gli Stati Uniti in un momento di grave crisi interna. Ciò che accadrà in
seguito avrà il suo sostanziale avallo.
Il 24 febbraio, come preannunciato, le truppe "alleate" varcano in
vari punti i confini dell'Iraq e del Kuwait, completando un'infiltrazione già
iniziata subito dopo l'annuncio di Mosca. La resistenza è scarsissima. I
riservisti iracheni, rimasti per un mese sepolti nelle loro trincee sotto
continui bombardamenti, lungi dal costituire la barriera umana su cui era
imperniata la strategia di Saddam Hussein, paiono unicamente ansiosi di
arrendersi il più in fretta possibile; quanto alla linea arretrata di mezzi
blindati, gli attacchi aerei le impediscono di ricongiungersi con le difese
avanzate, cogliendola per di più nel momento in cui aveva dato avvio alla
ritirata.
Per l'Iraq è il tracollo, un tracollo in sé più che meritato. Il 27 febbraio
Baghdad trae dalla situazione le dovute conseguenze e annuncia, oltre il ritiro
dal Kuwait (cui ha dato inizio fin dal 22), l'accettazione delle risoluzioni 662
(illegalità dell'annessione del Kuwait) e 674 (pagamento dei danni per
l'occupazione) del Consiglio di sicurezza.
Da questo momento in poi accade l'incredibile. Gli Stati Uniti rifiutano la resa
e un cessate il fuoco, pretendendo dall'Iraq l'accettazione di tutte le altre
risoluzioni votate. La richiesta è assurda, perché si tratta o di risoluzioni
inerenti temi che non possono riguardare l'Iraq (come la 669, che propone
l'esame delle richieste di assistenza dei paesi danneggiati dall'embargo, o come
la 670, che dispone il sequestro di navi irachene che approdino in un paese
straniero sospettato di violare il blocco), oppure superate dai fatti (come la
664, che ingiunge all'Iraq di rilasciare gli stranieri presi in ostaggio), o
ancora di semplici conferme di risoluzioni precedenti. Sta di fatto che,
malgrado l'evidente incongruenza della richiesta, l'ambasciatore iracheno
all'ONU dichiara di sottomettervisi; ma nemmeno ciò basta agli Stati Uniti, che
pretendono un consenso formale scritto delle autorità irachene, quasi che un
ambasciatore non avesse veste per rappresentarle.
Nel frattempo, l'esercito "alleato" sta completando l'accerchiamento
delle truppe irachene che abbandonano il Kuwait in fuga disordinata. Lo scopo
dichiarato è quello di una distruzione dell' "arsenale militare
iracheno" - scopo dietro il quale fanno capolino quelli, ammessi nei giorni
precedenti, di un'occupazione dell'Iraq meridionale e persino di una marcia su
Baghdad. E' però in corso una riunione a porte chiuse del Consiglio di
sicurezza. Cosa vi si discuta non è noto, ma è molto probabile che le pretese
statunitensi incontrino le prime, serie opposizioni da parte di altri mèmbri
permanenti (quasi sicuramente Cina e URSS, forse la Francia). Arriva nel
frattempo anche la conferma ufficiale irachena dell'accettazione di tutte le
risoluzioni. Finalmente, alle 18,30, viene annunciato un discorso che Bush
terrà tre ore dopo. All'ora fissata il presidente degli Stati Uniti annuncia
infatti dai teleschermi la vittoria "alleata" e il cessate il fuoco;
non immediato, però, ma procrastinato di altre tre ore (che diverranno, in
effetti, tre ore e 50 minuti). Cosa sia accaduto in quelle tre ore, nelle tre
ore precedenti, e nelle ore ulteriori che hanno seguito l'annuncio respinto
della resa irachena, lo si saprà solo nei giorni successivi. Quando cioè le
televisioni di tutto il mondo mostreranno l'enorme distesa degli automezzi, sia
militari che civili, con cui l'esercito iracheno in rotta cercava di lasciare il
Kuwait. Automezzi sfasciati perché finiti fuori strada, scontratisi tra loro o
spostati dai carri dei vincitori; del tutto privi però di segni di pallottole,
e accuratamente svuotati del cadaveri che contenevano. Ma nemmeno i pochi
cadaveri scorti dai giornalisti, tenuti lontano dal teatro della battaglia,
recavano alcun segno di ferite da proiettili57.
La tragedia che si è consumata sull'autostrada che dal Kuwait conduce all'Iraq
non può essere descritta che come un genocidio. Gli undicimila automezzi
bruciacchiati, i cadaveri intatti fatti sparire in gran fretta, non hanno in
effetti che una spiegazione possibile: le bombe FAE. Decine di migliaia di
iracheni (e non solo iracheni, se è vero che costoro trascinavano con sé,
stando alle fonti "alleate", una massa di cittadini kuwaitiani e
palestinesi), sono stati uccisi dalla distruzione dell'ossigeno nell'atmosfera,
soffocati nei veicoli con cui cercavano di sottrarsi alla pioggia incessante di
missili, napalm e fosforo. E tutto ciò dopo la formale resa del loro governo58.
Si comprende allora perché Bush cercasse di prendere tempo, trovando ogni
pretesto per rimandare il cessate il fuoco anche solo di qualche ora. Occorreva
portare a termine la strage ordinata all'alba del 26 febbraio dal generale
Schwarzkopf, in applicazione della conclamata volontà di distruggere l'
"arsenale bellico" iracheno. Occorreva poi cancellare i segni più
evidenti di quanto era successo.
Veniva così consumato e celato uno dei più immani crimini della storia
contemporanea, persino superiore per dimensioni all'orrenda strage col gas
cianogeno dei 5.000 curdi di Halabja commessa nel 1988 da Saddam Hussein. Ma
questa volta l'incredibile delitto era freddamente eseguito per preservare
"our very way ofiife". Ciò bastava a giustificarlo agli occhi
dell'Occidente.
9.
Il 6 marzo 1991 i paesi arabi che si erano schierati con gli Stati Uniti nel
conflitto - Arabia Saudita, Egitto, Siria, Emirati Arabi - stipulano il
cosiddetto "patto di Damasco", garantendosi reciproco appoggio
militare per mantenere gli equilibri nell'area mediorientale. Simile dispositivo
è destinato a consentire il ritiro graduale delle truppe statunitensi; queste
ultime potranno contare in un imminente futuro su tre basi militari permanenti
nel Golfo Persico (contro le due negoziate all'inizio del conflitto), violando
un antico tabù saudita e mettendo per la prima volta piede in forma stabile e
irreversibile nelle terre del petrolio.
Pochi giorni dopo si apre a Ginevra il vertice del paesi aderenti all'OPEC,
assente l'Iraq. L'Algeria, che detiene la presidenza, chiede all'Arabia Saudita
di ridurre la propria produzione di greggio, che dal 2 agosto 1990 è passata da
5,4 a 8 milioni di barili al giorno. Ne nasce un incidente con i sauditi,
intenzionati non solo a mantenere le quote vigenti, ma ad aumentare in
prospettiva la capacità di estrazione fino a 12 milioni di barili al giorno59.
Ovviamente sono i sauditi, forti della loro collocazione nel recente conflitto,
ad avere la meglio; tanto da iniziare a porre una candidatura loro, o di altri
paesi "moderati", alla presidenza dell'Organizzazione.
Ciò garantirà agli occidentali - e soprattutto agli Stati Uniti, più
dipendenti degli europei dall'importazione di greggio - prezzi contenuti per un
lungo periodo a venire. Così come garantirà alle masse arabe un avvenire di
ulteriore miseria dalla durata imprevedibile.
L'ordine torna dunque a regnare nel Golfo, dopo i mesi dello "scudo" e
i 100 giorni della tempesta. Chi ne tenga le chiavi è chiaro: quando il
segretario del partito giapponese di maggioranza tenta un viaggio d'affari
nell'area, gli Stati Uniti gli negano persino il passaggio aereo. Per forza:
sono loro i vincitori, di fronte a un'Unione Sovietica ridotta a una media
potenza e a un'Europa che, la lingua fuori, moltiplica i propri attestati di
fedeltà. L'incubo del '93, che tormentava il sonno degli americani, sembra
svanito per sempre.
E' assai probabile che questo scenario di guerra, proprio per i successi che ha
garantito a chi lo ha elaborato, sia destinato a ripetersi in futuro. Si è
visto come un conflitto di "media intensità", subito tradotto in
guerra di sterminio, assicuri scarse perdite a chi lo avvia e ottenga il
risultato di condurre a un'umiliazione delle potenze regionali, siano esse
alleate o nemiche del vincitore, vale a dire dell'unica superpotenza rimasta
sulla scena mondiale. A tal fine occorreva un'altra Hiroshima, che dimostrasse a
un mondo sconvolto dalle disparità, dalle iniquità, dal più spietato
sfruttamento il potere senza limiti del suo eterno padrone.
Sull'autostrada che da Kuwait City conduce all'Iraq, le carcasse di 11.000
veicoli restano a testimoniare quale sia stato il prezzo reale di questa
vittoria. Ma presto anche quei rottami spariranno, così come i corpi senza
ferite di chi li occupava, morto senza aver sparato un solo colpo. Tutto ciò va
cancellato della cronaca e dalla memoria, affinché non resti nella storia.
Perché se un giorno gli Stati Uniti guardassero senza filtri nel loro
"scudo del deserto", vi vedrebbero riflesso un volto orrendo. Come
quando Medusa si vide riflessa nello scudo di Perseo, e rimase tanto inorridita
da morirne.
Valerio Evangelisti
Note:
1 G. Lazzari, Caro postero..., in "RID - Rivista Italiana Difesa",
1991, n.2, p.5.
2 Cfr. P. Salinger, E. Laurent, Guerra del Golfo. Il dossier segreto,
Milano,1991, pp. 105-113. Il volume di Salinger e Laurent è lettura
indispensabile per chiunque intenda parlare della crisi del Golfo con cognizione
di causa. Gli autori riferiscono questo dialogo tra re Hussein di Giordania e
Saddam Hussein, avvenuto il 3 agosto: ""Andrete al mini-vertice
previsto per domani?" Saddam fa segno di si con la testa. "Ve ne
andrete dal Kuwait?" "Sì, se si troverà una soluzione alle vertenze
con l'emiro"" (p.106). Qualche ora dopo, il presidente iracheno
preannunciava il ritiro delle proprie truppe dal Kuwait a partire dal 5 agosto.
3 Cfr. L. Manisco, Guerra di terra: l'incubo di George Bush, in
"Avvenimenti", 13 febbraio 1991, pp. 8-9. Subito dopo l'invasione del
Kuwait, Bush dichiarò che non era in programma un intervento militare
statunitense. Inviate le proprie truppe, asserì che la missione aveva
"scopi puramente difensivi". E così via. Cfr. J. Mlller, L. Mylroie,
Saddam Hussein and the Crists in the Gulf. New York 1990, p.XII.
4 Allorche Bush ordina l'invio in Arabia Saudita di forze armate americane,
"fissa loro tre obiettivi: dissuadere l'Iraq da altre aggressioni,
difendere l'Arabia Saudita, rafforzare il potenziale della penisola arabica. Gli
ufficiali superiori hanno ricevuto ordine di tenersi pronti per altre missioni,
ma nulla si dice di una eventuale offensiva per costringere l'lraq a evacuare il
Kuwait". P. Salinger, E. Laurent, op.cit., p. 144.
5 Cfr. P.M. de la Gorce, La quête désesperée d'un dénouement diplomatique,
in "Le Monde diplomatique", dicembre 1990, p.15.
8 Cfr. M. Sid-Ahmed, Ambitieux et risqué, le choix de l'Egypte, in "Le
Monde diplomatique", gennaio 1991, p.21. L'Egitto vedrà coronate le
proprie ambizioni col "patto di Damasco., di cui si dirà più oltre.
7 Cfr. J. Miller, L. Mylroie, op.cit., p.7.
8 Fin dal 6 agosto, tuttavia, gli USA avevano proposto a re Fahd un protocollo
segreto, col quale il sovrano saudita li autorizzava, in cambio dell'intervento
a difesa del suo regno, a insediare proprie basi permanenti nel Bahrein e in un
Kuwait eventualmente sgomberato dagli iracheni. Cfr. P. Salinger, E. Laurent,
op.cit., p.132.
9 A norma dell'art.27-3 della carta delle Nazioni Unite, le decisioni del
Consiglio di sicurezza autorizzanti l'uso della forza richiedono "un voto
positivo di nove membri, tra cui i voti concordanti dei membri permanenti".
In realtà, la Cina si astenne dal votare la risoluzione 678, che fissava
l'ultimatum del 15 gennaio 1991. Venne così meno la concordanza dei membri
permanenti, e si diede attuazione a una risoluzione illegale. Cfr. R. Falk, Les
Nations unies sous la coupe de Washington, in "Le Monde diplomatique
", febbraio 1991, p.3. Altre violazioni della carta dell.ONU durante la
crisi sono illustrate in Giuristi contro la gucrra, L'Italia ripudia la guerra,
suppl. a "Awenimenti. del 6 marzo 1991, cap.II.
10 Cfr. L. Innecco, Delta Force: attualità delle forze speciali, in
"Rivista Militare Italiana", 1986, n, 4, p. 38.
11 Cfr. D. Barry, Conflitti di bassa intensità: il caso dell'America Centrale,
in "Primo Maggio", 1987, n. 27-28, pp. 8-9.
12 Su tutti questi temi cfr. Nicaragua: preludio a una tragedia, "Maquis
Dossier". 1984 n.1, pp. 44 ss. Il volume più esauriente sull'argomento è
comunque P. Harrison, Etats-Unis contra Nicaragua, Génève 1988.
13 Per una valutazione dei danni arrecati al Nicaragua dalla controrivoluzione
alimentata dagli Stati Uniti cfr. La Contrarrevoluciòn: desarrollo y
consecuencias. Datos bàsicos 1980-1985, Centro de Comunicaciòn Internacional,
Managua 1985.
14 Per una descrizione, non troppo realistica, delle forme in cui ciò sarebbe
potuto avvenire, cfr. D.C. Isby, Nicaraguan invasion - the Final Option?, in
"Soldier of Fortune., 1987, n.10, pp. 76 ss.
15 Cfr. P. Gianvanni, I missili delle Falkland, in "Panorama Difesa",
1983, n.2, pp. 58 ss.
18 Cfr. Gen. A. Pelliccia, La lezione delle Falklands, in "RID -Rivista
Italiana Difcsa., 1982, n.3, p.27.
17 Fin dai primissimi giorni successivi all'invasione del Kuwait il governo
statunitense ha dato vita, nell'ambito del Deputies Committee, a un gruppo per
la guerra psicologica coordinato da Robert Gates, ex numero due della CIA e
membro del Consiglio di sicurezza della Casa Bianca. Cfr. P. Salinger, E.
Laurent, op.cit., p. 168.
18 Cfr. P.G. Donini, Formazione e sviluppo del Kuwait, in "Politica
Internazionale", 1990, n.11- 12.
19 F.F. Clairmonte, La.finance kowaïtienne peut se passer des revenus du
pétrole, in "Le Monde diplomatique", settembre 1990, p.18.
20 Ivi.
21 Cfr. D. Clerc, Le pétrole et l'injuste partage, in "Le Monde
diplomatique", ottobre 1990, p.20; J. Thobie, Les frontières, brûlantes
cicatrices du partage colonial, in "Le Monde diplomatique", novembre
1990, pp.14-15.
22 Cfr. soprattutto A. Gresh, D .Vidal, Golfe, clés pour une guerre annoncée,
Paris 1991. Il volume è di gran lunga il più esauriente e informato fino ad
oggi uscito sulla "crisi del Golfo".
23 Anon., L'effondrement d'un ordre arabe archaïque, in "Le Monde
diplomatique", settembre 1990, p.17.
24 Un'ampia rassegna di tali risoluzioni è in Le Nazioni Unite e la questione
palestinese, Roma 1979.
25 Una rassegna delle relazioni delle principali organizzazioni dei diritti
umani sulle atrocità commesse dal regime di Saddam Hussein è in J. Miller, L.
Mylroie, op.cit., pp. 237-261. Per un'allucinante, ma documentata, descrizione
dei crimini del governo iracheno cfr. S. Al Khalil, Republic of Fear: the
Politics o! Modern Iraq, Berkeley 1989.
26 Esemplare la vicenda del "sogno" di Saddam Hussein. Nel pieno della
crisi, i quotidiani di tutto il mondo uscirono con l'annuncio che Hussein
avrebbe sognato Maometto, che gli avrebbe intimato di ritirarsi dal Kuwait. Non
risulta che Hussein, o qualsiasi altra fonte irachena, abbiano riferito un
episodio del genere (fatto oggetto di editoriali da parte di autorevoli
commentatori italiani, come Bernardo Valli e Alberto Ronchey). La fonte reale
pare essere stata un oscuro quotidiano del Bahrein, che mai ha avuto l'onore di
alimentare le agenzie di stampa. La notizia ha avuto una così ampia diffusione
solo perché serviva ad alimentare la tesi della "pazzia" del
presidente iracheno. Sui condizionamenti subiti dai media statunitensi nel corso
del conflitto cfr. S. Halimi, Des médias en tenue camouflée, in "Le Monde
diplomatique", marzo 1991, pp. 4-5; E. Pellegrini, USA: così si è formato
il consenso, in "Avvenimenti", 1991 n.9, p.18.
27 Quasi tutta la stampa ha narrato di come gli iracheni avessero sottratto
dagli ospedali kuwaitiani le incubatrici, uccidendo centinaia di neonati.
Cessato il conflitto, la Croce Rossa Internazionale ha constatato come nessuna
incubatrice fosse stata asportata dagli ospedali del Kuwait, ma la notizia è
stata taciuta. Cfr. L. Manisco, Guerra e propaganda, in "Avvenimenti",
1991 n. 12, p. 7. Ciò getta qualche dubbio su certi aneddoti tra l'orrido e il
pornografico diffusi dopo la riconquista di Kuwalt City.
28 Dopo l'avvio dei bombardamenti su Baghdad, l'emittente statunitense CNN
mostra il filmato di una donna irachena che, tra le rovine, accusa gli
occidentali di genocidio e li invita a recitare il "mea culpa". Pochi
giorni dopo, le agenzie battono la notizia che si sarebbe trattato di una
montatura. I servizi di informazione statunitensi (leggi CIA) riferiscono
infatti che la donna non sarebbe un'irachena qualsiasi, bensì
l'"addetta" all'ufficio di un'importante personalità di governo. Ora:
1) la CIA non è una fonte di informazione tra le più imparziali; 2)
"addetta" all'ufficio di una personalità del governo non equivale a
membro del governo, o simili; 3) non è detto che una persona, quale che sia il
suo incarico, non possa manifestare dolore e rancore per la distruzione della
propria città; 4) il compito di una recita ad uso dei giornalisti difficilmente
sarebbe stato affidato a una personalità di grande rilievo; 5) chiunque abbia
visto quelle immagini sa bene che non si trattava di una recita. Siamo dunque in
presenza di un episodio di guerra psicologica. In Italia va segnalato il
comportamento del TG2, e in particolare della sua ineffabile corrispondente da
Amman, Maria Giovanna Maglie. Costei si dilunga sulla smentita da parte della
CIA dopo aver trasmesso, giorni prima, un brevissimo spezzone del filmato, in
cui al suono originale era stato sostituito un commento di questo tenore:
"Ecco una donna che recita le parole messele in bocca dal regime di Saddam
Hussein".
29 Esemplare per ipocrisia il comportamento del governo britannico, su cui
ricade il retaggio coloniale che ha fatto del Medio Oriente una polveriera:
"Con il suo rigoroso allineamento alla politica americana nella crisi del
Golfo, la Gran Bretagna difendeva l'ordine internazionale che essa aveva, più
di ogni altro, contribuito a fondare". P.M. De la Gorce, L'éclatante
démission de la diplomatie européenne, in "Le Monde diplomatique",
febbraio 1991, p.6.
30 Cit. in M. Klare, Le Golfe, banc d'essai des guerres de demain, in "Le
Monde diplomatique", gennaio 1991, p.18.
31 Progetti analoghi sono in elaborazione anche per ciò che riguarda le forze
armate italiane. Cfr. Scuola di Guerra di Civitavecchia, L'irrinunciabile ruolo
dell'esercito, in "Panorama Difesa", 1991 n.75, specie pp. 51-53.
32 lvi, p. 19. Cfr. anche M.Klare, Obiettivo Iraq, in "Il Manifesto",
17 febbraio 1991, pp. 6-7.
33 P. Salinger, E. Laurent, op.cit., p.98.
34 Cfr. D. Eshel, L'esercito iracheno: esperienze di combattimento, in
"Uomini e armi: guerra nel Golfo", suppl. a "RID - Rivista
Italiana Difesa", 1991, n.3, p.29.
35 lvi, p. 30.
36 Su di esso cfr. U. Santino, Airland Battle, Torino 1985.
37 Cfr. D.Eshel , art.cit., pp. 25 ss.
38 Cfr. A. Nativi, Guerra nel Golfo: le operazioni aeree, in "Uomini e
armi: guerra nel Golfo", cit., pp.32 ss. Molti indizi fanno ritenere che
l'autore dell'articolo, peraltro assai informativo, sia uno psicotico.
39 "Non basta acquistare macchine sofisticate, bisogna poi saperle
adoperare. E per adoperarle ci vuole preparazione tecnica e culturale perché la
guerra moderna è una guerra di computer; più che scuole di mistica
rivoluzionaria, servono università." F. Giaculli, Saremo diversi, in
"Volare", 1991 n. 88, p.3.
40 Cfr. P.M. de la Gorce, L'éclatante démission..., cit., p.7.
41 Numerosi fautori della soluzione militare hanno fatto riferimento, nelle loro
argomentazioni, alla scarsa efficacia dell'embargo nei confronti dell1raq. Così
facendo, hanno giocato sull'equivoco tra l'embargo, decretato dal Consiglio di
sicurezza dell'ONU fin dal 6 agosto, e il blocco militare, dimostratosi invece
assai efficace, come ammesso dalla CIA in un proprio rapporto (poi modificato in
omaggio alla politica di Bush). Cfr. CIA Scales Back Hopeful Stance On Sanctions,
in "International Herald Tribune", 11 gennaio 1991.
42 Cfr. P.M. de la Gorce, art.cit., p.7.
43 Cfr. R.Stanglini, Un mese di tempesta, in "Panorama Difesa", 1991
n.75, p.25. Successivamente, le autorità statunitensi diranno di avere
pianificato l'offensiva di terra fin dal 12 febbraio; ciò non sembra tuttavia
coincidere con gli atteggiamenti e con le informazioni di quei giorni.
44 Cfr. L'esplosivo gassoso: l'arma segreta di Saddam Hussein?, in "Uomini
e armi: guerra nel Golfo", cit., p.29 (da notare che, prima dell'impiego
delle bombe "aerosol" da parte degli statunitensi, la perfida
intenzione di usarle veniva attribuita agli iracheni); F. Tonello, Il grande
bluff dell'aerosol, in "Il Manifesto", 13 marzo 1991.
45 J .P. Mari, Témoignage sur une guerre propre, in. "Le Nouvel
Observateur" , 14 marzo 1991, p. 44
46 Per una sintesi del testo dell'accordo cfr. Ecco i sei punti del piano
proposto dall'URSS, in "La Repubblica", 23 febbraio 1991.
47 Cfr. A. Kapéliouk, Le grand débat à Moscou sur la guerre du Golfe, in
"Le Mondediplomatique", marzo 1991, pp.16-17.
48 Cfr. I. Ramonet, Nouvel ordre, in "Le Monde diplomatique", marzo
1991, p.l.
49 Ivi.
50 Chi ha parlato di un "risveglio dell.ONU", in rapporto alla crisi
del Golfo, dovrebbe essere invitato a leggere, se non altro, la stampa
quotidiana. Cfr., quale esempio grottesco di comicità involontaria, F.Soglian,
Il risveglio dell'ONU, in "Politica Internazionale", 1990, n. 11-12.
51 Cfr. F.F. Clairmonte, Entre Tokyo et Washington, une autre guerre..., in
"Le Monde diplomatique" marzo 1991, p.3.
52 Eloquente la dichiarazione di uno specialista giapponese di relazioni
internazionali: "Una delle poste in palio segrete di questa guerra è la
riaffermazione, da parte degli Stati Uniti, della loro leadership mondiale
minacciata dall'accresciuta potenza del Giappone e dell'Europa." Cit. in
M.F. Toinet, Le relatif déclin de la puissance américaine, in "Le Monde
diplomatique", marzo 1991, p.5.
53 Le stime statunitensi sui costi del conflitto sono passate da 45 miliardi a
52 miliardi di dollari nell'arco di pochi giorni (la seconda cifra è stata
annunciata da Baker il 22 febbraio). E ciò a fronte di promesse di
finanziamento, da parte dei paesi "alleati", di 54 miliardi di
dollari, di cui 15 già incassati. Cfr. M. Pianta, La guerra? Un vero affare, in
"Il Manifesto", 10 marzo 1991.
54 Cfr. G. Corm, Penser l'après-guerre, in "Le Monde diplomatique",
marzo 1991, p.8.
55 Cfr. J. Miller, L. Mylroie, op.cit., pp. XII e 216.
56 Il peso delle importazioni nel fabbisogno di petrolio degli Stati Uniti è
passato dal 12% nel 1971 al 36% nel 1978; e ciò mentre il fabbisogno di Europa
e Giappone tendeva invece a contrarsi Cfr. M.F. Toinet, art.cit., p.5.
57 E' quanto hanno riferito gli inviati del TG3 italiano di ritorno dal fronte,
nell'edizione della notte andata in onda il 13 marzo 1991. Le loro
dichiarazioni, e in particolare quelle di Filippo Landi, non sembrano mentre
scrivo avere suscitato alcuno scalpore. Il giornalista di "La
Repubblica" Paolo Garimberti, presente alla trasmissione e in apparenza
assai colpito, non ne ha poi fatto alcun cenno sul suo giornale.
58 Cfr. L.Manisco, La strage della penultima notte, in "Avvenimenti",
1991 n.l1, p.9. L'articolo non fa riferimento all'impiego delle bombe aerosol,
emerso solo nei giorni successivi, ma descrive con efficacia l'enormità del
massacro.
59 Cfr. R Gianoa, Nel futuro dell'OPEC un barile mezzo vuoto, in "La
Repubblica - AfIari Finanza", 15 marzo 1991, p.13.