NON
A NOME MIO
LA REAZIONE DEI PACIFISTI BRITANNICI ALLA
GUERRA CONTRO L’IRAQ
di Bianca Mastrominico
E’ il 22 marzo 2003 e sono su un’autobus organizzato dalla coalizione pacifista britannica Stop the War in partenza dalla città di Exeter, che sta portando dimostranti a Londra per partecipare ad un’ennesima marcia di protesta contro la guerra all’Iraq. Anche se il conflitto è ormai in atto, i pacifisti britannici di ogni città, provenienza, etnia, religione, sesso ed età che non sono stati ascoltati da Tony Blair e dal suo governo, sono ansiosi di far sentire la propria voce ancora una volta, e decisi a continuare con le proteste. Chris Nineham, un portavoce del movimento, alla seguente domanda di un giornalista della BBC: “Per cosa protestate? Davvero credete che, a questo punto, potete fermare la guerra?” ha risposto: “Se vivessimo in una democrazia, allora il punto di vista della maggioranza dovrebbe prevalere; e la maggior parte delle persone in questo paese vuole che questi bombardamenti si fermino prima possibile. E’ questo quello che chiediamo oggi.”
La coalizione pacifista ha anticipato che al corteo parteciperanno cinquecentomila persone, ma le cifre finali si aggireranno intorno alle duecentomila. Eppure, nonostante il calo di partecipazione rispetto alla grande marcia nazionale del 15 febbraio scorso, i leaders sono convinti, adesso più che mai, della validità di questa come delle proteste che seguiranno.
Nell’autobus i giornali si aprono ad ogni fila di posti: sul Daily Mirror, testata molto critica e tagliente nei confronti di Blair, un articolo titola “Combattimento virtuale: fatti o finzione” e discute dell’impatto mediatico delle immagini di guerra trasmesse dai canali televisivi occidentali, del loro grado di realtà ed attendibilità, della qualità spesso visibilmente di parte dell’informazione ufficiale, e di come i filtri alle notizie dal fronte non sono evidentemente soltanto quelli imposti dal monitoraggio iracheno. Mentre la BBC – che il parlamentare scozzese George Galloway, uno dei politici sostenitori di Stop the War, nel suo discorso alla fine della marcia, definirà la Bush (piuttosto che British) Broadcasting Corporation – è accusata dai pacifisti di non fornire una copertura adeguata alla tragedia delle morti di civili iracheni, in generale la stampa britannica, fin dalle prime operazioni militari, è stata abbastanza attenta a non creare falsi miti di facile vittoria per gli “alleati” anglo-americani. Però, man mano che la guerra avanzerà, i giornali prenderanno posizioni sempre più nette e contrapposte: alcuni, come The Independent, schierandosi in modo decisamente ostile al conflitto, altri, come il tabloid The Sun, scegliendo un taglio nazionalista e drammatico, quando non distorto ed inesatto, nel riportare le notizie riferite ai soldati britannici caduti in Iraq ( la maggior parte, finora, in incidenti causati dal “fuoco amico”).
Arrivato a Londra, il bus ferma nei pressi di Westminster, da dove proseguiamo a piedi per raggiungere Embankment, dove avrà inizio il corteo, che si snoderà per Westminster, Whitehall, Trafalgar Square, Piccadilly Circus, e si concluderà in Hyde Park.
Davanti alla ruota del London Eye, in una lunga e ordinata fila, famiglie e vacanzieri aspettano pazienti il loro turno per salire ad ammirare il panorama. Per tutto il pomeriggio, Londra avrà tre anime: da un lato i pacifisti con la loro protesta, dall’altro i londinesi che vogliono godersi in santa pace il week- end; e poi i turisti, confusi dal via-vai di manifestanti e cartelli che, insieme ai banchetti di propaganda politica e agli striscioni di condanna, stanno oscurando l’immagine istituzionale e patinata del Big Ben e del Palazzo di Westminster. Anche se la tensione è leggera, è tuttavia palpabile, e non si può non avvertire sulla pelle che questa è la capitale di un paese in guerra, e che nonostante la protesta, i giochi, politicamente parlando, sono fatti, e questo proprio non va giù a molti pacifisti. “Oggi la rabbia e le emozioni sono così forti - commenta Jody, un attivista della Cornovaglia – che potrebbero scatenare un pò più di aggressività, sia da parte dei manifestanti che dei poliziotti”. E difatti, a circa un’ora dalla conclusione ufficiale della marcia in Hyde Park, avverrano scontri tra la polizia e un centinaio di dimostranti, che bloccheranno il traffico nella centralissima Oxford Street.
Il passaggio dei gruppi di manifestanti sul ponte di Westminster è osservato da poliziotti attenti e silenziosi: saranno circa un migliaio, sparsi lungo il percorso del corteo, ma concentrati soprattutto nei punti caldi, come all’incrocio di Whitehall con Downing Street – dove al numero 10 risiede Tony Blair, e che ovviamente è inaccessibile. Eppure da nessuna parte si vedono schieramenti di milizie armate fino ai denti o scudi in bella mostra, e non c’è alcun segno di intimidazione: i bobbies britannici si limitano a vigilare la marcia stando dietro le transenne, o camminando in coppie tra i manifestanti.
Del resto la protesta ha il beneplacito del sindaco di Londra Ken Livingstone, che nel suo discorso in Hyde Park fa precise affermazioni contro la guerra, rassicurando prima di tutto i londinesi musulmani che egli non permetterà che si usi questo conflitto contro l’Iraq per attaccarli, e aggiunge che “un mondo retto da Wall Street e dalla Casa Bianca non è una via accettabile per l’umanità”.
“Io rispetto ed applaudo la gente che ha protestato in Parliament Square ogni giorno –concluderà- grazie, e non vi arrendete mai, perché la lotta continua”.
Un elicottero gira alto sul corteo, dove una marea di cartelli esibisce i tre slogans divenuti un classico delle proteste dei pacifisti britannici in questi ultimi mesi: STOP THE WAR [stop alla guerra N.d.T.], DON’T ATTACK IRAQ [non attaccate l’Iraq N.d.T.], NOT IN MY NAME [non a nome mio N.d.T.], ma abbondano soprattutto immagini di Blair e Bush, da soli e insieme, commentate con appellativi al vetriolo, e si vedono anche molti cartelli appartenenti a sottogruppi pacifisti, ed altri con scritte a mano e riflessioni più personali: “il servizio pubblico non bombarda/ difende i profughi” oppure “Blair la tua guerra è disonesta e oscena/ l’opposizione continuerà”. Non c’è dubbio che Tony Blair sia l’oggetto indiscusso della rabbia, indignazione e frustrazione dei pacifisti - molti dei quali sono i lavoratori che votano il suo partito laburista e sostengono il suo governo, nel quale avevano sperato fino all’ultimo per una soluzione pacifica della crisi irachena.
Superata Downing Street, un manifestante sui trent’anni, occhiali da sole e kefia palestinese al collo s’infuria, e piantandosi davanti ad un poliziotto dietro una transenna, gli urla in faccia a ripetizione uno degli slogan che sta facendo il giro del corteo: “we don’t want your bloody war” [noi non vogliamo la vostra maledetta e sanguinosa guerra N.d.T.].
Uscendo da Trafalgar Square me lo ritrovo davanti, che spiega ad un amico: “ Io sono un musulmano moderato, ma posso diventare un fanatico a causa di questa merda di guerra, e a quel punto loro [le autorità N.d.A.] mi diranno: ma come mai? Tu eri normale... allora io gli chiederò: e voi perché fate questo? Perché fate questo?”.
Qualche centinaio di metri più avanti, alle mie spalle lo speaker di un collettivo anglo-turco improvvisa al megafono un comizio ambulante “Questa guerra non può essere fermata né dalla politica né dall’ONU. Questa guerra può essere fermata solo dalla coscienza di milioni di persone nel mondo, che vanno in strada per esprimere la loro rabbia e la loro furia, perché questa non è solo una guerra contro l’Iraq, questa è una guerra contro tutta la gente pacifica del mondo”.
Ad Hyde Park, tra tamburi, giocolieri improvvisati e distributori di volantini che auspicano la fine politica di Blair, il corteo si dissolve, salvo ricomporsi in una folla sparsa davanti al palco, dove si succedono gli interventi dei leaders di Stop the War.
Lindsey German, editrice della Socialist Review e fondatrice della coalizione pacifista, lancia il suo slogan: “noi siamo molti/ loro sono pochi/ loro hanno i carri armati/ noi abbiamo la gente”, mentre Tony Benn, ex -parlamentare laburista, popolare per la sua storia di integrità e coerenza politica, prende la parola dopo la German: “i bombardamenti di Baghdad - dice Benn- sono un massiccio attacco terrorista”, e aggiunge: “questa è una guerra contro i musulmani, i palestinesi, i poveri e gli affamati”. Infine, focalizzandosi sulla situazione interna, precisa: “ci è stato detto di sostenere le truppe durante la guerra, ma quando i soldati ritorneranno, dovranno comunque andare all’Income Support Office [il collocamento N.d.T.]”; e chiude, seguito da un’ovazione di applausi: “io voglio democrazia non soltanto in Iraq, ma anche in Gran Bretagna”.
Interviene poi il già citato parlamentare George Galloway, voce radicale della politica britannica, che definisce il parlamento di Tony Blair come un “parlamento di burattini” e assicura ai pacifisti che “noi siamo la democrazia britannica”. Poi, anticipato dalle labbra di molti, lancia un avvertimento al governo in carica: “noi sosterremo il nostro paese quando ha ragione, e ci opporremo quando ha torto”; quindi mette in luce la contraddizione di fondo dell’intervento armato anglo-americano in Iraq, che i pacifisti cominciano a chiamare “invasione”, nonché la situazione paradossale in cui si trovano gli iracheni, quando dice “il popolo iracheno sta aspettando che degli stranieri lo uccida per liberarlo”, e poi “il risultato è che sono nati diecimila nuovi Bin Laden”. E a proposito di Blair, appunta con indignata passione: “Com’è scritta tutta sulla sua faccia, la colpa del suo crimine!”
Dopo Galloway i discorsi si interrompono, e dal palco inizia una canzone: il tema è sempre lo stesso, “the bloody war”, la guerra maledetta e sanguinosa, e come fermarla. Intanto la protesta si va concludendo e la folla disperdendo.
Uscendo da Hyde Park per ritornare all’autobus, l’occhio si posa sull’ennesimo cartello autogestito: “nessuna via d’uscita per Tony Bliar”, invece che Blair, dove liar significa bugiardo. Ecco, la sensazione in Gran Bretagna è che si vive in una bugia di proporzioni planetarie, che è difficile carpire la verità, e che anche quando la menzogna è palese, è comunque arduo farla ammettere pubblicamente ai rappresentanti del governo che hanno scelto di essere consenzienti. Anche i giornalisti televisivi più combattivi hanno poco successo nel provocare delle risposte oneste e non visibilmente contraddittorie, sia dal Ministro della Difesa Geoff Hoon che dai vari generali, britannici e americani, intervistati quotidianamente.
Vien da pensare a quel che Albert Einstein ha scritto: “il mondo è un posto pericoloso in cui vivere; ma non a causa della gente malvagia, piuttosto a causa della gente che non fa niente contro la malvagità”; e quello che spinge le persone a rispondere all’appello di Stop the War è proprio la volontà di opporsi ad una situazione di pericolosa sfiducia che questo conflitto sta creando tra i popoli che ne sono coinvolti, ma anche il bisogno di fare qualcosa di concreto per difendere i valori e i diritti umani fondamentali, negati da questa come da ogni altra guerra.
Quattro ore di marcia ininterrotta non cambiano la direzione delle bombe, dei missili, dei proiettili e della violenza contro il popolo iracheno, ma la partecipazione di centinaia di migliaia di persone alle proteste pacifiche in un paese militarmente coinvolto in questa guerra come la Gran Bretagna, indica che si deve e si può sostenere la consapevolezza individuale e collettiva di agire per la pace, e continuare a contrastare gli interessi e l’opportunismo delle strategie politiche di due governi che non si sono degnati, e continuano sfacciatamente a non degnarsi di riflettere sulle implicazioni etiche che un attacco militare non provocato comporta. “Nell’ultimo anno – dice Maurice, uno degli organizzatori di Stop the War ad Exeter- gli Stati Uniti hanno dichiarato di voler dominare il mondo, e un anno fa io credevo che fossero soltanto voci, ma dopo aver visto i loro documenti politici mi accorgo che è vero, che il desiderio di controllare e dominare il mondo è una politica americana ben formulata. Sento di dover fare qualcosa, perché come uomo bianco sono imbarazzato e vergognato, ed anche se non sono una vittima di questa politica, anche se non vivo in un paese del Medioriente, sento che non posso permettere che questo succeda a mio nome”.