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Information guerrilla

Kenya: la setta dei Mungiki tra violenza e potere

27 Lug 2007 19:59

Prime avvisaglie

In febbraio di quest’anno, uno dei quotidiani più prestigiosi del Kenya: il Daily Nation (paragonabile alla nostra La Repubblica come stile giornalistico) pubblica una serie di articoli sull’aumento della criminalità nel paese. Due gli articoli di prima pagina tra i più eclatanti: “Nairobi: una città assediata da bande di assassini” e “Salvate i Kenyoti da questa orgia di violenza”.

In meno di una settimana cinquanta persone sono aggredite da bande giovanili in vari quartieri della capitale. Tutte le vittime, dopo essere state derubate vengono barbaramente trucidate. Quello che fa più scalpore è che le aggressione avvengono in pieno giorno e in posti pubblici compreso il centro della città, senza che le forze dell’ordine possano tempestivamente intervenire.

Il Daily Nation fa notare che la polizia è ipotentente e impreparata ad affrontare questa ondata di violenza. I giovani criminali, secondo il quotidiano, applicano lo stesso modus operandi e sono tutti schedati, quindi ben noti alle forze dell’ordine.

Le aggressioni sono riportate anche dai settimanali regionali con il East African e dai quotidiani ugandesi e rwandesi. La borghesia kenyota entra in panico sentendo improvvisamente minacciato il loro mondo.

Seguono le dichiarazioni rassicuranti del Ministro degli Interni e del Capo della polizia. Governo e forze dell’ordine si impegneranno a fondo per fermare queste violenze contro gli onesti cittadini.

Ritorno alla normalità

Seguendo l’attuale logica giornalistica dei mass media anche il Daily News archivia il problema dopo questa serie di scoop per passare ad altri temi di attualità capaci di attirare l’attenzione dei lettori e quindi di mantenere alte le vendite.

Il quotidiano ritorna ad occuparsi delle notizie di sempre: la guerra in Somalia, la crisi nel Darfur, i progressi fatti dai paesi della regione dei Grandi Laghi verso la reallizzazione della Comunita dell’Africa dell’Est, gli ultimi scandali mondani delle Hip Hop star tanzaniane, le follie notturne dei VIP di Nairobi e Kampala, il campionato di calcio africano.

Insomma tutto ritorna alla normalità e riprende la vita quotidiana della piccola e media borghesia kenyota fatt di stress da metropoli africane, l’incubo del traffico, il lavoro, la famiglia, il club esclusivo, la domenica in chiesa e la fedele amica di tutti i kenyoti: la birra Tusker bevuta al pub osservando ballare stupende e disponibili ragazze mentre la mente viaggi nelle fantasie erotiche più libidinose.

L’annuale rapporto sull’andamento dell’economia rilasciato dal Ministero dell Finanze un mese dopo contribuisce a rafforzare la sicurezza degli onesti cittadini. «Crescita record in Kenya!» Il titolo è identico su tutti i quotidiani compresi quelli dell’opposizione.

Dopo un difficile decennio dove si registra il minimo storico della crescita economica (0,1%) nel 1993, grazie all’attuale governo il 2006 registra uno straordinario boom del 6,1%. I settori trainanti sono: turismo, trasporti, telecomunicazioni, industria. Leggermente penalizzata l’agricoltura.
L’onestà giornalistica impone il dovere di far riflettere il lettore avvertendolo che la crescita non è equilibrata, che le zone rurali del paese sono penalizzate rispetto ai grossi centri urbani, che esiste ancora un forte divario tra ricchi e poveri, questi ultimi costretti a vivere in squallidi slums dove il benessere è intravvisto solo attraverso il tubo catodico di vecchi televisori in bianco e nero. Ma in ultima analisi il paese avanza verso il benessere.

Il Presidente Mwai Kabaki, il FMI e la Banca Mondiale possono andare fieri. Questa è la prova inconfutabile che il Kenya sta lentamente ma inesorabilmente lasciandosi alle spalle il suo passato da terzo mondo per entrare nel club degli stati-miracolo africani. Brindisi, dunque! La Tusker diventa più gustosa e le ragazze più affascinanti e raggiungibili.

Dalla sua indipendenza ottenuta negli anni ’60, l’ex colonia inglese ha avuto solo tre presidenti. Il fondatore della patria : Jommo Kenyatta. Il diabolico despota ma leale alleato occidentale contro il comunismo : Arap Moi e l’attuale Kibaki, simbolo del rinnovamento democratico del paese.

Il Kenya è uno tra i migliori e più disciplinati allievi delle dottrine neo liberaliste del FMI e Banca Mondiale, quasi il primo della classe se non fosse per l’unico neo riguardante la corruzione dilagante. Ma Kibaki fin dall’inizio del suo mandato ha promesso ai donatori che porrà rimedio a questo diffettuccio precisando però che ci vorrà un po’ di tempo.

Riesplode l’ondata di violenza

Non passano tre mesi e l’ondata di violenza ritorna a far notizia sulle prime pagine dei quotidiani. Questa volta le bandi giovanili hanno un volto e un nome: Mungiki!

Ogni kenyota e musungu (bianco in swahili) che vive a Nairobi conosce questo nome che identifica una particolarissima setta nata nel 1985 caratterizzata da fanatismo religioso e micro criminalità. In piu’ di venti anni di attività la setta è divenuta quasi parte del folclore nazionale. I suoi aderenti sono giovani disoccupati con i capelli alla rasta, sniffatori di tabacco, amanti del reggae e del banghi (marjuana in swahili). Sono chi più chi meno invasati religiosi (cattolicesimo o islamismo a fase alterne) e dediti alla micro criminalità organizzata negli slums di Nairobi. Insomma dei piccoli delinquentelli dalle idee bizzarre ma in complesso innoqui. I Mungiki erano ufficiosamente riconosciuti anche dal governo come aggregazione giovanile. Nel 1998 la setta organizzò una manifestazione pubblica nello stadio Afraha a Nakuru.

Quando abitavo e lavoravo stabilmente a Nairobi verso la fine degli anni ’90 frequentavo un loro punto di ritrovo: la discoteca Holliwood in pieno centro di Nairobi. Era evidente che erano il sottoprodotto di un progresso distorto ed illusorio ma all’apparenza non rappresentavano un pericolo al contrario erano cordiali e sociali.

Le loro attività criminali erano confinate nell’oscuro regno delle barraccopoli: il terzo mondo di Nairobi di cui ogni onesto cittadino e straniero non conosce o non vuole conoscere nulla. Una realtà parallela e leggermente irritante alla vista. Tutte quelle baracche e sporcizia che si intravedono nello sfondo del paesaggio passando con la macchina per recarsi in ufficio, al ristorante, alla discoteca o al cinema per vedere l’ultimo film made in USA…

« I Mungiki dichiarano guera al Kenya ! »
“Allarme sicurezza. Fermate la setta Mungiki!”
« Oscuri legami della setta Mungiki con politici e potenze straniere. »
« Un’altro villaggio devastato dai Mungiki : terrore e morte. »
« Mingiki : 300 sospettati arrestati dalla polizia. »
« Massacro nello slum di Mathare ».
“Il Ministro degli Interni dichiara: vinceremo la guerra contro I Mungiki! »
« Sangue e lacrime. Nairobi sotto attacco terroristico. »
« Fermiamo l’invazione Mungiki delle nostre città ! »
« L’ennesimo attacco Mungiki : 12 vittime. »

Da giugno i mass media kenyoti pubblicano articoli di tre o quattro pagine, analisi di esperti, interviste ad ex aderenti alla setta, scoop fotografici.

Da un mese ripetono i stessi titoli ed articoli da paese in guerra, le stesse fotografie di cadaveri orribilmente mutilati. I mass media regionali fungono da gran cassa di risonanza, alcuni maliziosamente sottolinenado che il Kenya non è proprio il fenomeno economico e sociali che si pensava. La stampa internazionale svogliatamente riporta qualche trafiletto sulle pagine di politica estera senza troppo entusiasmo. In fondo si tratta delle solite notizie dall’Africa primitiva, incivile e violenta.

Gli avvenimenti precipitano in un sanguinoso vortice di violenza e follia.

Venerdì 1 giugno

In occasione del Madaraka Day (il giorno dell’indipendenza) la setta annuncia che terrà un comizio parallelo a quello del Presidente. Tutta Nairobi viene occupata dalla polizia, blindati stazionati ovunque, per impedire la manifestazione che non avrà mai luogo.

Nello stesso giorno nel distretto di Mt. Elgon scontri etnici provocati dai causano 59 morti. La polizia incolpa i Mungiki.

La polizia dichiara alla TV che quattro famosi politici dell’opposizione sono indagati per i loro presunti legami con la setta.

Durante il comizio del Madaraka Day tenutosi nel Nyayo Sport Stadium, il Presidente Kibaki senza mai pronunciare il nome della setta dichiara: «Il governo schiaccerà questi fuori legge! Vi avverto: anche se vi nascondete, vi troveremo e vi uccideremo.»

Sabato 2 giugno

In risposta alle dichiarazioni del governo, Nairobi viene innondata di manifestini redatti dai Mungiki in cui vi è scritto in swahili, la lingua nazionale del paese: «Svegliatevi! Svegliatevi! Il governo è incapace. Le masse devono prendere il controllo del paese, ora! Ribellatevi! Ribellatevi! Lottate per i vostri diritti! Attento governo! Uccideremo dieci dei tuoi poliziotti per ogni nostro giovane che verrà ucciso!»

Domenica 3 giugno

Nel distretto di Murang’a Sud un pulmino Nissan addetto al trasporto pubblico di passeggeri (che in kenya viene chiamato: matatu), viene fermato alle otto della mattina da una banda di Mungiki, che rapiscono il conducente (Benson Kimani, 30 anni) e il bigliettaio (Solomon Macharia, 25 anni). I passaggeri non vengono ne’ molestati, ne’ derubati. Nel tardo pomeriggio la polizia ritroverà le teste delle due vittime conficcate su due pali a 10 km di distanza.
Il commissario della locale stazione di polizia dichiara senza ombra di dubbio: «Da tempo siamo a conoscenza che i Mungiki obbligano i padroni dei matatu a pagare la tangente. Da qualche mese questi onesti piccoli imprenditori si sono ribellati. Il barbaro omicidio di questi due poveri ragazzi è un chiaro monito a chi non vuol pagare il pizzo.»

Nello stesso giorno nel confinante distretto: Murang’a Nord l’amministratore comunale viene abbattuto nella sua residenza assieme alla moglie, il fratello e il nipote. L’amministratore è un parente del Ministro della Sicurezza Interna: John Michuki.

Lunedì 4 giugno

Nei due distretti di Murang’a sud e nord la polizia inizia un’operazione di rastrellamento che durerà una settimana. 300 persone vengono arrestate come sospetti aderenti alla setta. Molti giovani si nascondono nella foresta o si rifugiano in altre parti del paese. Come fa notare un testimone chi fugge non è automaticamente un Mungiki. Il problema è che la polizia arresta indiscriminatamente qualunque giovane. Un residente intervistato afferma che per la polizia tutti quelli cha abitano nei due distretti ed hanno meno di trenta anni sono dei Mungiki. Arrivano con dei camion vuoti, entrano nei bar, nei negozi, negli hotel, nelle abitazioni private e ripartono con i camion pieni di gente. Secondo testimonianze riporate al Daily Nation e al quotidiano ugandese New Vision, la popolazione dei due distretti accusa le forze dell’ordine di sfruttare economicamente questa ondata di arresti. In molti casi gli arrestati vengono rilasciati dietro il pagamento di una cauzione di circa tre dollari per poi venir arrestati il giorno dopo.

Durante i funerali dei parenti uccisi il Ministro della Sicurezza Interna dichiara ai giornalisti presenti che il governo userà tutti i mezzi a sua disposizione contro la lotta alla setta. Ripetendo i toni del Presidente conclude il mini comizio improvvisato per la stampa con queste frasi: «li braccheremo come animali e li scoveremo tutti quanti. Una cosa deve essere chiara: se usate un’arma per uccidere aspettatevi di essere abbattuti.»

Nella serata dello stesso giorno due poliziotti vengono uccisi nello slum di Mathare a Nairobi e le loro armi rubate.

Le parole del ministro verranno immediatamente messe in pratica alla lettera dalla polizia. Nei giorni sucessivi al funerali comincia una serie di operazioni militari che portano all’esecuzione di sessanta persone sia all’interno del paese che a Nairobi. Le foto delle persone uccise dalla polizia vengono pubblicate sui quotidiani con la stessa aghiacciante didascalia: «un altro sospetto Mungiki abbattuto». Al Nord del paese l’esercito intercetta degli addestratori militari kenyoti che stavano addestrando dei giovani in azioni di guerriglia.

Le operazioni militari della polizia raggiungono il culmine la notte del quattro giugno. Senza alcun preavviso più di 100 poliziotti equipaggiati con armamento militare irrompono nello slum di Mathare coperti da vari blindati. Ventidue persone, tra le qauli una donna, vengono giustiziati sul posto dalla polizia. Secondo le testimonianze raccolte tra i residenti della barraccopoli la polizia ha perquisito ogni baracca, abbattendo le porte, prelevando persone a caso e arrestandole oppure giustiziandole all’esterno dell’abitazione con un colpo alla nuca o sparando alla schiena mentre cervacano di fuggire. Molte baracche sono state addirittura saccheggiate. Televisori, telefonini, soldi, e altri oggetti di valore spariti. Alcune donne denunciano di essere state vittime di molestie sessuale anche se nessuna afferma di essere stata stuprata.

Il governo nega ogni accusa e il sistema giudiziario non presterà attenzione alle varie testimonianze riportate sui giornai kenyoti e alcuna inchiesta verrà aperta sugli abusi di potere della polizia che addirittura rifiuterà per giorni e giorni di restituire i corpi delle vittime ai familiari per i funerali.

Dopo quasi dieci giorni la metà delle salme viene restituita ai parenti, il resto sparisce nel nulla. Per i residenti dello slum i corpi che non sono stati restituiti appartengono alle persone che sono state giustiziate con un colpo alla nuca. Il giorno dopo la barracopoli è un campo di battaglia. Un commerciante ugandese di ritorno a Kampala tra una chiacchera e un’altra dice a mia moglie: «Dovevi vedere lo slum il giorno dopo. Era ridotto peggio della Battaglia a Kampala». Battaglia è il termine che viene usato per indicare gli scontri avvenuti a Kampala nell’86 quando le forze governative fecero l’ultimo disperato tentativo di resistenza all’avanzata dei guerriglieri dell’attuale presidente Museveni. Gli scontri durarono quasi una settimana e la città fu devastata.

La brutale repressione della polizia non ferma l’ondata di violenza. Durante lo stesso periodo quasi una decina di poliziotti vengono uccisi dai Mungiki in varie parti del paese.
Lunedì 11 giugno nel pieno centro di Nairobi, in Moi Avenue, tra l’Hotel Ambassador e una affollatissima stazione di autobus un bar viene fatto esplodere da una bomba nascosta in una valigetta 24 ore. Il bilancio è di un morto e trentanove feriti. Secondo gli inquirenti l’obiettivo dei terroristi non era il bar ma la stazione degli autobus. Grazie a degli impedimenti strettamente casuali hanno costretto i dinamitardi a ripiegare sul bar. Se la bomba fosse esplosa nella stazione sarebbe stata una carneficina. Nessuno rivendica l’attentato.

Giovedì 21 luglio

Nella serata sempre in pieno centro a Nairobi una gang di criminali a bordo di una berlina bianca seminano il terrore sulla via Lunga Lunga sparando a caso su passanti ed automobilisti, uccidendone quattro. La polizia parla di pura follia omicida.

Un rappresentante di una associazione per i diritti umani in Kenya, rimanendo nell’anonimato afferma al Daily Nation: «Questi nuovi attacchi alle forze dell’ordine dimostrano che non si può fermare la setta usando tattiche militari. Le forze dell’ordine sono entrate in un circolo vizioso di attacchi e contro attacchi. Il massacro di Lunga Lunga stile Al Capone, non è opera di balordi in preda a follia criminale ma una cinica e classica azione tipica della strategia della tensione.»

Il bilancio del mese di giugno è drammatico: 112 persone uccise tra le quali 11 poliziotti.

Chi sono veramente i Mungiki?

Come è possibile che una setta di giovani appartemente sbandati e dediti alla micro criminalità si possa trasformare in un pericolo mortale per il paese? La risposta si nasconde dietro la storia di questa setta.

Il movimento dei Mungiki non è una semplice gang di giovani o un culto religioso. La setta ha una storia complessa e oscura originata da una particolare dimensione sociale del paese e da intrecci con l’ambiziosa e priva di scrupoli classe politica del Kenya.

La setta nasce nel 1985 nel villaggio di Karandi, distretto di Laikipia ovest, nella provincia del Rift Valley popolata prevalentemente dal gruppo etnico Kikuyu. La regione è sempre stata la culla di svariati culti, sette e movimenti religiosi. I suoi fondatori sono due studenti di una famiglia di proprietari terrieri: la famiglia Njenga, a cui si assocerà un altro studente: Ndura Warvinge, sempre proveniente da una famiglia della borghesia rurale della zona.

La setta nasce dopo varie consultazioni con i leaders della comunità locale e i veterani del movimento kenyota di liberazione nazionale Mau Mau. I primi si sentono sfruttati dal mancato sviluppo rurale mentre i veterani accusano il presidente in carica Arap Moi di aver tradito i valori e le aspettative della lotta per l’indipendenza, permettendo alla ex potenza coloniale, la Gran Bretagna, di mantenere ancora un forte controllo sul paese utilizzato per consolidare l’influenza anglofona nel continente in contrapposizione ai paesi vicini che sono direttamente o indirettamente controllati dal blocco sovietico: la Tanziania di Nyarere e l’Uganda di Obote.

Il nome Mungiki deriva dalla parola Muingi Kii che in lingua Kikuyu indica una moltitudine di persone o più semplicemente il popolo.

All’inizio la setta si basa sul ritorno alle tradizioni religiose e culturali Kikuyu abbandonando il cristianesimo considerato come una religione estranea al contesto sociale e storico del paese ed imposta dai colonizzatori al fine di sottomettere più facilmente la popolazione.

Gli aderenti alla setta, oltre all’identificazione religiosa attuano anche un efficace sistema di solidarietà sociale per migliorare le condizioni di vita delle comunità rurali. I contandini uniscono i loro sforzi e formano delle specie di cooperative agricole dove parte del ricavato dei raccolti viene depositato in una cassa comune denominata Kigina. Questi fondi vengono usati per aiutare le famiglie bisognose attraverso prestiti privi di interesse e per diffondere il nuovo culto nella regione.

Nei primi anni ’90 la regione del Rift Valley diventa il teatro di violenze etniche tra varie tribù: Kikuyu, Luo, Lunga, Kisii. Le cause risiedono nel mancato sviluppo rurale e nelle strumentalizzazioni etniche di ambiziosi polici locali. A seguito di queste violenze la setta adotta un’organizzazione para militare proponendosi come milizie di auto difesa in protezione dei Kikuyu. Vengono formate delle cellule di combattenti in ogni villaggio coordinate da un comitato centrale composto dai membri fondatori.

I Mungiki si espandono rapidamente in altre regioni del paese, soprattutto nella Provincia Centrale. Dopo il consolidamento rurale la setta si espande tra gli slums di Nairobi e di altri importanti centri urbani. I Mungiki riempono il vuoto amministrativo del territorio e si dimostrano capaci di assicurare servizi di base e sicurezza.

Le cellule urbane formano dei comitati per la promozione di micro attività economiche, per la raccolta dei rifiuti, la gestione della luce e dell’acqua. Vengono effettuati allacciamenti elettrici ed idrici illegali alle vicine reti comunali per sopperire alla totale negligenza delle varie amministrazioni nel fornire adeguati servizi nelle baraccopoli, considerate solo come riserva di mano d’opera a basso prezzo e come riserva elettorale dove è possibile comprare voti.

I Mungiki garantiscono anche un servizio di vigilanza nei territori da loro controllati ottenenedo un drastico declino della violenza. Ad ogni famiglia viene chiesto di pagare un contributo per i servizi forniti e di convertirsi al culto della setta.

Dopo il consolidamento rurale ed urbano i suoi fondatori passano alla terza fase: l’infiltrazione negli ambienti politici del paese. Vari partiti politici accettano di buon grado la collaborazione con i Mungiki intravvedendoli come un ottimo strumento per la propaganda e per l’intimidazione dei partiti rivali. Tra il 1992 e il 2002 vari leader politici sponsorizzano anche altre bande criminali come i Majeshe ma saranno i Mungiki ad essere i più utilizzati.

La setta comincia a strutturarsi sempre più come uno stato parallelo. L’identità religiosa iniziale diventa sempre più confusa e strumentale. Nel 2001 la setta si converte in massa all’Islam. Immediatamente gli ambasciatori dei paesi occidentali entrano in fibrillazione, poiché da tempo conoscono il potere di penetrazione nel tessuto sociale del paese di questa setta e stimano gli aderenti a circa un milione e mezzo. Dopo il devastante attentato all’Ambasciata Americana a Nairobi le potenze occidentali sono terrorizzate dalla possibilità che organizzazioni estremiste come Al Qaida possano utilizzare i Mungiki. Vengono proposte due soluzioni per impedire questo scenario. La prima è di ingaggiare una lotta senza quartiere contro la setta per annientarla. La seconda è di entrare in contatto con i suoi leader e convincerli ad abbandonare l’Islam.

Prevale la seconda soluzione. Attraverso la mediazione del Presidente Moi gli ambienti diplomatici occidentali instaurano delle trattative con i Mungiki ed ottengono l’abbandono alla fede musulmana. Fino ad oggi rimangono sconosciute le offerte fatte per ottenere questo risultato ma una cosa è certa: dopo queste trattative la setta acquista maggior potere e peso politico.

Abbandonato l’Islam i Mungiki adottano un’accozzaglia di credenze religiose e culturali tra le più varie e contemporaneamente espandono le loro attività criminali al lucrativo settore dei trasporti che in Kenya è gestito prevalentemente da privati.

I Mungiki prendono il controllo del business dei matatu operanti in tutto il paese . In cambio di una protezione ogni proprietario di matutu deve pagare una tassa proporzionata al numero di pulmini e al volume d’affari.

Durante questo periodo la setta consolida alleanze sotteranee con il Presidente Moi e comincia a dare il proprio supporto al partito al potere Kanu che la utilizzerà come elemento di destabilizzazione, controllo e forza repressiva.

Nonostante questa alleanza il Presidente Moi non riesce ad impedire il rinnovamento democratico in atto nel paese. Le elezioni politiche e presidenziali del 2002 sanciscono la fine dell’era Moi. L’opposizione guidata dall’attuale Presidente Kibaki ottiene una schiacciante vittoria.

Alcuni ex appartenenti alla setta riveleranno in seguito che il Presidente Moi era pronto ad usare i Mungiki per mantenere il potere con la forza. Solo le ampie assicurazioni fornite dall’opposizione e relative all’impunità dei numerosi crimini commessi da Moi e la salvaguardia dei privilegi acquisiti dalla sua tribù, i Kalenjinee, rassicurano il Presidente uscente che abbandona la setta, evitando così una sanguinosa guerra civile.

Il nuovo governo di Kibaki cercherà di ignorare la setta concentrandosi sulla ripresa economica attraverso una radicalizzazione delle politiche del libero mercato.

Ma la setta, alimentata dalla classe politica del paese, ha raggiunto una dimensione sociale e di potere troppo elevata per essere ignorata. I suoi fondatori conprendono che l’evoluzione dei Mungiki ora impone lo stadio finale: la condivizione del potere politico.

Il Presidente Kibaki, conoscendo la difficoltà di controllare questa setta ormai divenuta un cancro nel tessuto sociale del Kenya, fino ad oggi si è sempre opposto alla condivizione del potere.

Questo è il reale motivo che sta alla base del pericoloso scontro in atto tra la setta e il governo. La lotta senza quartiere alla criminalità nasconde uno scontro politico per il potere.

Come sottolinea il famoso vignettista di satira politica Gado (il Vauro kenyota) la setta Mungiki è come un leone. La classe politica lo ha allevato fin da cucciolo ma ora la belva è divenuta adulta e, come il leone che conosce il gusto della carne umana , ora è troppo tardi per fermarla.

I Mungiki sono parte integrante della cultura della violenza che caratterizza la vita politica del multipartitismo in Kenya.

L’attuale numero degli aderenti alla setta è valutato attorno ai quattro milioni. Impegnati in un strategico gioco dei numeri, i suoi fondatori vantano addirittura sette milioni di fedeli. Qualunque sia l’esatto numero, i Mungiki rappresentano un fenomeno non certo marginale in un paese di quasi trentaciqune milioni di abitanti.

Quando i giovani vengono ignorati, i signori della guerra esultano

Il fenomeno dei Mungiki è il frutto di una diseguaglianza sociale, di drammatiche condizioni di vita nelle zone rurali ed urbane, di anni di disperazione e di strumentalizzazioni politiche, di crisi generale della società kenyota nonostante l’illusorio boom economico sbandierato dal governo.

I Mungiki rappresentano il sintomo più evidente della fragilità non solo del Kenya ma di tutte le emergenti democrazie africane, incapaci di risolvere questi problemi. Le interferenze delle potenze mondiali non migliorano ma aggravano questa situazione. I tre grandi blocchi economici mondiali concepiscono il continente Africano esclusivamente come riserva di risorse naturali e sono intressate solo al loro controllo, non certo ad un solido sviluppo sociale ed economico. In cambio offrono un’assistenza umanitaria che ha già dimostrato tutti i suoi limiti.

La società africana è composta maggiormente da giovani a cui viene negata ogni possibilità di benessere. La disoccupazione tra i giovani africane costituisce il 43,7 % della disoccupazione giovanile mondiale. In alcuni paesi come la Liberia o il Congo, la disoccupazione giovanile raggiunge il 80 %.

Questi giovani disoccupati e poveri sono continuamente frustrati dal mondo che li circonda appartenenete all’elite della società: belle case, macchine di lusso, vestiti firmati, soldi e successo. Il mondo dei sogni di una vita ricca e piena di agi entra quotidianamente nel loro immaginario attraverso i mass media ed internet. E’ un gioco estremamente sadico e crudele: questo mondo è visibile ovunque ma irragiungibile.

Questa situazione crea rabbia e rancore. In occidente il grave disagio giovanile si manifesta in una confusa rivolta anti global che non ha ancora trovato una maturità politica capace di far nascere una seria alternativa sociale ed economica al modello capitalistico ormai entrato nella sua fase senile.

In Africa, mancando alternative politiche, i giovani sono lasciati a se stessi divenendo facili vittime di comportamenti devianti come l’uso della droga, l’alcolismo, la criminalità. Le immagini della violenza globale vengono fatte proprie e gruppi di gang giovanili come i Bagdhad Boys o i Talibans stanno sorgendo in vari metropoli africane.

Queste bande non hanno alcun collegamento ideologico con l’estermismo islamico ma nell’immaginario collettivo dei giovani africani Bin Laden o i Talebani sono visti come eroi, gli unici che hanno avuto il coraggio di ribellarsi alle logiche imperialiste imposte dalla globalizzazione dei mercati. Ovviamente questa è una reazione confusa e distorta del disagio ma ben radicata nei giovani.

Questo è il terreno fertile per i vari signori della guerra che utilizzano la rabbia giovanile per ingrossare le fila delle loro milizie. Centinaia di migliaia di giovani sono caduti in questa trappola idelogica negli ultimi venti anni in Angola, Burundi, Rwanda, Chad, Darfur, Congo, Uganda, Liberia, Sierra Leone e Somalia.

E’ vero che queste milizie sono composte anche da minori che vengono rapiti in tenera età, indottrinati, drogati ed utilizzati come carne da cannone, ma questa è solo una parte del problema.

Molti governi africani, agenzie Onu, Ong e mass media rifiutano di accettare l’altra parte del problema. Molti giovani, anche minorenni, si aggregano volontariamente alle milizie ed accettano di essere utilizzati come strumento di morte dai vari signori della guerra che sono gli unici in grado di offrirgli un ambiente dove è possibile sviluppare il senso di appartenenza sociale, la solidarietà, la protezione ed in ultima analisi il senso di realizzazione personale e collettiva.

I Mungiki fanno parte di questo universo distorto e rappresentano l’esteriorizzazione più eclatante in questo momento.

Quale soluzione?

Dal momento che la bestia si è lanciata nella lotta per il potere il governo ha tre soluzioni per risolvere il problema: la soluzione militare, quella sociale e la condivisione del potere. Analizziamole.

Soluzione militare

Dal mese precedente il governo ha reagito scegliendo la soluzione più semplice: repressione militare. Questa decisione è il frutto della logica di violenza internazionale imposta dalle super potenze e dalle multinazionali senza comprendere che questo approccio non risolve ma aggrava la situazione come ampiamente dimostrato nel Medio Oriente.

La risposta militare non è in grado di fermare i Mungiki. Il senso di frustrazione verso un sistema politico che scientificamente ignora le esigenze di milioni di diseredati offre alla setta il supporto popolare necessario per vanificare ogni misura repressiva.

Continuare nell’uso indiscriminato della forza, arresti arbitrari, esecuzioni extra giudiziarie e violazione dei diritti umani non ottiene altro che il rafforzamento della setta.

Fino ad ora i Mungiki hanno avuto caratteristriche simili al movimento egiziano Muslim Brotherhood (Fratellanza Musulmana) ma molti analisti intravedono ora un pericoloso cambiamento in atto. La setta sta sempre più adottando una organizzazione militare ed una ideologia populista molto simili a quelle del sanguinario movimento guerrigliero della Sierra Leone, il Revolutionary Unite Front (R.U.F.). Allo stato attuale i Mungiki hanno tutte le potenzialità per innescare una guerra civile che può destabilizzare non solo il Kenya ma l’intera regione.

In una ipotetica guerra civile altre milizie per ora latenti, come i Sungu Sungi presenti nel distretto di Kuria, ne approffitteranno per ritargliarsi una fetta di potere alimentando il caos.

Nessun governo kenyota ha mai voluto seriamente risolvere la questione etnica nel paese, limitandosi solo a contenere il problema. I Mungiki sono prevalentemente Kikuyu, quindi la connotazione etnica è già evidente ed uno scontro generalizzato provocherebbe la reazione delle altre etnie presenti nel paese.

Questo è uno scenario da incubo. Continuando con l’opzione militare e repressiva il Kenya rischia di collassare lasciando spazio ad una guerra civile caratterizzata da un’inaudita violenza come in Sierra Leone, da un’odio etnico come nel Rwanda del ’94 e da una balcanizzazione del paese come in Somalia.

Soluzione sociale

Il governo se veramente è intenzionato a risolvere il problema dei Mungiki deve al contrario concentrare i suoi sforzi per risolvere le origini del problema, creando reali opportunità di lavoro e benessere per la maggioranza della popolazione. Ciò, affiancato ad una netto miglioramento dei servizi sociali come educazione e sanità e alla partecipazione non strumentale dei giovani nell’organizzazione politica e sociale del paese può erodere le basi della setta.

Il governo sta già compiendo alcuni passi in questa direzione, concentrandosi sul diritto all’educazione e sulle opportunità di lavoro per i giovani. Putroppo queste azioni sono compiute in modo confuso e contradittorio.

Il presidente Kibaki ha annunciato che manterrà la scuola elementare gratuita ed allargherà questo diritto anche ai primi due anni della scuola media entro il prossimo anno. L’obiettivo finale è di rendere gratuito entro il 2010 l’intero ciclo della scuola media che nel sistema educativo del Kenya dura quattro anni.

Il costo annuale che il governo dovrà sostenere per questo progetto è calcolato attorno ai 4.800.000 euro. Il Ministro delle Finanze cercherà di trovare i fondi necessari attraverso il rafforzamento del sistema fiscale creando un meccanismo identico a quello previsto nello stato sociale di molti paesi europei.

Purtroppo in Kenya è estremamente facile evadere il fisco soprattutto per imprenditori e grandi aziende. Basta corrompere i funzionari governativi offrendogli un quarto del totale di tasse da pagare e il gioco è fatto.

Difficilmente le centinaia di funzionari accetteranno di interrompere questo lucroso business e il governo non è in grado di attuare misure punitive e seri controlli perché la corruzione risiede prima di tutto nelle alte sfere del potere. Il Presidente Kibaki ha indirettamente confermato questo limite affermando che gran parte dei fondi per l’educazione gratuita continuerà a provenire dagli aiuti forniti dalla Banca Mondiale e dal F.M.I. Questo significa rendere provvisori i finanziamenti ed accrescere il debito verso queste due istituzioni finanziarie internazionali.

Il governo è contemporaneamente impegnato nella creazione di opportunità di lavoro giovanile. Dall’inzio di quest’anno ha stanziato 1.100.000 Euro per promuovere piccole attività imprenditoriali. I progetti più sostenibili e meglio pianificati presentatio da singoli o gruppi di giovani ricevono finanziamenti a fondo perduto che variano dai cinque ai sette mila Euro.

Putroppo i mass media denunciano che i giovani che hanno partecipato al primo bando di corcorso ed che hanno ottenuto i finanziamenti, appartengono alla piccola e media borghesia e molti tra essi disponevano già di capitali personali in banca. Quindi la maggioranza dei giovani appartenenti alle classi più povere è esclusa da questo aiuto.

Vi è inoltre da far notare il rischio di progetti fantasma per ottenere la disponibilità dei liquidi senza però avviare l’attività e la precarietà del futuro di queste micro imprese che dovranno confrontarsi con le dure leggi del libero mercato.

Condivizione del potere

Le elezioni presidenziali sono previste per il prossimo anno e il Presidente Kibaki è il candidato più favorito nonostante i mumerosi scandali di corruzione verificatesi durante quest’anno. Il suo governo più vantare il successo economico anche che privo di basi solide. Nei prossimi mesi il Presidente sara’ concentrato sul problema mungiki – sicurezza e sulla stabilizzazione del mercato comune attraverso il rafforzamento della Comunità dell’Africa dell’Est.

Se l’uso della violenza e della repressione non otterrà in tempi brevi i risultati sperati e, visto la mancanza di volontà politica di minare le basi del potere Mungiki attraverso una reale giustizia sociale, non è escluso che Kibaki opti per la condivizione del potere con la setta.

Se tra qualche settimana non sentiremo più parlare del terrore Mungiki vorrà dire che il Presidente ha assorbito i leaders della setta, accetando di dividere parte del potere. Questa soluzione sarà in grado di allontanare lo spettro della guerra civile ma non certo di risolvere i problemi che stanno alla base di questo scenario apocalittico.

Si intravedono già alcuni segnali che fanno pensare che vi siano in atto accordi sotterranei tra le parti.

Alte sfere del potere stanno già minimizzando il problema e il 12 luglio lo stesso Ministro della Sicurezza Interna a cui la setta ha assassinato alcuni parenti, ha dichiarato ai mass media che in realtà il problema Mungiki non esiste, poiché la setta è nota e sotto controllo.

L’attuale ondata di violenze sarebbe originata da varie band e criminali non collegate tra loro. «E’ diventata una moda attribuire la colpa ai Mungiki di ogni atto criminale compiuto nel paese», ha concluso il Ministro. Più chiaro di così…

Fulvio B.
Kampala Uganda luglio 2007