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Introduzione e postfazione da “GUERRA S.P.A. L’economia militare e il declino degli Stati Uniti” di Seymour Melman

5 Ott 2006 18:16

GUERRA S.P.A. L’economia militare e il declino degli Stati Uniti
di Seymour Melman
Città Aperta Edizioni, 2006, 240 pp., euro 15,00

La strategia di “guerra infinita” dell’amministrazione americana di George W. Bush non è una svolta improvvisa dopo l’11 settembre 2001, ma è solo l’ultimo sviluppo dell’enorme espansione del potere militare Usa e dell’economia di guerra che lo sostiene.

In questo suo ultimo libro - che sta uscendo, postumo, contemporaneamente negli Stati Uniti - Seymour Melman ricostruisce le origini dell’economia militare Usa all’indomani della seconda guerra mondiale, mostrando come l’espansione della spesa, delle produzioni e della ricerca militare si sia intrecciata all’affermarsi della superpotenza politica e militare degli Stati Uniti.

Questo modello di economia militare ha avuto costi pesantissimi, non solo per le vittime - all’estero - del potere americano, ma anche sul piano interno. II prezzo che ha pagato l’America e stato la deindustrializzazione dell’economia e il declino delle capacità produttive che portano oggi gli Stati Uniti a deficit record dei conti con l’estero e del bilancio federale, e al continuo deprezzamento del dollaro.

Gli Stati Uniti effettuano oggi oltre la meta della spesa militare mondiale: l’analisi di Melman mostra che questo e il risultato di una centralizzazione senza precedenti del potere decisionale nelle mani di grandi manager, privati e di stato, che hanno tolto a lavoratori e cittadini il controllo su decisioni essenziali riguardo alla produzione e all’uso delle risorse pubbliche. L’alternativa proposta da Melman è restituire potere a lavoratori e cittadini e realizzare una vera e propria “reindustrializzazione” degli Stati Uniti, con un massiccio rinnovamento di infrastrutture e servizi pubblici che offrano nuovi impieghi per le persone e le imprese ora assorbite dal militare, rendendo possibile una drastica politica di disarmo e riconversione. Una lezione importante anche per i movimenti globali che stanno intrecciando iI rifiuto della “guerra infinita” e della globalizzazione neoliberista.

Seymour Melman, scomparso il 16 dicembre 2004 all’eta di 83 anni, è stato il maggior esperto di economia militare e riconversione industriale a produzioni civili. Professore emerito alla Columbia University, dalla fine degli anni ‘50 ha esplorato le vie di una politica di disarmo e di un’economia di pace, analizzando in libri come “The permanent war economy. American capitalism in decline” (1974) il sistema economico che sorregge il potere militare degli Stati Uniti. Melman, presidente della Commissione nazionale per la riconversione e il disarmo, e autore di “After capitalism. From managerialism to workplace democracy” (2001). In italiano sono stati tradotti “La corsa alla pace” (Einaudi,1965), “Il capitalismo militare” (Einaudi, 1974), “Fabbriche di morte: e possibile riconvertirle?” (Pironti, 1982).

Per gentile concessione della casa editrice pubblichiamo l’introduzione di Seymour Melman e la postfazione di Mario Pianta

INTRODUZIONE. L’ECONOMIA DI GUERRA PERMAMENTE DEGLI STATI UNITI
di Seymour Melman

Il Pentagono smarrisce 2.300.000.000.000 dollari

Il 10 settembre 2001, il Ministro della Difesa Donald Rumsfeld ha fatto un annuncio stupefacente: «Non possiamo rintracciare 2300 miliardi di dollari di transazioni».1

Nel mondo degli affari, motivato dalla ricerca del profitto, una contabilità così sbadata sarebbe prova di incompetenza monumentale o di falsificazione deliberata. Ma non al Pentagono. Perché qui la misura di successo più importante è l’aumento del potere, la capacità di controllare il comportamento di gruppi di persone e di nazioni intere. Quando si tratta di massimizzare il potere, l’efficienza monetaria è spesso secondaria. Sembra che tra i manager del Pentagono l’incapacità di far corrispondere pagamenti effettuati e beni e servizi ricevuti sia considerata uno spiacevole dettaglio, «briciole di bilancio».2 Ma 2300 miliardi di dollari sono più del valore netto di tutti gli impianti e i macchinari dell’industria manifatturiera americana, che attualmente valgono 1800 miliardi di dollari.3

La perdita di 2300 miliardi di dollari da parte dei manager del Pentagono ha un significato che va al di là della constatazione dell’esistenza di un’amministrazione incapace.

Gli Stati Uniti si ritrovano oggi stretti da una forma di capitalismo di Stato fortemente militarizzato che si è insediata gradualmente durante il mezzo secolo di guerra fredda (come si vedrà nel primo e nel secondo capitolo). Senza alcuna discussione né annuncio formale, lo sviluppo di questo modello ha incoraggiato la deindustrializzazione degli Stati Uniti (questo si vedrà nel terzo capitolo).

Questo libro vuole proporre un’alternativa. Per fornire al lettore un punto di vista diverso e per offrire le risorse per un cambiamento, questo volume prende spunto da fonti diverse, tra cui le mie stesse opere.

All’opposto di quanto affermano i manager di Stato, la combinazione di economia di guerra permanente e deindustrializzazione ha avuto conseguenze disastrose per gli Stati Uniti. L’esperienza dimostra che non si possono avere contemporaneamente burro e cannoni, e ciò che è ancor peggiore è che le infrastrutture del paese versano in condizioni disastrose. Per fortuna siamo in grado di misurare il costo.

Grazie all’iniziativa della Società Americana degli Ingegneri Civili (American Society of Civil Engineers, ASCE) abbiamo a disposizione un Rapporto sulle infrastrutture statunitensi.

Secondo l’ASCE, le attuali condizioni delle infrastrutture meritano un voto insufficiente. Per raggiungere il massimo dei voti ci sarebbe bisogno di ricostruire molti settori importanti tra cui strade, ponti, trasporto pubblico e aereo, scuole, acqua potabile, impianti fognari, dighe, smaltimento di rifiuti solidi e pericolosi, corsi d’acqua navigabili, fonti di energia. A questo grande sforzo nazionale di modernizzazione e miglioramento delle infrastrutture ho aggiunto i costi del restauro dei molti milioni di abitazioni degradate e quelli per l’elettrificazione delle ferrovie.

Per ironia della sorte, il costo totale di questi progetti di miglioramento sarebbe di 2.300 miliardi di dollari. Siamo di fronte a una scelta: a che cosa dobbiamo destinare la nostra ricchezza, per un’economia di guerra permanente o per la ricostruzione della vita americana? Questo libro sostiene la seconda possibilità e il suo obiettivo centrale è indicare le strade per invertire l’attuale declino. Attraverso un sistematico processo di modernizzazione delle infrastrutture e delle industrie a esse collegate si dimostrerà - come delineato dal Rapporto dell’ASCE - come si possano creare da due a quattro milioni di nuovi posti di lavoro produttivo, e dare nuova linfa alle grandi industrie manifatturiere degli Stati Uniti.

Quando George W. Bush ha inaugurato nel 2000 la sua prima amministrazione, ha deciso finanziamenti di miliardi di dollari per la sua strategia di estensione dell’egemonia USA nel mondo. Questa campagna, che abbiamo visto all’opera in Iraq,Afghanistan e nei preparativi per altre guerre, ha consumato le risorse di cui aveva bisogno l’economia civile degli Stati Uniti. Nello stesso periodo l’America ha assistito all’accelerazione del suo declino industriale e a grandi perdite di posti di lavoro, mentre i manager trasferivano in Cina le linee di produzione, alla ricerca dei profitti finanziari consentiti dai salari cinesi - dai 65 ai 140 dollari al mese. Lungo questa strada, che opportunità ci possono essere per i giovani americani se non arruolarsi nelle forze armate del Pentagono?

I meccanismi che hanno portato alla perdita dei 2.300 miliardi di dollari di cui parlava Rumsfeld comprendono la spesa per le armi a tecnologia avanzata dalla seconda guerra mondiale al 2001.Tra queste, la produzione di grandi e sofisticati velivoli, come fossero le auto Modello T delle prime catene di montaggio Ford, e la creazione del complesso militare industriale (nucleare) con un enorme patrimonio materiale e una forza lavoro che lo ha reso di gran lunga la più grande impresa degli Stati Uniti. In tal modo gli americani hanno visto la sparizione di 2.300 miliardi di dollari senza batter ciglio.

Come ho fatto notare nei miei studi sull’economia di guerra permanente degli Stati Uniti, abbiamo vissuto in questa forma di apitalismo di stato per oltre mezzo secolo.

Le discussioni tra i vertici di governo e dell’industria su come continuare la gestione dell’economia di guerra cominciarono nel 1944, quando gli eserciti di Hitler stavano per essere sconfitti. Importanti manager e alti funzionari governativi cominciarono a discutere quello che sarebbe stato il problema centrale dell’economia del dopoguerra: gli Stati Uniti da soli possedevano un sistema industriale enorme che non era stato toccato dalla distruzione della guerra e che avrebbe costituito quindi il luogo strategico ideale per produrre ed esportare i beni di consumo e i beni capitali necessari per la ricostruzione nel resto del mondo.

Il 6 gennaio 1944 il Wall Street Journal riportò l’opinione di Batt, il vice presidente del Consiglio per la Produzione Bellica (War Production Board): egli incoraggiava l’adozione di un piano che bilanciasse il flusso previsto di macchinari e altri beni all’estero.

Il resto del mondo, suggeriva Batt, avrebbe potuto pagare le esportazioni di beni e capitali americani fornendo agli Stati Uniti grandi quantità di materie prime. Queste potevano esser successivamente «messe in naftalina», cioè rimosse dal mercato per essere stoccate in riserve sotterranee. Così si sarebbe potuto «risolvere» un problema economico strategico, mentre si forniva agli Stati Uniti una riserva di materie prime per affrontare le future emergenze militari.

In un discorso tenuto nel gennaio del 1944 all’Associazione per le forniture degli armamenti dell’esercito (Army Ordnance Association), Charles Wilson, presidente della General Electric, propose un’alleanza tra l’impresa e il complesso militare, in una economia di guerra permanente. La proposta era intesa come

un programma continuativo, e non come il frutto di un’emergenza [...] Il programma deve essere assicurato e sostenuto dal Congresso, inizialmente tramite delibere [...] successivamente, tramite stanziamenti continuativi e regolarmente programmati. Il ruolo dell’industria in questo programma è quello di adeguarsi e cooperare [...] Facciamo in modo che questa collaborazione a tre [esecutivo, Congresso e industria] divenga permanente e operativa, e non solamente una misura momentanea dettata dalla convenienza.4

Alla fine della seconda guerra mondiale la prospettiva internazionale del governo di Washington era quella di una competizione globale con l’Unione Sovietica. Non bisognava attendere molto prima che venisse messa in moto quella competizione sfrenata che prese il nome di guerra fredda.

Non c’è dubbio che la comparsa di una capacità militare nucleare nell’Unione Sovietica, seguita a breve dall’invenzione della bomba all’idrogeno, abbia avuto un effetto decisivo nell’abbandono di quel tradizionale atteggiamento di «tenersi a distanza» presente tra alcuni settori del mondo dell’industria e il governo federale. Gli aspetti politici e militari del grande scontro tra il governo statunitense e la Russia di Stalin portarono a un legame stretto tra gli alti manager di governo e i vertici del management della grande impresa.

L’economia di guerra permanente non era più una congettura o un piano per favorire le relazioni economiche americane con le altre nazioni. L’economia di guerra permanente divenne la strategia chiave per combattere la guerra fredda.

Il governo americano e i manager delle grandi imprese erano d’accordo nel valutare favorevolmente l’economia del dopoguerra. Destra e sinistra concordavano nel ritenere che l’economia americana potesse produrre sia burro che cannoni. Questa era la tesi sia del Consiglio di Sicurezza Nazionale (National Security Council) nel 1950, sia dell’economista marxista Paul Baran.5

Sviluppo produttivo e crescita parassitaria: la lezione di Eisenhower

Una prospettiva diversa sulla questione della spesa militare fu esposta dal presidente Dwight D. Eisenhower in un discorso del 1953 alla Società Americana Editori di Giornali (American Society of Newspaper Editors).

Ogni arma che si costruisce, ogni nave da guerra che parte, ogni razzo che viene sparato rappresenta in fondo un furto per coloro che soffrono la fame e non hanno da mangiare, per quelli che hanno freddo e non hanno vestiti. Questo mondo in armi non sta solamente spendendo soldi, spende il sudore dei suoi lavoratori, il genio dei suoi scienziati e le speranze dei propri figli.

Il costo di un moderno bombardiere pesante equivale a quello di una nuova scuola in più di trenta città; di due centrali elettriche, ognuna capace di servire una città di 60.000 abitanti; di due nuovi ospedali completamente equipaggiati; di circa cinquanta miglia di autostrade.

Paghiamo per un unico aereo da caccia 14 milioni di tonnellate di grano. Per un solo cacciatorpediniere paghiamo l’equivalente di nuove case che potrebbero ospitare più di ottomila persone.

Ripeto, questo è lo stile di vita migliore che si può trovare sulla via che ha preso il mondo. Ma questo non è, sotto alcun aspetto ragionevole, uno stile di vita: sotto la minaccia di una guerra incombente, l’umanità pende da una croce di ferro.6

Nonostante questi avvertimenti gli economisti e la maggior parte degli americani si sono ingannati rifiutando di distinguere lo sviluppo produttivo da una crescita parassitaria.

Il primo è rappresentato dall’espansione di beni e servizi utilizzati per il consumo o per ulteriori produzioni; la seconda riguarda prodotti inutili per il consumo e l’investimento, che tuttavia sono associati a valori monetari. Benché l’industria militare sia economicamente parassitaria, il valore della sua produzione è comunque incluso nel calcolo del Prodotto interno lordo. Le produzioni di guerra hanno nascosto il declino delle produzioni civili: nell’ignorare questo aspetto, i manager USA hanno stabilito una politica che avrebbe devastato l’industria manifatturiera, specie quella dei beni capitali, le infrastrutture e la società intera.

L’obiettivo di questo libro è di presentare due caratteristiche dell’organizzazione del governo e dell’industria americana, che esercitano insieme un impatto considerevole sul carattere della nazione: la deindustrializzazione e la preparazione alla guerra. Sono questioni di ampio raggio e spesso poco familiari; tuttavia questi argomenti mostrano in che modo coloro che detengono il potere decidano sulle risorse e sulla vita delle persone.

Profitti e potere

La lunga durata dell’economia di guerra permanente degli Stati Uniti, dalla fine della seconda guerra mondiale a oggi, ha portato allo sviluppo di strutture amministrative e di politiche economiche che hanno formalizzato il legame continuativo tra manager delle imprese, che puntano al massimo profitto, e manager di Stato, che puntano al massimo potere.

La massimizzazione dei profitti si è fusa con la massimizzazione del potere.

I due stili di management si sono intrecciati. I manager dell’industria e dello Stato lavorano in stretta cooperazione e si spostano senza difficoltà dal governo all’industria, e di nuovo al governo, come abbiamo visto nelle storie del presidente Bush e del vice-presidente Cheney: sono entrambi politici con un passato da industriali alle spalle.

I due partiti politici tradizionali, nonostante le loro evidenti differenze, condividono questo tacito impegno nell’economia di guerra permanente e nelle tattiche politiche ed economiche che essa richiede; per questo i due partiti spesso trovano più punti in comune che punti di divergenza profonda.

I politici di entrambi gli schieramenti hanno trovato un terreno comune nell’approvare le politiche di «libero scambio » e «globalizzazione». Ma queste categorie non mettono in luce l’esportazione di posti di lavoro di operai e impiegati dagli Stati Uniti e la trasformazione di molti centri urbani in città fantasma, con fabbriche e quartieri vuoti.

Tutto questo accade mentre i manager di Stato e della grande industria, insieme ai loro economisti, celebrano la deindustrializzazione degli Stati Uniti come un passo verso un’«economia post-industriale» o «dei servizi», una storia di copertura ampiamente utilizzata ed efficace a mascherare i loro intenti. Sono questi manager che dominano l’economia e la politica americane e guidano gli elementi di punta dell’economia militare, come la vendita o la cessione di armi e i programmi di addestramento militare all’estero, che si sono dimostrati così utili nell’estendere profitti e potere.

L’economia militare e la deindustrializzazione

Al contrario della Germania, del Giappone e degli altri paesi sviluppati dell’Europa occidentale, gli Stati Uniti hanno preferito di gran lunga applicare i propri talenti migliori per risolvere problemi militari. Ciò risulta evidente dalla tabella 1.

Il governo americano concentra nel settore militare le spese per ricerca e sviluppo: il 52,7% della spesa statunitense in ricerca e sviluppo, quasi 46 miliardi di dollari, finisce in progetti militari mentre solo lo 0,5% viene destinato alla produzione tecnologica e industriale. I progetti del Pentagono per ricerca e sviluppo producono risultati che, sebbene utili sul campo di battaglia, non portano a un incremento nella produzione di beni di consumo o di beni capitali, cioè dei mezzi di produzione.

In maniera decisamente diversa i lavoratori e i manager delle industrie giapponesi e tedesche sono stati capaci di costruirsi una buona reputazione producendo prodotti di alta qualità. Il Pentagono invece ha portato le imprese statunitensi a raggiungere alti profitti, nonostante i loro manager abbiano abbandonato i lavoratori americani (di questo si parlerà nel terzo capitolo).

Il fatto che fin dalla seconda guerra mondiale il Pentagono abbia la spesa di R