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Guerra e insicurezza urbana

2 Feb 2007 18:35

di Emilio Quadrelli - 2 febbraio 2007 (per gentile concessione dell’autore)

Da tempo i temi dell’insicurezza urbana sono diventati oggetti di studio e attenzione da parte delle scienze sociali. Limitandoci al panorama del nostro Paese, gran parte di tali lavori ha posto in evidenza, da un lato la stretta relazione tra le retoriche sorte intorno all’insicurezza urbana e i nuovi flussi migratori e, per altro verso, i molteplici effetti destabilizzanti che i processi di globalizzazione si portano appresso consegnando all’incertezza la vita di quote non minimali di popolazione. Uno scenario certamente non idilliaco ma neppure drammatico.

Nel primo caso, pur con tutte le tare del caso, il conflitto tra nativi e stranieri poteva essere ricondotto alle perenni difficoltà, tensioni, frizioni e malintesi che ogni flusso migratorio in qualche modo tende sempre a portarsi appresso mentre, nel secondo, l’instabilità in cui la vita degli individui è precipitata non sembrava essere nient’altro che l’inevitabile pedaggio che ogni grande trasformazione comporta. In poche parole, in entrambi i casi, tutto poteva essere ricondotto nel tradizionale e in fondo rassicurante scaffale dei “conflitti sociali” di cui ogni epoca è sempre stata gravida ma che, non necessariamente, sono destinati a diventare elementi costitutivi del “politico”.

Le ricette, da più parti proposte, per arginare, contenere, sedare e risolvere positivamente l’insieme dei numerosi conflitti sono abbondantemente note. La “questione immigrazione”, attraverso la messa in atto di politiche particolarmente attente alle realtà multiculturali dei nostri mondi, sembrava essere facilmente abbordabile mentre, la messa a punto di sistemi di welfare rimodellati sul nuovo scenario economico internazionale, potevano essere le risposte efficaci ed efficienti in grado di venire a capo all’insieme delle contraddizioni che la nuova era aveva di continuo fatto emergere. Ridotto all’osso, il problema, per quanto complicato, sembrava porsi sulla scia propria degli aggiustamenti necessari per minimizzare i dolori che ogni epoca in sommovimento produce. Tranne rare eccezioni, la cornice concettuale in cui le scienze sociali si sono mosse è stata questa.

Sullo sfondo, e con una buona dose di ingenuità, la convinzione che le nostre società, e quindi il mondo intero, si fossero lasciate alle spalle, non solo il cemento e l’acciaio (basta solo ricordare la sbronza di massa consumatasi intorno alla new economy o al favoleggiare del cognitariato), ma le stesse categorie del “politico” sulle quali si era fondata l’esperienza storica di interi secoli sembrava convincere i più. Pur se per altro via, l’utopia marxiana postulata nei Manoscritti del ’44 (la fuoriuscita dell’umanità dalla preistoria e il suo definitivo approdo alla Storia), sembrava essersi alla fine realizzata se non altro perché, l’affermazione del “mercato globale”, rendeva superfluo e inattuale l’essere proprio del “politico”.

In una sorta di rivincita tardiva delle ipotesi marcusiane, i nostri mondi sembravano destinati verso un futuro all’interno del quale non vi era più spazio per avversari che si organizzavano nei campi dell’amicizia e dell’inimicizia così come, la necessità propria della politica di tracciare una chiara linea di demarcazione tra sé e il nemico, si riduceva a semplice aneddoto con il quale ricordare l’infausto passato e in particolare il terribile ‘900. Tuttavia i conti, ben presto, non sono tornati e il mondo attuale sembra mostrare molte più affinità e assonanze con Le guerre del Peloponneso, piuttosto che con un improbabile Uomo a una dimensione. Ed è con ciò che, necessariamente, le scienze sociali devono riprendere a fare i conti.

La guerra è tornata ad essere l’elemento costitutivo e costituente del nuovo ordine internazionale e la sua messa in forma sembra essere tutto tranne che un coup d’Etat messo in atto da un Tiberio dei giorni nostri ma, al contrario, una scelta strategica più prossima al realismo politico di Augusto e alla sua pax romana. Se, come ricorda Marx, è dall’uomo che si ricava la scimmia è dalla guerra, il punto più alto dell’iniziativa politica, che è necessario partire per spiegare il conflitto che attraversa anche le nostre metropoli perché, nella guerra attuale, le linee di demarcazione dei fronti e delle frontiere sono ben difficili da segnare e non a caso, sullo sfondo di ogni missione militare, è il tema della sicurezza ad essere preminente. Un tema al limite dell’ossessione per i cittadini dell’Occidente e che mostra come le operazioni di polizia globale siano qualcosa di centrale anche per “noi”.

Del resto, come ha ricordato recentemente Mike Davis, il Pentagono, la CIA e le migliori intelligenze al servizio dei più svariati “Centri studi strategici” a dominanza statunitense da tempo lavorano alla messa a regime di piani militari per intervenire nelle “zone calde” delle proprie metropoli in una sorta di guerra preventiva in grado di neutralizzare le sempre più probabili “insorgenze di popolo” che faranno da sfondo all’era contemporanea. Da parte loro, le fabbriche belliche non perdono tempo e sono al lavoro per la messa a punto di idonei strumenti offensivi in grado di affrontare al meglio i conflitti militari che il comando del capitalismo internazionale si troverà in continuazione ad affrontare nei suoi territori dove, la linea di confine tra primo e terzo mondo, è sempre più sottile.

All’interno di questo scenario, e la cosa ci riguarda assai da vicino, una funzione centrale spetterà a strutture come la NATO la quale, dopo la caduta del “muro”, si è velocemente trasformata in una delle più sofisticate agenzie di polizia internazionale il cui raggio d’azione e intervento è a tutto tondo: contro i popoli riottosi e poco proni a sottomettersi alle esigenze del capitalismo globale ma anche contro il profilarsi di un non improbabile fronte interno rappresentato da quelle “masse senza volto” o, secondo retoriche maggiormente accreditate, le “nuove classi pericolose” la cui presenza nei nostri mondi è quantitativamente sempre più rilevante. Per questo la pace, la sicurezza e la democrazia dei popoli, che non hanno nulla a che vedere con le sicurezze care al mercato libero, passano anche attraverso le chiusure delle caserme della polizia globale. Senza se e senza ma.