“E vai con la guerra! Armi di derisione di massa” di David Rees (ISBN Edizioni)
3 Mar 2008 23:55

Per gentille concessione della casa editrice pubblichiamo l’INTRODUZIONE di Colson Whitehead al libro “E vai con la guerra! Armi di derisione di massa” di David Rees (ISBN Edizioni)
Abbiamo subìto tutti uno shock, ma c’erano persone al lavoro per rimettere le cose a posto. È questo che hanno detto in televisione. Eravamo tutti più o meno convinti che sarebbe andato tutto bene se avessimo dato la risposta militare appropriata.
Sarebbe andato tutto bene. Andava bene mandare aerei a bombardare, perché mandavamo anche aiuti. Era necessario un qualche tipo di attacco chirurgico. E mandavamo aiuti, ho già detto che mandavamo aiuti al popolo afghano?
Ma non ci siamo sentiti troppo a nostro agio quando qualcuno ha detto «Stiamo lanciando pacchi di cibo in una nazione che è un unico grande campo minato».
Ed è sembrato di cattivo gusto quando qualcun altro ha detto «Gli aiuti internazionali diventano un bel gioco per il popolo afghano: un gioco chiamato Vediamo se avete ancora braccia per mangiare il cibo che vi abbiamo lanciato dopo che siete capitati su una mina antiuomo cercando di raccoglierlo».
Ed è stato un po’ fuori posto dire «Oppure potrebbero giocare a Vediamo se, quando esplodete, il pacco di cibo colpisce la vostra testa decapitata che vola per aria!».
Ma era necessario. E divertente.
Come dare un senso agli impulsi e alle emozioni contraddittorie di quei giorni? Ma non eravamo fieri dei nostri valori umanitari? Li tenevamo nel portafoglio per poterli tirar fuori e farli vedere come foto dei nostri figli. Come spiegare quindi quella sete di vendetta?—beh, non vendetta, quella parola è un po’ forte, no?—diciamo «sete di un qualche tipo di risposta appropriata». Non eravamo, nei vecchi giorni andati, scettici, se non decisamente disgustati dal nostro governo? Perché allora è stato così rassicurante ascoltare una voce autorevole che diceva che avremmo mandato un messaggio? Non avevamo dato più o meno per scontato che esistesse un centro morale dell’universo?
Le cose andavano piuttosto bene da queste parti.
Come affrontare dunque la realtà dei fatti? Che le cose sono storte, sono sempre state storte e sempre lo saranno? Storte, nel senso di fottute.
Questa confusione è tutta qui, nel debutto di E vai con la guerra! di David Rees, nell’edizione del 9 ottobre 2001 che ha dato inizio alla striscia. Di vignetta in vignetta, i nostri cugini e gemelli in clip art passano dalla rabbia all’odio di sé, rimbalzando dallo sciovinismo più sfrenato alla disperazione più nera. Si drogano con l’idea del massacro e poi cercano il whisky nell’ultimo cassetto della scrivania.
Descrivono il comico e il tragico, ma le loro espressioni non cambiano mai. Non imparano niente da una striscia all’altra—anzi, sprofondano sempre più nel pantano dell’idiozia, attirati dall’ultimo servizio catastrofico in tv. Ibernati nell’ignoranza. Paralizzati dalla fragilità.
L’uso che fa Rees della clip art è il suo tocco di genio. Concepite per catturare l’universale, queste particolari clip art arrivano solo al generico, coi loro impieghi indefinibili e le loro razze indeterminate.
E quando Rees dona loro la parola, il generico diventa patetico. Il modo migliore per illustrare l’orribile ripetizione di quei giorni—quanti cadaveri hanno rinvenuto, quante bombe abbiamo lanciato, quanti casi di antrace, quante vaccinazioni ci mancano—è di far reinterpretare a questi cittadini rappresentativi quelle stesse situazioni all’infinito, far loro pronunciare le stesse banalità e ipotesi, senza progresso o sollievo.
Certo, i personaggi di Rees sono qualcosa di più di americani medi che pronunciano frasi americane medie: sono anestetizzati, come siamo tutti. La prima striscia di E vai con la guerra!, a quanto pare, è la trascrizione di una conversazione che Rees ha avuto con un amico. Assieme a molti dei loro vicini di casa, Rees e il suo amico si erano rifugiati nel linguaggio. Sforzo Umanitario, Accresciuta Consapevolezza, Libertà Duratura — erano queste le sillabe che usavamo per tenere a bada il mondo. Novello George Carlin telematico, David Rees ha l’abilità di farci vedere come abusiamo delle parole, di come le distorciamo e torturiamo per scopi miseri. In E vai con la guerra!, i linguaggi di culture e mondi diversi entrano in collisione, si ammassano, e bloccano il significato per miglia in tutte le direzioni. Lo slang dei ragazzi hip–hop avanza attraverso tv e radio, le inanità senza sangue dei politici filtrano attraverso gobbi ed opinionisti, e così nasce questa frase: «Ma vieni! L’Operazione: Enduring Freedom è in da house!». E questa frase ha senso ai nostri occhi, ne riconosciamo la mostruosità come nostra.
Sìììììììì, Vaiiii! La disperazione interna fa a pugni con la personalità esterna da ufficio, che porta facce private in mondi pubblici, e i colleghi dicono cose come «Se vuoi che ti dia quella relazione, sei caldamente invitato a bombardarmi il cubicolo.
Tanto chi cazzo se ne fotte più di niente?».
Ricordiamoci con affetto dei bei giorni del «questo incarico te lo puoi infilare nel culo», reliquia di un’epoca più felice. Avere l’energia di dire al tuo capo di andare a farsi fottere implica uno spazio di azione, un po’ di ottimismo nel fatto che il mondo possa migliorare.
Stanza dei giochi o stanza delle riunioni, stanza della guerra, stanza delle news—non importa, usano tutte le stesse inutili frasi. Ciò che vediamo ed apprezziamo in E vai con la guerra! è il tentativo di David Rees di far funzionare di nuovo le parole—di renderci responsabili delle nostre dimenticanze, delle nostre ellissi. Mentre il link del suo sito circolava, email dopo email, i suoi fumetti rinvigorivano la comunità. Eravamo stati atomizzati dalla televisione, separati l’uno dall’altro.
Isolati prima da immagini orrende, poi ipnotizzati dalle ultime parole in codice che mascherano la brutalità, la banalità ed altri tipi di umanità senza senso. Forwardate il link, passate questo messaggio.
Vi farà sorridere. Ci sono tante cose che vanno di merda al momento, ma almeno non siamo soli. Si chiama conforto. Prendetelo dove potete trovarlo.

Il libro
«Non potevano appenderlo con un po’ più d’eleganza Saddam Hussein? È l’esecuzione più sporca che abbia mai visto» È l’umorismo nero e tagliente delle strisce di un geniale autore, l’unico erede credibile della tradizione del fumetto satirico americano, da Doonesbury a Spiegelman. Una comicità piena d’inventiva, cinismo e senso dell’assurdo.
E così, tra una risata (amara) e l’altra, gli omini tristi delle clip art di David Rees, abitanti seriali e pronti all’uso di scene di lavoro d’ufficio, diventano lo specchio di una società che assiste allo spettacolo del conflitto ed elabora le proprie opinioni attraverso la retorica lunare dei politici. Con il distacco dell’osservatore che nemmeno sa dove si trova l’Afghanistan e il risentimento di chi comprende che democrazia e bombe non vanno troppo d’accordo, nemmeno se è stato Dio a suggerirlo.
L’autore
David Rees (1972), dopo aver studiato filosofia, si trasferisce a Manhattan e comincia a disegnare fumetti di arti marziali. All’indomani dell’11 settembre inizia a pubblicare sul suo sito una striscia sulla guerra al terrorismo. In pochi mesi il suo hobby diventa un fenomeno di culto. Ha pubblicato Get your war on (2002), My New Fighting Technique is Unstoppable (2003), il sequel Get your war on II (2004). Nel 2005 i suoi fumetti sono stati portati nei teatri di Philadelphia, New York, Houston e Washington. Nel 2007 sono stati anche inclusi in una performance dell’artista Jenny Holzer.
Il suo sito è www.mnftiu.cc