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Da Genova ad oggi, la svolta autoritaria. Un estratto dalla nuova edizione di “Noi della Diaz” di Lorenzo Guadagnucci

11 Mar 2008 0:05

Per gentile concessione dell’autore pubblichiamo un estratto da “Noi della Diaz. La ‘notte dei manganelli’ al G8 di Genova” (Altreconomia-Terre di Mezzo), il libro del giornalista Lorenzo Guadagnucci, pestato nel dormitorio del Genoa Social Forum, che racconta di quella notte tragica in una nuova edizione appena arrivata in libreria. In una sostanziosa prefazione, dall’amaro titolo “Democrazia umiliata”, Guadagnucci aggiorna sugli sviluppi degli ultimi anni, sul disegno che ha come volontà la “capillare restrizione delle libertà civili”. Completa il testo un diario dal carcere di Paolo Fornaciari, una delle vittime di pestaggi e arresti arbitrari

di Lorenzo Guadagnucci

“… Il 2001 può essere indicato come l’anno della svolta. Nell’arco di pochi mesi, con Genova come baricentro, abbiamo avuto le violenze contro i manifestanti al vertice sulla “democrazia elettronica” a Napoli (marzo) e l’emergenza terrorismo esplosa dopo gli attentati alle Torri gemelle e al Pentagono negli Stati Uniti (settembre). Si sono improvvisamente saldati due diversi obiettivi. Il primo era di fare terreno bruciato attorno a un movimento globale in grande espansione, quasi sconosciuto alle forze politiche tradizionali, e che poteva fare di Genova il suo definitivo trampolino di lancio. Il secondo obiettivo sommava l’esigenza di rispondere agli attacchi terroristici alla volontà di “blindare” i sistemi democratici europei attorno alla leadership economica e militare degli Stati Uniti.

L’effetto generale è stato una capillare restrizione delle libertà civili, una militarizzazione delle società europee sul modello di quella nordamericana, un indebolimento delle garanzie individuali, un incremento dei poteri di controllo e di repressione affidati alle forze di polizia; in parallelo si sono moltiplicate le missioni militari all’estero. Gli Stati Uniti con il Patriot Act -un pacchetto di pesantissime misure antiterrorismo, con ampie limitazioni della privacy e delle libertà civili- hanno rapidamente fatto scuola e negli ordinamenti giudiziari di molti paesi sono state inserite misure d’emergenza che hanno progressivamente snaturato i fondamenti democratici delle rispettive Costituzioni.

Nel dibattito corrente, specie negli Stati Uniti, si è cominciato a legittimare perfino la pratica della tortura, e con la prigione speciale di Guantanamo si è fondato il “diritto penale del nemico”, come i giuristi chiamano le normative che sostituiscono il diritto penale classico, con l’idea di colpire i nemici (definiti “combattenti”, “terroristi” e così via) a prescindere dall’accertamento dei fatti e senza le garanzie spettanti ai normali indagati.

L’opinione pubblica internazionale ha così cominciato ad abituarsi all’idea che una limitazione dei diritti e delle libertà sia effettivamente necessaria, al fine di combattere il terrorismo e inseguire la “sicurezza” promessa ormai non solo da capi di Stato ma anche da governatori e sindaci.

L’aggressione non è stata dunque casuale. Nemmeno l’assalto alla Diaz sfugge a questa valutazione. La scuola fu scelta fra altri siti possibili proprio perché sede, in quei giorni, del quartier generale del Genoa social forum, la rete di oltre mille associazioni nazionali e internazionali animatrice delle proteste. Se l’obiettivo fosse stato solo l’arresto di qualche decina di manifestanti, possibilmente ascrivibili al Black bloc, in modo da esibire qualche “risultato” dopo due giornate disastrose sotto il profilo dell’ordine pubblico, si sarebbero scelti altri luoghi, meno “sensibili” dell’istituto di via Battisti.

Ma quel sabato sera si puntava evidentemente al bersaglio grosso, si intendeva “dimostrare” la contiguità fra il Genoa social forum e il blocco nero, negata non solo dai portavoce del Gsf ma dalla stessa natura del movimento.

L’attacco al quartier generale del Gsf e l’arresto in quella sede di decine di teppisti avrebbero permesso di assestare un colpo letale, sul piano dell’immagine, agli organizzatori delle manifestazioni e quindi alla credibilità delle loro proteste e proposte.

Le parole usate dal presidente del consiglio all’indomani del blitz -”abbiamo preso decine di violenti”- sono un chiaro indicatore di quest’intento.
Non sapremo mai in che modo la politica sia stata coinvolta nella preparazione del blitz: chi abbia avuto l’idea, chi ne sia stato informato, che posizioni abbiano avuto i vari protagonisti. L’obiettivo di provare il legame stretto fra Gsf e Black bloc è stato mancato, non foss’altro perché “noi della Diaz” siamo quelli che siamo, persone del tutto comuni, unite dall’idea che sia giusto battersi per un mondo diverso, e anche per la preoccupante incapacità e redisposizione alla violenza gratuita dimostrata dalla nostra polizia (se anche alla Diaz ci fossero stati appartenenti al blocco nero, è comunque immaginabile in un Paese democratico una perquisizione condotta in quel modo?).

Le scelte di ordine pubblico compiute a Napoli e Genova, come la copertura garantita a tutti i dirigenti delle forze dell’ordine anche in presenza di palesi violazioni delle leggi e dei diritti dei cittadini, vanno dunque collegate al contesto internazionale. Riprendendo le parole del sindacalista citato all’inizio, “in ordine pubblico non accade niente che il potere politico non voglia”. A Genova si è preventivamente deciso di usare la mano pesante contro i protagonisti della protesta. Il movimento, sull’onda di Seattle e Porto Alegre, stava incontrando crescente credito nell’opinione pubblica, e non solo fra i cittadini attivi nella politica e nell’associazionismo, ma anche in quella larga fascia di popolazione che si tiene ai margini dell’azione pubblica, ma è pronta a condividere progetti generali quando si crea un clima di mobilitazione e di entusiasmo civile, quando si è insomma nella fase di “stato nascente”, all’avvio di grandi processi di trasformazione. Milioni di persone in Italia e nel mondo, in quello scorcio di 2001, percepivano che i movimenti ponevano le domande giuste del nostro tempo -sul crescente divario nella distribuzione delle ricchezza, sull’esclusione di metà dell’umanità dal banchetto del consumismo e del libero mercato, sulla crisi ambientale in corso e sulle incerte prospettive di fronte a un sistema economico vorace e incapace di limitare se stesso, sui pericoli del militarismo dilagante- e cominciavano ad immaginare le prime risposte, con la proposta della nonviolenza e del pacifismo, le campagne per la cancellazione del debito, con le alleanze fra movimenti del Nord e del Sud del mondo e il sostegno ai diritti dei migranti, con l’intuizione di un’economia non più basata sul rofitto e le privatizzazioni ma sui concetti di solidarietà, sobrietà, gestione democratica dei beni comuni. Tutto questo era molto pericoloso per i poteri economici e politici.

Perciò da Seattle a Goteborg, da Praga a Napoli e Genova -per citare i casi più noti di “disordini” avvenuti nell’arco di diciotto mesi in occasione di vertici internazionali- governi nazionali di diverso colore politico hanno perseguito lo stesso obiettivo: criminalizzare il movimento e le sue idee, indicarlo come pericoloso e violento.

L’Italia ha fatto pienamente la sua parte. L’aggressione brutale al corteo e ai manifestanti nel marzo 2001 a Napoli, negli ultimi mesi del centrosinistra, è stata una prova generale del tragico luglio genovese. Le manifestazioni contro il G8 sono state affrontate con spirito guerresco. Si è creata una zona rossa, interdetta a tutti, suggerendo così l’idea che fosse necessario proteggere militarmente i capi di Stato e di governo da un’aggressiva “canaglia”.

Si sono inviati a Genova corpi speciali dei carabinieri, della polizia e della finanza del tutto inadatti a una gestione pacifica e concordata dell’ordine pubblico, rinnegando così una modalità utilizzata per almeno vent’anni ma ormai inservibile alla luce dei nuovi obiettivi. Nei mesi precedenti il G8 i servizi segreti, grazie a media compiacenti, e sempre nell’ambito di un progetto politico di criminalizzazione largamente condiviso, hanno diffuso i più accorati e assurdi allarmi sui rischi connessi alle manifestazioni programmate a Genova. Alla fine è successo quello che doveva accadere: disordini, violenze di piazza, aggressioni contro singoli cittadini, in definitiva un clima di terrore che nessuno, fra quanti si trovarono a Genova il 20 e 21 luglio 2001, potrà mai dimenticare. La comunicazione via radio, emersa durante uno dei processi, fra la centrale operativa e il reparto in azione a piazza Manin il 20 luglio, con la centrale che ordina di “fare prigionieri” fra gli attivisti della rete Lilliput, è un documento emblematico della logica militare adottata dalle forze dell’ordine.

Il “dopo Genova”, a ben vedere, è stato coerente con queste premesse, sia sul piano politico sia su quello giudiziario. L’obiettivo non era, e non è, quello di liquidare la democrazia per instaurare un regime di polizia, ma di accentuare i controlli, rafforzare gli strumenti di repressione, circoscrivere l’area del dissenso e soprattutto disinnescarne le capacità di persuasione.

Sotto questo profilo la missione è in larga parte compiuta. Il movimento non gode più della simpatia che riscuoteva nel 2001. Si è riusciti a propagare l’idea che sia portatore di violenza e privo di un serio progetto. I suoi leader e portavoce sono stati indicati come impresentabili estremisti. E soprattutto sono progressivamente scomparse dal dibattito pubblico, quello che si svolge sui maggiori media, le sue domande e le sue ragioni, per quanto sembrino anno dopo anno sempre più pertinenti.

La scelta della repressione a scapito delle tecniche di prevenzione, la silenziosa militarizzazione delle forze dell’ordine, l’affermazione della loro sostanziale intoccabilità si sono poi rivelate perfettamente funzionali alle esigenze delle democrazie neoautoritarie post 11 settembre.

Il filosofo sloveno Slavoj Zizek, nel suo libro “La violenza invisibile”, distingue fra violenza soggettiva, oggettiva e simbolica. Zizek sostiene che la violenza soggettiva, quella diretta, praticata da “folle fanatiche o forze repressive organizzate”, ha il compito di “cambiare discorso”, di sviare l’attenzione dalla violenza di sistema, quella che affama milioni di persone, distrugge l’ecosistema, accresce le diseguaglianze. Scrive Zizek: “Opporsi a ogni forma di violenza -da quella diretta, fisica (stragi, terrorismo) a quella ideologica (razzismo, istigazione, discriminazione razziale)- sembra essere la preoccupazione principale dell’atteggiamento progressista di tolleranza oggi prevalente.

Un segnale di sos sostiene tali discorsi, coprendo col suo frastuono ogni altro approccio: tutto il resto può e deve attendere… Non c’è qualcosa di sospetto, addirittura sintomatico, in questa attenzione incentrata sulla violenza soggettiva, su quella violenza rappresentata da attori sociali, individui malvagi, apparati repressivi organizzati, folle fanatiche?”

Il filosofo non pensa a Genova G8 ma si riferisce certamente alle prospettive scaturite dalla crisi post 11 settembre e il parallelo è lecito.
L’attenzione posta sulla violenza di piccole frange di attivisti (il Black bloc) e paradossalmente anche su quella delle forze dell’ordine, ha avuto l’effetto di “cambiare discorso”, cancellando dalla scena i temi sollevati dal movimento sceso in piazza a Genova. Ancora oggi la violenza, la mancata risposta politica al trauma del G8, il clima repressivo montato dopo l’11 settembre e sull’onda dell’allarme sicurezza fomentato negli ultimi anni, impediscono il ritorno ai temi forti del movimento, che stenta così a riprendersi la parola.

Ecco allora che emergono gli effetti di lunga durata del G8 genovese: l’impoverimento della democrazia, il soffocamento delle idee e dei progetti di cambiamento radicale. La Costituzione è stata modificata di fatto: quando i valori fissati nei singoli articoli smettono di animare la vita pubblica d’ogni giorno e l’azione di chi ricopre incarichi istituzionali, la Costituzione muore.

E con la “violenza diretta” che domina la scena, sono scomparse le ragioni e le idee dei movimenti sociali. E’ questo il quadro scaturito dalle giornate del luglio 2001 e non è facile dire se vi sia una via d’uscita.

Le piste da seguire sono probabilmente due. La prima è un percorso di riscossa democratica all’interno delle istituzioni. L’altra pista riguarda la ripresa e il rilancio del movimento. Il diritto al dissenso è pesantemente messo in discussione e gli apparati repressivi stanno guadagnando terreno a scapito dei diritti civili. Affidarsi alla magistratura o alle sole proteste di piazza, come si è fatto sostanzialmente in questi anni, appare del tutto insufficiente, vista anche la rassegnata passività delle forze politiche “progressiste”.

Andrebbe messa in campo una rivoluzione culturale in grado di rovesciare l’involuzione autoritaria in corso. Una “uscita politica” da Genova G8 dovrebbe quindi includere una seria riforma democratica delle forze dell’ordine, nell’ottica della trasparenza, della prevenzione e della formazione alla nonviolenza (ci sono progetti pilota in corso).

Andrebbe recuperata e approvata senza ulteriori indugi la proposta di legge che impone agli agenti di indossare codici di riconoscimento sui caschi e sulle divise: garantire l’impunità, come è accaduto ad esempio ai picchiatori della scuola Diaz, sarebbe più difficile, e gli stessi agenti potrebbero opporsi più facilmente ad eventuali ordini aberranti dei superiori. Dovrebbe anche iniziare un dibattito sull’opportunità di istituire un’autorità indipendente di controllo cui rivolgersi per denunciare eventuali abusi. Le “politiche sulla sicurezza” tanto in voga andrebbero poi sottoposte a una rigorosa verifica democratica, a partire dalle ingenti spese affrontate da enti locali e Stato, fino a una seria valutazione degli effetti realmente ottenuti.

Scopriremmo probabilmente, com’è accaduto in altri paesi, che l’emergenza sicurezza è in larga parte pilotata dall’alto e che misure come l’aumento degli agenti impiegati sulla strada e l’uso della videosorveglianza non raggiungono gli obiettivi dichiarati, ossia la diminuzione della micro criminalità e la cattura di chi commette reati. É una verifica, questa, che nessuno vuole fare: si preferisce mantenere il tema della sicurezza e delle politiche repressive sul piano dell’elaborazione simbolica, della suggestione, lontano da stringenti valutazioni empiriche. É il grande inganno dei nostri tempi.

La “riscossa democratica” dovrebbe quindi comprendere un’ampia azione culturale in grado di contrastare l’ondata securitaria e militarista in atto in Italia e nel mondo, scommettendo sulla partecipazione popolare, la solidarietà, il rigetto di ogni forma di razzismo e quindi sull’elaborazione di un concetto di sicurezza imperniato sui diritti umani e sociali.

Su una base del genere, cioè su una rinnovata e vitale visione della democrazia, potrebbero rifiorire e rilanciarsi le campagne, le reti, i progetti che non sono mai cessati, ma che hanno sofferto la criminalizzazione delle idee, oltre che dei movimenti, andata in scena nella città di Genova, nel luglio 2001, e proseguita con altri mezzi negli anni che ci separano da quei giorni.”