Sostieni InformationGuerrilla! Fai una donazione.
partner unimondo.org

Information guerrilla

Controinformazione. Stampa alternativa e giornalismo d’inchiesta dagli anni Sessanta a oggi

19 Ott 2006 11:59

di Andrea Cinquegrani

Un paese sepolto da una montagna di misteri, un gigantesco buco nero che rischia concretamente di sommergere quel che resta delle democrazia. E’la fotografia dell’Italia di ieri e di oggi, dove la fanno da padrone lobbies di potere, servizi deviati, massonerie, colossi finanziari, politici multiuso, faccendieri d’ogni sorta e chi più ne ha più ne metta.
Ciliegina sulla torta, i controllori che non controllano un bel niente, dalla magistratura sempre più contigua e collusa col Potere e al giornalismo, che ormai più velinaro e appiattito non si potrebbe.

A questo punto, che ruolo può avere una autentica controinformazione?
Se lo chiede un volume appena edito da Castelvecchi, “Controinformazione” appunto, sottotitolo “Stampa alternativa e giornalismo d’inchiesta dagli anni Sessanta a oggi”, autore Massimo Veneziani, free lance per diverse tivvù.

Una miniera di dati, notizie, ricostruzioni, interviste per orientarsi in un universo di complessa decodificazione, ora al centro di cambiamenti epocali per via soprattutto di internet e delle nuove tecnologie.

«Controinformazione è stato quasi sempre sinonimo di informazione», sottolinea Carlo Lucarelli nella provocatoria prefazione, in un Paese dove «uomini dei Servizi Segreti fabbricano materialmente false prove per false piste, Poliziotti e Carabinieri nascondono l’esito delle indagini, alti ufficiali delle Forze Armate mentono al Governo e membri del Governo mentono al Parlamento. Se a tutto questo si aggiungono giornalisti professionisti pagati per mentire si capisce quanto sia difficile nel nostro Paese fare e avere una corretta informazione».

Per fortuna comunque, nota Lucarelli, la “controinformazione” che in Italia esiste e resiste è la prova concreta di «gente che non si fa prendere in giro così facilmente, che non si accontenta delle verità ufficiale, che ha imparato a pensare male. Un Paese più sano, più onesto e via via più smaliziato e organizzato di quello che i teorici della disinformazione credevano di trovare».

Ancora più tagliente l’introduzione di Aldo Giannuli, docente di Scienza delle comunicazioni. «Se scoppia uno scandalo bancario o c’è un attentato di qualche entità la maggioranza degli italiani pensa automaticamente: “Non ne sapremo mai niente, un’altra puntata dei Misteri d’Italia”, tanto scarsa è la fiducia nell’operato giudiziario. E’ strano come solo la magistratura non avverta in questo Paese un divario insostenibile fra la “verità processuale”, che manda spesso assolti gli imputati eccellenti, e la “verità storica” che galleggia sul mare di assoluzioni di una Magistratura che non può, non sa e sembra non voler rendere giustizia neppure di fronte alle stragi».

Molto duro nei confronti delle toghe “ad orologeria” il parere di Sandro Provvisionato, autore di “Terra” su Canale 5 e animatore del sito “Misteri d’Italia”, raccolto da Veneziani: «Se al pool di Milano va riconosciuto l’indubbio merito di aver scoperchiato il pentolone che conteneva il maleodorante marciume della corruzione, il comportamento dei suoi pubblici ministeri è stato sempre corretto e imparziale? Come mai la magistratura italiana presa nel suo insieme, se non inerte, certamente molto lenta e confusa sui versanti della mafia, del terrorismo e dello stragismo, ha saputo attivarsi in modo così compatto a proposito delle inchieste sulla corruzione?». Incalza Provvisionato: «Perché soltanto le forze politiche allora al governo sono state spazzate via? Perché sono così pochi gli imprenditori e i grandi industriali che hanno pagato il prezzo di quell’inchiesta?».

Dal canto suo ricostruisce Veneziani: «L’inizio degli anni novanta potrebbe rappresentare un ottimo terreno di rilancio per una classe giornalistica che per la maggior parte sembra aver perso la combattività. Ma l’occasione offerta da Mani Pulite non viene sfruttata al meglio. In questo caso a investigare non sono i giornalisti ma cominciano i pool di giudici e sembra che il lavoro più proficuo sia la caccia al verbale d’interrogatorio». Insomma, un bel mondo di veline su carta bollata.

In 230 pagine il volume di Veneziani spazia dalla fine anni ’60 - inizio ’70 ai nostri giorni. E così si parte dalla stagione bollente della contestazione, dai sessantottini, dai fogli quasi clandestini dei ribelli d’allora, dai gruppi che si organizzano per dar vita a forme di comunicazione spontanea eppure capace di fare autentica contro-informazione e documentare le prime stragi di stato, a cominciare da piazza Fontana.
Sarà proprio il libro-accusa “La strage di stato”, edito dal tandem d’assalto Samonà-Savelli, il primo spartiacque per la vera controinformazione. E così, racconta Veneziani, «il giornalista diventa un detective, sulla falsariga del giornalismo d’inchiesta americano». Ed è allora che comincia a far capolino il problema delle “fonti”, spesso deviate, ispirate dai Servizi e soprattutto dal famigerato “Ufficio Affari Riservati” - i primi Spioni doc - che di veline al veleno ne ha sfornate a iosa.

Intanto spuntano altre esperienze alternative. «Tra l’inverno del 1976 e il luglio 1977 - scrive Veneziani - esplode un fenomeno senza precedenti: nascono 69 nuove testate con una tiratura complessiva di 300 mila copie di cui 288 mila vendute, stampate in nove diverse regioni d’Italia». E’ il periodo in cui si consolida l’esperienza de La Voce della Campania, cui Veneziani dedica diverse pagine del volume, come esempio di testata “contro” (l’altro caso citato è quello di Avvenimenti). La sua ricostruzione parte dall’anno della chiusura (1980), con Michele Santoro direttore responsabile “liquidato” dal Pci migliorista di quel tempo, per snodarsi lungo gli ’80-’90 (la ripresa delle pubblicazioni è nell’84) con le contro-inchieste sul le connection politicaaffari-camorra, a partire dal dopo terremoto.

«Quello che “La Voce” ha fatto in questi anni - si legge nel libro di Veneziani, che al nostro giornale dedica alcune pagine - è stato principalmente occuparsi dell’asse politica-finanza-camorra, in sostanza di tutto ciò che riguarda gli affari fatti a spese dei cittadini, comprendendo anche il settore della sanità e della massoneria e pubblicando l’elenco di tutti i massoni della Campania che agivano indisturbati.

“La Voce” si è occupata anche dei grandi misteri come quello di Ustica, del caso Siani e di altre morti eccellenti. Ha denunciato la gestione privatistica della cosa pubblica»
L’excursus di Veneziani non poteva che comprendere quell’immenso spazio virtuale di controinformazione che è ancora il web. In primo piano, Indymedia, la cui forza innovativa «risiede nel fatto che la sua è una comunicazione assolutamente dal basso: è un sistema aperto per cui chiunque può produrre e mettere on line il proprio contributo».
«Con Internet la comunicazione cambia: non resta semplicemente bidirezionale, nel senso che chi riceve il messaggio fornisce imput di ritorno al soggetto emittente, ma diventa protagonista. Il ricevente produce informazione. La comunicazione diventa orizzontale, altamente partecipativa».

«Ma cosa succederà alla rete - s’interroga Veneziani - ad esempio tra vent’anni? L’esperienza delle radio libere insegna che la loro esplosione è stata possibile grazie anche alla deregulation normativa che, una volta disciplinata, ha imposto paletti alla libertà d’azione. E se con la Rete succedesse lo stesso? Per mettersi al riparo da qualsiasi tipo di rischio occorre sfruttare al massimo le risorse che questo mezzo ci offre, occuparne gli spazi e adoperarlo nella maniera più costruttiva. I passi avanti della tecnologia legata a Internet ce lo consentono. Agli operatori dell’informazione viene data una possibilità enorme: la tecnologia oggi consente la produzione, la custodia e la diffusione del materiale come mai prima».
Spioni permettendo.

Fonte: La Voce della Campania