Columbine, Denver, provincia di Brescia

di Lanfranco Caminiti

Rick adorava i delitti. Rick adorava i delitti al di là del proprio lavoro. Rick adorava l'enigma dei moventi e l'ineluttabilità della violenza. Rick adorava i delitti in quanto storia sociale. James Ellroy - "Il dubbio letale"

Sta per arrivare nelle sale cinematografiche italiane "Bowling for Columbine", passato a Cannes 2002, del regista Michael Moore, autore anni fa di un vero gioiello sulla condizione del lavoro operaio negli Stati uniti, "Roger and me". Il film - così dice chi l'ha visto - è un pugno nello stomaco. Moore mette sotto accusa la facilità di procurarsi armi e la continua tentazione alla violenza come "ambiente di crescita" che può scatenare qualunque follia. La follia specifica che racconta è la strage accaduta nel 1999 alla Columbine High School di Denver, nel Colorado. Due studenti, Eric, 18 anni, e Dylan, 17, con impermeabili neri e passamontagna, si caricarono di armi e bombe e spararono contro i compagni per poi suicidarsi dopo sei ore di assedio. Uccisero 12 ragazzi e un insegnante e ci furono decine di feriti. La "confraternita dell'impermeabile" aveva una passione smodata per Hitler e il nazismo. Ma Moore, nel documentare l'episodio, addita piuttosto il fatto che in qualunque supermercato si vendono proiettili dum dum accanto agli hamburger surgelati. La strage letteralmente sconvolse l'America: ci fu chi accusò il cinema e le canzoni di educare i ragazzi al'indifferenza, all'odio e al sangue. A Marylin Manson volevano impedire un concerto a Denver: nel suo singolo "The Nobodies" ci sono molti riferimenti alla Columbine [Some children died the other day/You should see the rating - Alcuni ragazzi sono morti l'altro giorno/Dovresti dare un'occhiata alle statistiche]; Oliver Stone e il suo "Natural born killer" furono messi sulla graticola. E recentemente i genitori dei ragazzi uccisi alla Columbine hanno duramente contestato il rapper Eminem perché nel suo "White America" il "piccolo Eric" è un ragazzo qualunque, uno qualunque dei figli bianchi americani e non un "mostro" [White America! I could be one of your kids/White America! Little Eric looks just like this - America bianca! Potrei essere uno dei tuoi ragazzi/America bianca! Il piccolo Eric sembra poprio così]. Scartabellando qua e là ho trovato una cosa curiosa, forse grottesca ma poi non tanto: "columbine" è il fiore tipico del Colorado, un simbolo di quel territorio e della sua storia. E' per quello che l'High school di Denver si chiama così. Ma si chiamava così anche un modello di aereo, il Lockheed VC-121B: nei primi anni cinquanta, fu impiegato dal 125th ATS USAF come aereo personale del generale Eisenhower. L'allora Comandante dei Supreme Headquarters Allied Powers Europe lo battezzò "Columbine", in omaggio alla moglie, perché il Colorado era il suo Stato natale. Mentre il generale concludeva la carriera militare per diventare presidente degli Stati uniti, due altri Constellation divennero rispettivamente "Columbine II" e "Columbine III". Certo, ciascuno fa un omaggio alla moglie per quel che può - Ike doveva amare molto la sua Mamie -, ma è un episodio che richiama una atmosfera da "Dr. Stranamore" di Kubrick, qualcosa che qui si fa fatica a capire, che sembra molto lontano da noi. Invece, non so dire precisamente perché ma l'episodio crudele di Leno, in provincia di Brescia, in cui tre ragazzotti, Nicola, Nico e Mattia - che insieme non fanno cinquant'anni - hanno straziato la vita di Desirée, 14 anni, mi fa pensare che niente è ormai molto lontano da noi. Gli investigatori che stanno lavorando alla definizione degli accadimenti sembrano adesso propensi a coinvolgere una figura adulta e a dare a questa una responsabilità centrale, quasi di regia: ciò forse attutirebbe certe considerazioni sulla violenza di quei ragazzi. Per me, in realtà, il quadro non si modifica molto e, anzi, forse peggiora. Potrebbe significare che a quell'età non solo si è in grado di premeditare una violenza terribile [cosa che sapevamo già, dopo la storia di Erika e Omar] ma si è anche capaci di tirarvi dentro quelli più grandi. Quel gruppetto somiglia agli storni nei cieli delle piazze di Roma, quando volano impazziti ora qui ora là disegnando strane figure geometriche e poi si appollaiano sulle antenne dei palazzi e poi ripartono improvvisi. Tu non capisci mai perché. Leno, provincia di Brescia, non è Denver, ma un paesotto tranquillo, dove la gente pensa solo a faticare, costruirsi una villetta, metter da parte soldi, andare al bar a farsi una birra e commentare le partite di calcio della domenica. Non vi si vendono armi al supermercato e persino comprare un coltello non è facile. Leno non è nello stato di Washington, dove un'ombra nera spara da giorni contro qualunque vita, da un benzinaio, per strada, davanti una scuola. E' vero, è così. Qui, da noi, non si respira violenza mista a ossigeno, non si accumula una rabbia impossibile da gestire, che tracima l'anima fino a trasformarti in un'arma micidiale puntata contro il mondo, contro chiunque. E' vero, è così. E' proprio vero? E' proprio così? In un misurato e preoccupato intervento su www.repubblica.it, Umberto Garimberti scrive: "di fatti simili a questa tragedia avvenuta nel Bresciano aspettiamocene molti". Garimberti fa risalire a una assenza della conoscenza di sé, a una mancata educazione dei sentimenti, delle emozioni, degli entusiasmi, delle paure, la deriva impazzita dei ragazzi d'adesso. Riprendendo un articolo di Marco Lodoli sull'argomento, in cui si parlava della totale assenza tra gli adolescenti di un apparato cognitivo, di nessi cognitivi per descrivere l'esperienza anche più banale come un pomeriggio passato insieme, Garimberti dice piuttosto di un buco nell'apparato emozionale, nei nessi emotivi. "Il gesto, soprattutto quello violento, prende il posto di tutte le parole che questi ragazzi non hanno scambiato né con gli altri per istintiva diffidenza, né con se stessi per afasia emotiva". La famiglia e la scuola vengono indicati come i luoghi di una precedente e resistente educazione che adesso è lasciata al caso. Sono parole convincenti, anche un'analisi spietata e una chiamata in causa, quasi un programma di lavoro per chi ha la responsabilità di queste cose.
Forse davvero dovremmo cominciare a capire qualcosa di più di questo nostro paese e delle sue impazzite trasformazioni, di dove sia andato a finire il borgo del Mulino bianco, delle mille piazze chiaccherine e dei nonni che giocano a bocce e del "gigante, pensaci tu". E di cosa l'abbia sostituito. Pure, si corre il rischio d'essere ripetitivi, a ogni masso lanciato dal cavalcavia, a ogni adolescente che massacra i genitori, a ogni bambino stuprato da un minore, a ogni episodio di bullismo davanti una scuola, dentro un'aula: è colpa della televisione, è colpa dei divorzi, è colpa delle donne che lavorano, è colpa del lassismo. Forse c'è una ricorrenza dell'orrore che non ha tempo storico e spazio definito, forse c'è una forma sociale, d'ogni luogo e tempo in cui l'orrore si manifesta. Si può ridurre il danno, se non estirpare il male? Dov'è il male? Qual è il danno? C'è un "nemico interno" che sta crescendo: animali rapaci pronti a colpire, prepotenti e predatori, a pretendere, a prendere. A prendere, in branco o da soli, ciò che luccica come Desirée. Ha i tratti somatici del vicino di casa, del ragazzo che incontriamo per le scale, ma anche della donna che fa la fila al supermercato, dell'uomo che ci guarda stranito mentre sbotta senza trovare parcheggio. Già assediati dall'"orco" che viene da lontano e mette le bombe sotto le nostre case, ci ritroviamo adesso insidiati "da dentro": esiste una relazione tra queste due cose?
Il presidente Bush, dopo l'11 settembre, chiamò l'America a combattere "contro la paura". E' un programma spirituale: come avere diritto alla felicità. Ma anche il suo opposto. Il 45 per cento degli americani oggi ha soprattutto paura dello sniper, del cecchino, il 43 per cento ha paura dei terroristi. La polizia dello Stato di Washington - è proprio la Washington di "Minority Report" - consiglia ai suoi cittadini di non fare benzina, non andare al supermercato, non mandare i figli a scuola, non attardarsi a comprare il giornale: le highway sono improvvisamente vuote. Uno spettacolo da day after la guerra nucleare. Ai controlli esasperanti per la paura degli attentati di terroristi si aggiunge adesso quest'altro incubo. Tutta una vita da incubo, da sottosuolo. E' questa la risposta alla paura? Solo che neanche le mura di casa sono riparo tranquillo dall'"uomo nero". Il nemico alla porta è fuori, è dentro. Colpire "preventivamente" il nemico interno cosa potrà significare? Il villaggio mondiale della globalizzazione si trasforma in una caverna, in un "cube", pattugliata da squadre armate e da psicologi da profilo.
Certo, lì siamo in America. Qui a Leno, provincia di Brescia. E' tutta un'altra storia.

Roma, 14 ottobre 2002