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Tratto da: "Il Segreto della Repubblica. La verità politica sulla strage di Piazza Fontana" di Fulvio e Gianfranco Bellini. A cura di Paolo Cucchiarelli, Selene Edizioni, 2005, pag. 182, euro 13
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La "storia" di Fulvio Bellini
Oltre dieci anni fa, cercai di contattare Walter Rubini. Grande fu la sorpresa scoprendo che dietro quel nome si celava un ex partigiano, giornalista curioso e attento agli “angoli bui” della nostra storia: il primo a parlare dell'omicidio di Enrico Mattei; il primo a contribuire a un libro che svelava il ruolo di Amadeo Bordiga nella nascita del Pci; il primo ad affrontare il nodo del segreto politico che impedisce, dopo undici sentenze, di sapere quali sono state le modalità reali e gli autori della strage del dicembre 1969 che segna l'inizio della “strategia della tensione”.
Dopo quel primo incontro, un po’ teso, nella semplice casa di Milano, con mille cautele per capire la mia curiosità, il mio imbarazzo davanti ai suoi silenzi e la sorpresa per la scoperta del ruolo giocato dai suoi “referenti” inglesi, altri ce ne sono stati. Sempre interessanti. Prendevo appunti.
Qui presento il frutto di quegli appunti.
Paolo Cucchiarelli
Fulvio Bellini: le fonti del “segreto”
Gli eventi dell’autunno-inverno del 1969, culminati nell’orrenda strage alla Banca Nazionale dell’Agricoltura di Piazza Fontana, mi furono preannuciati parecchi mesi prima da un amico inglese, conoscitore, come pochi, della situazione politica italiana.
L’origine e la ragione dei contatti con il suddetto inglese risalgono ai mesi che seguirono l’armistizio dell’8 settembre.
Una delle conseguenze dell’8 settembre fu la dissoluzione del sistema dei campi di concentramento in cui erano stati rinchiusi migliata di ufficiali e soldati inglesi, scozzesi, australiani e di altri paesi del British Commonwealth. Da un giorno all’altro, venendo meno il controllo del personale militare di vigilanza, i prigionieri-alleati si trovarono di fatto nella possibilità di allontanarsi liberamente dai campi di raccolta, rischiando comunque di cadere nelle mani dei tedeschi che, nel frattempo avevano occupato il Paese.
Gli ufficiali e i soldati alleati che riuscirono a sottrarsi alla cattura lo dovettero all’aiuto disinteressato di cittadini italiani che sfidarono consapevolmente le leggi emanate dall’alto comando tedesco, tra le quali l’ordinanza del 13 settembre 1943 che prevedeva la pena capitale per coloro che fossero stati sorpresi ad aiutare o proteggere gli alleati, già prigionieri di guerra.
Una delle operazioni di salvataggio riuscita fu quella organizzata nel Cremonese da un gruppo composto dall’ingegnere Gino Rozzi, dal dottor Carlo Mendel (ebreo di origine tedesca) e da me stesso. Dopo aver radunato una trentina tra ufficiali e soldati britannici presso una grande azienda agricola di proprietà del padre dell’ingegner Rozzi, si procedette a trasferirli, a scaglioni, in territorio svizzero passando per Cremona, Milano e Varese.
La difficile operazione si stava già concludendo con pieno successo allorché, a causa di una delazione, la polizia militare tedesca procedette, nel primo mattino del 28 ottobre 1943, ad un’ampia retata. Carlo Mendel e Gino Rozzi caddero subito nalle mani del Sicherheitdienst, mentre io, per puro caso, riuscii a sottrarmi alla cattura.
Puntualmente, come annunciato nei minacciosi manifesti, il Tribunale militare tedesco comminò la pena di morte all’ingegner Rozzi e al dottor Mendel. Nei miei confronti, invece, unitamente alla condanna a morte in contumacia, venne spiccato un mandato di cattura. La sentenza di morte nei confronti di Mendel venne eseguita mediante fucilazione all’Arena di Milano, mentre la condanna a morte nei confronti di Rozzi fu commutata in deportazione ad Auschwitz. Soltanto quindici mesi dopo, nella primavera del 1945, Gino Rozzi rientrò in patria, profondamente segnato dalla prigionia.
Da parte mia, trascorsi l’ultimo periodo di guerra militando nelle file della Resistenza, in contatto con lo Special Operation Executive (SOE).
Nell’estate del 1945, durante una cerimonia commemorativa tenutasi nel Castello Sforzesco di Milano, ricevetti dalle mani del generale Crittenberger, governatore militare alleato del Nord Italia, un attestato ufficiale di riconoscimento per l’attività svolta a favore degli Alleati.
Con il ritorno alla vita civile, ebbi più volte occasione, nello svolgimento della mia attività di scrittore (la mia prima opera, pubblicata nel 1951, fu una storia non ufficiale del Partito comunista italiano), di intrattenere rapporti più che cordiali con vecchi amici inglesi, in particolare con un commilitone dei tempi del SOE che da questo momento indicherò con le iniziali G.A.
Uno di questi incontri, il cui ricordo è rimasto impresso nella mia mente, avvenne negli ultimi giorni del marzo 1969. In quell’occasione, discutemmo a lungo sulla politica estera che il nuovo inquilino della Casa Bianca, Richard Nixon, si stava preparando ad attuare. Pressato dalle mie domande, l’amico inglese si dilungò sui risultati ottenuti dal presidente Nixon negli incontri avuti con i partner della NATO nel corso del suo viaggio in Europa di alcune settimane prima. In particolare, egli si soffermò sul colloquio riservato avvenuto al Quirinale tra il presidente americano e il capo dello Stato italiano, Giuseppe Saragat, presente (oltre a un interprete fornito dalla stazione romana della CIA) il consigliere per la sicurezza nazionale, nonché autorevole numero uno della politica estera statunitense, Henry Kissinger. (II segretario di Stato in carica, William Rogers, non contava in effetti praticamente niente). Per l’occasione, il mio interlocutore mi fece notare che Kissinger rappresentava al vertice dell’amministrazione americana la formidabile macchina di pressione politico-finanziaria del Consiglio per le Relazioni Estere (CFR) di New York, vale a dire l’onnipotente organizzazione facente capo a Nelson Aldrich Rockefeller.
Nell’illustrarmi gli argomenti trattati nel corso del colloquio Nixon-Sargat, l’amico G.A. si basò sulla relazione, “non ufficiale”, scritta direttamente da Kissinger a beneficio dei “soli occhi” di Elliot Richardson, in quel momento sottosegretario agli Esteri. Nel suo rapporto, l’astro nascente della diplomazia americana riepilogava, a uso dell’amico e collaboratore, le impressioni avute parlando con gli “strani” personaggi che gestivano, in maniera altrettanto “strana”, la politica interna ed estera dalla Repubblica italiana.
Kissinger ricordava all’amico di Washington le vicende italiane dalla fine della guerra in poi.
«La Democrazia cristiana» scriveva, «ha governato l’Italia fin dai primi anni del dopoguerra in alleanza con i partiti moderati di destra e di sinistra. Nello schieramento governativo, i socialdemocratici rappresentavano le posizioni tradizionali della sinistra non comunista. La loro principale caratteristica, infatti, che li distingueva dal Partito socialista, era costituita dal rifiuto di qualsiasi forma di collaborazione con i comunisti. Questa situazione, iniziata nel primo dopoguerra, venne meno nel 1963, allorché l’amministrazione Kennedy decise di appoggiare la cosiddetta ‘apertura a sinistra’, basata su una coalizione di governo tra il Partito socialista, da sempre alleato dei comunisti, e la Democrazia cristiana. L’obiettivo che si proponevano i fautori dell’ingresso dei socialisti nell’area governativa era quello di isolare, ridimensionare, e porre definitivamente fuori gioco le forze politiche e sindacali facenti capo al Partito comunista».
«In realtà», continuava Kissinger, «i risultati effettivi dell’‘apertura a sinistra’ si sono rivelati l’esatto contrario di quanto avevano previsto i consiglieri del presidente Kennedy.
Dopo aver riassunto per Elliot Richardson i deludenti risultati di sei anni di governo di centro-sinistra, Kissinger passava a descrivere le sue impressioni sui personaggi della politica romana da lui incontrati e, in particolare, su Mariano Rumor, in quel momento presidente del Consiglio, e sull’ex premier Aldo Moro. Al riguardo, scriveva: «Rumor trasuda una giovialità e una buona volontà che si spingono fino alla compiacenza. È, ovviamente, un manager della macchina del suo partito. Un uomo che viene fuori quando si rende necessario un abbassamento della temperatura, e che dispensa disponibilità nei confronti delle diverse correnti democristiane. Aldo Moro, invece, è chiaramente il personaggio di maggior spicco della Democrazia cristiana. È tanto taciturno quanto intelligente. Possiede una formidabile reputazione intellettuale. Moro è lo stratega per eccellenza del centro-sinistra, portato per temperamento e preparazione culturale ad architettare con straordinario acume nuovi sbocchi e orientamenti in tema di politica interna».
A questo punto, Kissinger descriveva all’amico di Washington lo svolgimento dell’incontro riservato con il presidente Saragat.
«Saragat ha espresso la sua forte preoccupazione per la crescita quasi inarrestabile dell’influenza comunista, e ciò nonostante la presenza di un sicuro amico dell’America, Rumor, al vertice del governo. Alle spalle del premier Rumor, ma molto più influente, si sta preparando ad agire, indirettamente e quasi impercettibilmente, Aldo Moro, in vista di quei cambiamenti che dovrebbero portare il Partito comunista a un passo dalle leve del potere».
A conclusione della sua analisi, il presidente Saragat, riferiva ancora Kissinger, proponeva come unica possibile strada di salvezza il ritorno agli equilibri politici antecedenti alla catastrofica linea politica del centro-sinistra voluta da Aldo Moro.
Come prima mossa, si doveva provocare la scissione all’interno del Psu* e la ricostituzione del Partito socialdemocratico, ovviamente affidato alle mani sicure di anticomunisti di ferro. Successivamente, bisognava puntare alla crisi del governo tripartito di centro-sinistra e sostituirlo con un monocolore di soli democristiani. Infine, raggiunti questi due obiettivi, procedere allo scioglimento anticipato delle Camere e a nuove elezioni politiche, da tenersi in un clima di forte tensione, in modo da costringere le forze comuniste e alleate sulla difensiva. Solo così, a parere del capo dello Stato italiano, si sarebbe potuto impedire ad Aldo Moro e ai suoi amici di portare avanti l’operazione mirante all’inserimento del Pci nell’area governativa.
Il presidente Nixon che si era limitato ad ascoltare, senza interrompere, le parole di Saragat, si dichiarò totalmente d’accordo con tutte le proposte fatte dal capo dello Stato italiano. Da parte sua, egli si impegnava – le parole che seguono sono di Kissinger – «a tenere sotto costante controllo l’evolversi della situazione in Italia e a usare tutti i mezzi a disposizione del governo americano per contrastare le manovre dei fautori dell’apertura ai comunisti: con discrezione, ma anche in termini e provvedimenti efficaci».
Un nuovo quanto illuminante colloquio con l’amico G.A. lo ebbi il 2 settembre 1969. Dal precedente incontro erano passati poco più di cinque mesi, nel corso dei quali si erano puntualmente realizzati i due iniziali obiettivi previsti dal “piano Saragat”. In primo luogo, il Partito socialista unificato aveva subito una scissione, con la conseguente rinascita del Partito socialdemocratico, affidato alla guida di Mario Tanassi, considerato da sempre un’anticomunista “viscerale” nonché esponente di spicco della cosiddetta destra atlantica. Nel commentare, infatti, la riapparizione sulla scena della politica romana, del fidato “discepolo” di Saragat, il quotidiano parigino Le Monde, del 14 luglio 1969, aveva scritto: «All’interno dello stesso Partito socialista si indica Tanassi come il colonnello di un colpo di Stato a freddo, tale da provocare il ritorno del centro-destra appoggiato dalla destra Dc, dai liberali, dalla grande industria e, naturalmente, dagli americani». In secondo luogo, il governo tripartito di centro-sinistra era giunto fatalmente alla sua conclusione e sostituito, com’era stato deciso durante il vertice Nixon-Saragat di febbraio, da un monocolore di soli democristiani presieduto dal sempre disponibile e “affidabile” Mariano Rumor.
Nel sottolineare l’effettiva portata degli avvenimenti appena trascorsi, l’amico inglese attirò la mia attenzione sugli ordigni fatti esplodere qualche tempo prima alla Stazione centrale e alla Fiera di Milano. Questi ordigni, a differenza delle solite “bombette” di polvere nera della tradizione anarchica, si erano rivelati di particolare potenza e di elevato livello tecnico. Ciò comportava quasi sicuramente la comparsa sulla scena dell’eversione di un nuovo gruppo terroristico ben strutturato e determinato.
La conclusione alla quale giungeva l’amico G.A. era tanto precisa quanto allarmante. A suo giudizio, i vertici della Dc e del Partito socialdemocratico si stavano preparando a dare il via alla fase finale del “piano Saragat”: lo scioglimento dalle Camere e le elezioni politiche anticipate in clima da crociata anticomunista, con la programmata proclamazione dello “stato di pericolo pubblico”. Così, per la prima volta in assoluto, venni a conoscenza del provvedimento previsto dagli articoli 214 e seguenti del Testo unico delle leggi di Pubblica sicurezza, ossia di norme risalenti al periodo fascista che non erano mai state adottate in vent’anni di vita repubblicana.
In sintesi, l’amico inglese prevedeva a non lontana scadenza un’ondata di atti terroristici di particolare gravità, come mai si erano verificati in Italia, nemmeno durante gli anni più cupi dell’immediato dopoguerra.
Posto di fronte a una prospettiva tanto drammatica, volli sapere dall’amico la posizione assunta dal governo britannico nei confronti di una simile politica.
Poiché Londra, egli disse, considerava la linea di condotta propugnata, dal “partito americano” un’espressione di irresponsabile avventurismo, in grado di radicalizzare pericolosamente una situazione già fortemente conflittuale a causa delle lotte operaie in corso e della contestazione giovanile ormai dilagante, il governo di Sua Maestà non poteva che esprimere il più totale dissenso. Anche perché, sottolineava l’amico G.A., oltre al pericolo rappresentato dalla radicalizzazione delle lotte politico-sindacali, esisteva la concreta possibilità che il risultato finale della pericolosa, quanto velleitaria operazione targata Quirinale facesse del Pci, paradossalmente, l’unico partito effettivamente in grado di strappare il Paese dal caos e riportarlo al rispetto dalla legge e dell’ordine. [Esattamente, in inglese: Far from encouraging chaos the italian communist party have emerged as the Party of Order].
Conoscendo la posizione del governo britannico, chiesi a G.A. quale fosse la valutazione di Londra sulla possibile riuscita della strategia voluta dall’inquilino del Quirinale, in piena concordanza di idee con il consigliere di maggior spicco del presidente Nixon, Kissinger.
Mi fece notare quanto il “partito del presidente” fosse in larga maggioranza nel paese, potendo contare su forze politiche, economiche e dell’apparato dello Stato. Inoltre, sottolineò che anche all’interno della Dc le posizione erano molto discordanti. In particolare, Aldo Moro e i suoi amici erano apertamente contrari al progetto di riportare indietro la situazione politica all’inizio degli anni ’60. Vicino a Moro, anche se in posizione più defilata, si stava schierando Giulio Andreotti, in quel momento presidente del gruppo parlamentare Dc alla Camera. Anche se l’ex discepolo di Alcide De Gasperi era conosciuto come un esponente della destra democristiana, era tuttavia noto a tutti che egli non avrebbe mai accettato una linea di condotta condannata dalla segreteria di Stato del Vaticano. E a Londra ben si sapeva che il “cervello” politico della Santa Sede, il cardinale Casaroli, era nettamente contrario alla politica irresponsabile e avventurista patrocinata dal binomio Saragat-Kissinger.
Ritorniamo ora agli avvenimenti che seguirono l’incontro di settembre con l’amico G.A.
La prima mossa venne fatta, com’era prevedibile, da Aldo Moro.
Facendo leva sullo stato di disagio che serpeggiava nella potente corrente fanfaniana, il padre del centro-sinistra stabilì un preciso accordo con Arnaldo Forlani, già riconosciuto “pupillo” di Amintore Fantani. In base al patto stipulato dai due leader si doveva, con uno sforzo congiunto, liquidare la già logorata segreteria Piccoli e affidare a lui, Forlani, la carica di segretario politico dello scudo crociato. Ma a una precisa condizione: che l’ex “pupillo” di Fanfani si pronunciasse apertamente contro le manovre saragattiane miranti allo scioglimento anticipato delle Camere e a nuove elezioni.
Il che avvenne puntualmente il 7 novembre, nel corso di una riunione del Consiglio nazionale della Democrazia cristiana. Sorretto dai segni di consenso di Andreotti e di Moro, Forlani dichiarò: «Ferme la prerogative del capo dello Stato in materia, la Dc è contraria al ricorso anticipato alle urne».
Con la nomina di Arnaldo Forlani a segretario politico della Dc, un primo colpo era stato sferrato alla compattezza operativa del “partito del presidente”. Un secondo colpo di pari importanza, se non superiore, venne portato dagli 007 del British Intelligence Service, impadronendosi di un messaggio segreto a firma Michael Kottakis, direttore generale del ministero degli Esteri di Atene, indirizzato all’ambasciatore greco in Italia, Antoine Poumpouras.
In questo documento (protocollato col numero Y00 A47), con l’indicazione Top secret - to be opened only by the Ambassador, Kottakis informava il diplomatico dei risultati ottenuti, da un uomo di fiducia del colonnello George Papadopoulos, nel corso di un viaggio “superclandestino” in Italia. Durante la sua permanenza a Roma, l’inviato del dittatore greco si era incontrato con importanti esponenti politici del “partito americano” e con alti gradi dei servizi segreti e dell’Arma dei carabinieri. Argomento trattato, con pieno successo a giudizio dell’inviato di Papadopoulos, la possibilità di ripetere in Italia un colpo di Stato “alla greca”, sia pure nel rispetto delle particolari condizioni politiche ed economiche esistenti nella Penisola.
Fin qui si era ancora nel campo dello spionaggio internazionale; allorché il 7 dicembre 1969, ossia cinque giorni prima che esplodesse la bomba alla Banca Nazionale dell’Agricoltura, l’influente giornale londinese The Observer pubblicava in prima pagina, sotto il titolo a caratteri cubitali, Greek Premier Plots Army Coup in Italy, la fotocopia dell’originale in lingua greca, e relativa traduzione in inglese, del documento che gli agenti del MI-6 avevano sottratto all’ambasciatore Poumpouras.
Poiché la decisione dell’Observer di rendere di pubblico dominio il documento, a dir poco sconvolgente, dei colonnelli greci, supponeva necessariamente il “nulla, osta” del governo di Sua Maestà, le ripercussioni negli ambienti che ruotavano attorno al Quirinale furono immediata. Consapevoli che il tempo stava diventando loro nemico, e che pertanto occorreva accelerare la fase terminale dell’operazione “terrore”, i burattinai optarono per l’immediata attuazione dell’atto risolutivo che, secondo gli strateghi del “partito americano”, doveva giustificare la proclamazione dello “stato di pericolo pubblico” e le conseguenti retate di militanti di estrema sinistra. Così, mentre Pietro Valpreda, prescelto come capro espiatorio, si preparava dopo un anno di assenza a ritornare a Milano, per essere ascoltato dal giudice Amati su una questione di secondaria importanza, i burattinai, certi che il “ballerino anarchico” sarebbe stato presente all’“ora X” nel capoluogo lombardo, ordinarono alla manovalanza di passare all’azione, depositando nel salone della Banca dell’Agricoltura, gremito di clienti, una potente bomba. Obiettivo: la strage.
Mentre a Milano, sconvolta dal massacro di tanti innocenti, polizia e carabinieri procedevano all’arresto di centinaia di militanti della sinistra più o meno estrema, a Roma, il presidente della Repubblica riuniva al Quirinale i ministri degli Interni, della Difesa e i capi delle forze armate e dei servizi di sicurezza, con il dichiarato proposito di proclamare lo “stato di pericolo pubblico”. Ma proprio in quel preciso momento, assolutamente decisivo per il successo o meno dell’intera operazione, la macchina messa in moto dai discepoli romani dei colonnelli greci registrava un brusco colpo d’arresto.
II presidente del Consiglio Rumor, la cui firma al provvedimento voluto dal capo dello Stato era indispensabile per renderlo esecutivo, accampando come pretesto la necessità della sua presenza ai funerali delle vittime, fissati per la mattina del 15 dicembre, prendeva tempo, rimandando l’atto della firma al suo rientro a Palazzo Chigi.
A rafforzare i dubbi, sempre più forti, nutriti dal capo del governo sulla validità “costituzionale” delle drastiche misure liberticide volute dal presidente della Repubblica, giungeva da Londra la notizia di un secondo articolo di denuncia dell’Observer, di una gravità senza precedenti. Prendendo lo spunto della strage alla Banca dell’Agricoltura di due giorni prima, l’autorevole giornale britannico attaccava la linea irresponsabile e avventuristica del capo dallo Stato italiano, accusandolo di avere incoraggiato i neofascisti ad andare verso il terrorismo. [Encouraged the far Right to go over to terrorism]. Per l’occasione, l’Observer definiva la politica propugnata dal presidente Saragat con il termine destinato a una grandissima popolarità di “strategia della tensione” [Strategy of tension].
Per l’inquilino del Quirinale la denuncia di provenienza londinese rappresentava un preciso ammonimento che nessuno, e tantomeno Mariano Rumor, poteva ignorare.
E fu così. Al suo rientro nella Capitale, il capo dal governo oppose un definitivo “no” all’introduzione dello “stato di pericolo pubblico”. Subito dopo Aldo Moro, in piena sintonia con Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani, compiva un ulteriore passo in direzione della “normalizzazione”, imponendo al capo della Stato la rinuncia allo scioglimento anticipato delle Camere e al ritorno, in tempi brevi, a un governo di centro-sinistra. Tre mesi dopo, nel marzo del 1970, come risultato finale del compromesso Moro-Saragat, veniva dato vita a un gabinetto quadripartito, comprendente in posizione di rilievo i rappresentanti del Partito socialista. Così, dalla vicenda che aveva preso l’avvio nel febbraio del 1969 con il vertice Nixon-Saragat-Kissinger, e che avrebbe dovuto portare a un radicale mutamento degli equilibri politici italiani in senso anticomunista, uscivano in realtà “vincenti” Aldo Moro e quei capi della Dc come Andreotti e Forlani che avevano prestato ascolto ai “suggerimenti” degli amici di Londra e degli strateghi della segreteria di Stato del Vaticano. Pertanto, nel caso specifico delle vicende italiane, anno 1969, si poteva giustamente parlare del “partito americano” messo al tappeto dal “partito britannico”.
La decisione del presidente Saragat di rinunciare in via definitiva al “piano” liberticida, da lui ideato e programmato, veniva però subito accompagnata, come moneta di scambio, dall’impegno preso da Aldo Moro e dai suoi amici politici di non interferire nelle indagini “ufficiali”, vale a dire manipolate, concernenti gli attentati milanesi e romani del dicembre 1969.
Sette anni dopo, su pressione di mio figlio, ho deciso di
raccontare questa storia.
La prefazione di Gianfranco Bellini alla 2a edizione | La "storia" di Fulvio Bellini: le fonti del libro | La sentenza/ordinanza del giudice Salvini che conferma quanto scritto nel libro