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Palestina, spari tra le moschee in attesa del governo unitario - di Michele Giorgio

11/2/07 6:57 | tag: , , | correlati

11 Feb 2007 6:57


Gli scavi alla Spianata delle moschee provocano accese proteste, i soldati reagiscono, spari e lacrimogeni tra i luoghi sacri dell’Islam. Mentre Israele e gli Usa frenano gli entusiasmi dopo l’accordo tra Hamas e Fatah che dovrebbe dare vita, nel giro di due settimane, al governo di unità nazionale. Manca il riconoscimento esplicito di Israele, il generico «rispetto dei trattati» non basta
di Michele Giorgio
Nascerà nelle prossime due settimane il governo palestinese di unità nazionale, con Hamas e Fatah insieme. Lo ha previsto Nabil Amr, un assistente del presidente palestinese Abu Mazen. Ma nella Gerusalemme araba sotto occupazione ieri non si festeggiava l’importante accordo politico raggiunto due giorni fa alla Mecca che dovrebbe mettere fine alla crisi interna palestinese. I lavori di scavo avviati dalle autorità israeliane a pochi metri dalla Spianata delle moschee di Al-Aqsa e della Roccia, hanno fatto salire la tensione alle stelle e ieri, come molti avevano previsto, sono divampati scontri tra palestinesi e polizia israeliana al termine delle preghiere islamiche del venerdì. Gli agenti, almeno duecento, sono entrati anche nel sito religioso, il più sacro per i musulmani dopo Mecca e Medina, e assediato per due ore un gruppo di manifestanti che si erano barricati nella moschea di Al-Aqsa. Gruppetti di giovani hanno lanciato sassi contro la polizia di guardia al Muro del Pianto dove in quel momento erano in preghiera numerosi fedeli ebrei. Scontri sono avvenuti anche in altre zone di Gerusalemme est, tra Via Salah Edin e Wadi El-Joz. La polizia ha usato il pugno di ferro, ammette di aver fatto uso di granate assordanti ma non di lacrimogeni. Alcuni cooperanti italiani, testimoni degli scontri, invece hanno riferito che sono stati lanciati lacrimogeni nelle zone residenziali. Tensione e scontri anche in alcune capitali arabe, in particolare al Cairo.
E proprio il mondo arabo ieri, esortando le fazioni palestinesi a rispettare l’accordo firmato alla Mecca, ha chiesto a Usa, Ue e Israele di mettere subito fine alle sanzioni che hanno distrutto l’economia palestinese e portato alla miseria migliaia di famiglie. «L’accordo è arrivato con un anno di ritardo - ha commentato Diaa Rashwan, studioso di affari islamici del Centro Al-Ahram del Cairo - ma ora c’è il compito più difficile di restituire al popolo palestinese i suoi diritti, davanti a un paese molto forte sostenuto da una superpotenza». Il segretario generale della Lega araba Amr Moussa ha chiesto al Quartetto (Usa, Russia, Ue e Onu) di intervenire affinché sia revocato l’embargo. Ma ben pochi tra arabi e palestinesi credono che l’accordo della Mecca porterà alla fine dell’assedio politico ed economico contro l’Autorità nazionale palestinese. Le prime reazioni di Europa e Stati uniti sono caute (una riunione del Quartetto è stata annunciata il 21 febbraio a Berlino) mentre Israele ribadisce di volere il pieno riconoscimento da parte del nuovo esecutivo palestinese. Nell’accordo, invece, non si fa alcun accenno a Israele e al suo riconoscimento: il testo parla di «rispetto» delle risoluzioni internazionali e degli accordi firmati in passato dall’Organizzazione per la liberazione della Palestina (Olp) con lo stato ebraico ma non prevede un impegno esplicito in tal senso di Hamas. E’ evidente che l’intesa sul nuovo governo rappresenta un successo per il movimento islamico: i suoi dirigenti non sono stati costretti a riconoscere Israele, punto sul quale aveva insistito il presidente palestinese Abu Mazen, e allo stesso tempo hanno ottenuto la legittimazione che cercavano da parte di paesi arabi stretti alleati degli Stati uniti, come l’Arabia saudita. «La posizione di Hamas è nota, non riconosciamo l’entità sionista (Israele)» ha ribadito ieri un portavoce di Hamas Ismail Radwan. «Il nostro movimento è una cosa, il governo un’altra».
La reazione di Israele non si è fatta attendere. Miri Eisin, portavoce del primo ministro israeliano Ehud Olmert, ha ribadito che il nuovo governo dovrà «conformarsi» alle tre condizioni poste dalla «comunità internazionale» (il Quartetto) per la fine dell’embargo economico: rinunciare alla lotta armata, riconoscere Israele e accettare gli accordi passati. Il governo Olmert da un anno attua la forma di pressione economica più dura nei confronti dei palestinesi perché blocca centinaia di milioni di dollari derivanti dalla raccolta dei dazi doganali e dell’Iva per conto dell’Anp. Domani, durante la riunione settimanale di gabinetto, farà conoscere la sua posizione sul futuro governo palestinese di unità nazionale, ma tutti si attendono la riconferma dello strangolamento economico dei Territori occupati. D’altronde Tom Casey, portavoce del dipartimento di stato Usa, ieri è prontamente intervenuto per affermare che «la comunità internazionale ha fissato dei principi per avere relazioni con un governo palestinese e che devono essere rispettati». Più morbide sono state le reazioni dell’Unione europea. La portavoce del commissario dell’Ue per le relazioni esterne, Benita Ferrero-Waldner, ha detto che l’Europa «accoglie molto favorevolmente l’accordo tra Hamas e Fatah», perché rappresenta un passo in avanti.

Fonte: il manifesto del 10 Febbraio, 2007


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