Sostieni InformationGuerrilla! Fai una donazione.
peace reporter

Information guerrilla

Minority Report

Prodi e il carattere ebraico di Israele - di Patrizia Viglino

14/12/06 1:30 | tag: , , , , , | correlati

14 Dic 2006 1:30


L’edizione on-line di Yedoth Aronot titolava ieri, nel giorno della visita di Olmert in Italia, “Prodi: Preservare il carattere ebraico di Israele”, e riassumeva in occhiello come il premier Olmert abbia definito “un successo” la sua visita in Italia interpretando “le parole di Prodi come un sostegno alla negazione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi”!
Si sarà trattato di un berlusconiano fraintendimento?
Certo, Yedoth Aronot è giornale di estrema destra e vede solo quello che si conforma all’ideologia dei suoi lettori, ma non scrive bugie quando “interpretando” Prodi trae la conclusione secondo cui ogni affermazione che va nella direzione della difesa della “ebraicità” dello stato di Israele costituisce una conseguente “negazione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi”.
Sempre secondo Yedoth Aronot anche Kofi Annan si sarebbe espresso nella stessa direzione, dopo essere stato l’artefice delle Risoluzioni Onu che recentemente hanno ribadito la necessità di liberare i territori palestinesi occupati nel 1967 da Israele, senza tuttavia menzionare i diritti dei profughi al ritorno.
In questo modo non si compie alcun progresso nella direzione della pace in medio oriente. E’ come nascondere la polvere sotto il tappeto.
Prodi “interpreta” la Road Map, dopo averla evocata come soluzione nel conflitto tra colonizzatori e colonizzati, in un senso del tutto nuovo ed inedito. Il sito di Rainews riassume il contenuto della dichiarazione di Prodi sulla Road Map come “la rinuncia alla violenza” e “il principio del riconoscimento dello stato di Israele, del riconoscimento come stato ebraico”!
Olmert si è detto d’accordo, ha commentato il sito di Rainews. Non ne dubitavamo, dal momento che neanche l’assurdo testo della Road Map ha mai e poi mai menzionato la necessità di affermare l’ebraicità dello Stato di Israele per camminare verso la pace. E nessun altro testo che riguarda i rapporti tra palestinesi ed israeliani, nessuno dei tavoli dei negoziati o quale altro summit si voglia, ha mai parlato di questo. La stessa Road Map oltre a chiedere ad Israele di “congelare” e smantellare le colonie, menziona, nella fase III, la necessità di negoziare uno status finale per Gerusalemme e i profughi, nonché per le frontiere dello stato palestinese che nel testo della Road Map vengono sempre menzionate come “provvisorie”. Per queste e altre ragioni riteniamo il testo un passo indietro sulla strada della pace.
Ma neppure un testo sbilanciato e impresentabile come quello della Road Map, nata dal fallimento della mediazione statunitense, si sogna di proporre l’ebraicità dello stato d’Israele come una soluzione.
Ebraicità dello Stato di Israele significa infatti “pulizia etnica” dei palestinesi, politiche di espulsione, il semaforo verde per il colonialismo e la negazione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi, peraltro senza il consenso degli ebrei nel mondo.
Ora, il diritto al ritorno dei profughi palestinesi, ricordiamolo, è sancito dal diritto internazionale e da numerose risoluzioni delle Nazioni Unite, tra cui la 194 del 1948, e si tratta di un diritto della persona, di un diritto inviolabile di ogni essere umano, che non può essere negato, né tanto meno negoziato da alcun governo o leadership. Per questo anche gli accordi di Oslo rimandavano a “futuri negoziati” lo status dei profughi, non tanto perché la questione fosse controversa quanto perché si trattava di un diritto inviolabile e inalienabile. Alcuni giornalisti palestinesi hanno peraltro dimostrato con studi accurati e attenti come, oltretutto, l’applicazione del diritto al ritorno dei profughi palestinesi non costituirebbe alcuna forma di pericolo territoriale per la popolazione “ebraica” che tutt’oggi vive concentrata in determinate aree, contigue ad altre aree di concentrazione “araba”. Negare i diritti dei profughi significa mettersi nel cammino del negazionismo, significa negare la Nakba palestinese, significa negare ai profughi palestinesi quel diritto che da sempre è stato applicato in tutto il resto del mondo. Persino in Iraq i profughi sciiti espulsi da Saddam in Arabia Saudita e Iran sono stati rimpatriati dalle organizzazioni internazionali a tempo di record tra il 2003 e il 2004!
Intanto i profughi palestinesi che vivono oggi in Iraq nel terrore subiscono continui attacchi dagli squadroni della morte pagati dal colonialismo occidentale. Questi profughi palestinesi reietti a cacciati da tutti sono non-persone senza futuro alle quali, in un lontano meeting romano, viene negata ogni speranza.
L’ultima notizia è di ieri, 13 Dicembre. Cinque profughi palestinesi in Iraq sono stati assassinati a Baghdad da milizie armate irachene, e altri 25 sono rimasti feriti. Il complesso di al-Baladyad (Baghdad) è stata attaccato a colpi di mortaio. Qui vivono famiglie palestinesi in condizioni di emergenza e pericolo perenne in una tendopoli indecente che sintetizza lo sforzo umanitario dell’occidente in Iraq.
Chiediamoci dunque come possa essere preservata l’ebraicità di Israele, attraverso quali politiche dovrebbe essere assicurata. Espulsioni? Trasferimenti? Uccisioni preventive? In modo indotto per fame? Oppure con gas che rendono sterili le donne? Oppure “soltanto” negando il diritto al ritorno dei profughi?
Questi sono temi e soluzioni ampiamente dibattute in congressi domestici e internazionali in Israele, il tema del pericolo demografico sono pane per i denti dei partiti più estremisti. Il “carattere ebraico” di Israele giova ai criminali di guerra, a quei sionisti che predicano la purezza ebraica nella terra di Israele. Permetteteci di consigliare un film, “Route 181” di Michel Khleifi e Eyal Sivan per capire meglio il problema.
Tra le altre cose emerse all’attenzione dei media, il fatto che Prodi chieda a Olmert di rendere più facile la condizione dell’Autorità Palestinese, non fa che ripetere quanto scritto nella Road Map il cui testo delega alla sola ANP il dialogo tra palestinesi e israeliani. Una realtà che le elezioni palestinesi del Gennaio 2006 hanno messo in seria discussione. In casa palestinese l’urgenza si è spostata sulla questione del dialogo interno e della formazione di un governo di unità nazionale, mentre Abbas continua a lasciarsi corteggiare dall’idea di essere l’interlocutore maximo di un popolo che democraticamente si è espresso in un altro modo.
Ancora un altro punto. Lo scambio dei prigionieri è secondo Romano Prodi il primo passo per i negoziati. Allora questi negoziati sono iniziati da molto tempo e non si sono mai interrotti, visto che l’unica cosa che ha funzionato bene in questi anni è stato lo scambio dei prigionieri. Oppure forse è il massimo che si possa credere di ottenere dall’ostinato Olmert nei confronti dei palestinesi.
Il primo passo per la pace è almeno il cessate il fuoco reciproco e incondizionato, non solo a Gaza, ma in tutti i territori occupati e in Israele, la fine dell’embargo verso i palestinesi, in modo da creare le condizioni per la soluzione dei problemi interni. Senza una leadership rappresentativa in cui il popolo palestinese si riconosca infatti non c’è speranza neanche per i negoziati.
Ha fatto molto meglio Benedetto XVI che ha chiesto a Olmert di applicare “restraint” a Gaza? Comunque all’invito di Olmert di visitare Israele, il Papa ha risposto, secondo quanto riportato su Haaretz, “quando la situazione sarà più calma”!
Più controversa la questione iraniana. Prodi si è anche detto d’accordo con Olmert per un’azione congiunta internazionale che impedisca il proliferare del pericolo atomico iraniano.
A breve (a Dicembre) il Consiglio di Sicurezza delle ONU si riunirà per deliberare sulla proposta israeliana di applicare sanzioni all’Iran. Una proposta che il cancelliere tedesco Merkel ha promesso di appoggiare ma che Prodi non ha invece ritenuto urgente, ribadendo la necessità per Israele di riprendere il dialogo con Damasco ma, su questo punto, il no di Olmert è totale. Sembrerebbe che D’Alema abbia commentato un “non posso farci niente”.
Ad ogni modo l’imposizione dell’embargo all’Iran si ripercuoterebbe in maniera negativa anche sui commerci che l’Italia e l’Europa intrattiene con Teheran. In generale, sarebbe stato più sensato parlare di disarmo. Invece si tace del pericolo atomico e della pericolosa corsa all’approvvigionamento della bomba cui si dedicano tutti i più potenti governi del primo e del terzo mondo, non solo l’Iran.
Forse bisognava chiedere conto a Olmert delle sue ultime dichiarazioni secondo cui l’Iran non ha diritto al nucleare “come noi”. Olmert è stato perfino redarguito da Shimon Perez per non aver mantenuto sul nucleare israeliano la consueta “ambiguità”. Non capiamo se si tratta di un “errore” di Olmert che gli costerà maggiori critiche al suo operato, o una strategia simile alla politica del fatto compiuto del suo predecessore Sharon.
Perez ha anche dichiarato in una conferenza tenutasi a Tel Aviv che “Israele non è solo. Abbiamo bisogno di lanciare una grossa campagna contro gli ayatollah… Abbiamo bisogno di attaccare questo pazzo di Ahmadinejad”.
Attaccare. Quanto è vicino e realistico l’attacco israeliano all’Iran non lo sappiamo. Sappiamo che non poche voci in Israele premono perché questo avvenga quanto prima. Forse Prodi pensava a un’azione internazionale che escludesse una guerra, mentre forse di una prossima guerra si sta forse parlando.


14/12/06 1:30 | tag: , , , , , | correlati


Correlati