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Minority Report

Confine di Rafah / campo di internamento - di Laila El-Haddad

1/12/06 0:06 | tag: , , | correlati

1 Dic 2006 0:06


[Mio figlio] Yusuf e io, con i miei parenti, abbiamo lasciato gli USA 3 settimane fa per tornare a Gaza . Per due settimane, siamo rimasti bloccati a 50 km dal punto di passaggio di Rafah per l’imposizione della chiusura del valico da parte israeliana.
Siamo rimasti nella città egiziana di confine El Arish ma negli ultimi due giorni siamo stati letteralmente bloccati nel lato egiziano del confine stesso, in attesa di poter passare, dopo che noi – insieme ad altre migliaia, abbiamo ricevuto annunci di un imminente (e temporanea) apertura del confine, chiuso da Israele fin dallo scorso Giugno.
Da quella data è stato riaperto soltanto per 20 giorni [ndt, non consecutivi].
Restavamo là, e aspettavamo, e chiedevamo, e dopo di che, tornavamo indietro, in Egitto, Mercoledì e ancora Giovedì.
Era angosciante. Angoscia e miseria e disperazione personificate in ogni donna, uomo o bambino.
Un’ora diventavano due e poi tre e poi cinque mentre aspettavamo riparandoci gli occhi dal sole pungente del pomeriggio di Mercoledì, quando ci è stato detto che il passaggio sarebbe stato aperto per poche ore.
Alcuni gemevano tanto erano esausti, altri svenivano, altri facevano battute, per cercare di passare il tempo. Siamo rimasti là, a migliaia, stretti gli uni agli altri, gomito a gomito, recintati da barriere di acciaio alle spalle, con le guardie di sicurezza egiziane in assetto anti sommossa lungo il perimetro, che ci davano ordini dicendo che non avrebbero lasciato passare nessuno fintanto che non avessero avuto un contro ordine dagli israeliani e che avrebbero risposto con la forza se qualcuno li avesse sfidati.
Molte delle persone stavano aspettando da oltre due settimane di passare e tornare a Gaza, talvolta avevano compiuto il viaggio diverse volte nei giorni in cui avevano sentito di un imminente apertura.
“Stiamo aspettando ormai da 15 giorni. Solo dio lo sa se verrà aperto oggi, domani, o il giorno dopo?”, ha detto il 57enne Abu Yusuf Barghut, con il suo braccio ferito da una scheggia di proiettile che tremava.
Sua moglie Aisha ha aggiunto piangendo: “Dio sa che siamo venuti solo per ricevere le cure per lui e per tornarcene indietro. E ora siamo bloccati e a Gaza che ci aspettano ci sono i miei 4 bambini. Questo è il più elementare dei diritti, che ci lascino tornare alle nostre case, e siamo privati anche di questo”.
“L’unica speranza che abbiamo che qualcuno presti attenzione alle nostre richieste è che qualcuno muoia qui, e anche allora, non sono certo che al mondo importi”, esordisce un giovane, Isam Shaksu, con l’occhio bendato dopo un’operazione di trapianto di cornea in Giordania.
A Luglio, sette palestinesi che entravano a Gaza dall’Egitto sono morti mentre attendevano di passare il confine di Rafah.
Il crossing è la porta di ingresso e di uscita di Gaza ed è l’unico passaggio per e da quest’area, per 1,4 milioni di palestinesi. Senza di esso, i palestinesi non possono ricevere trattamenti medici non disponibili a Gaza; non possono riunirsi con i membri delle loro famiglie o attendere agli studi universitari o lavorare all’estero; e quelli che si trovano all’estero non possono tornare a casa. Semplicemente non c’è alcun modo di entrare a Gaza per i residenti della Striscia: il nostro unico aeroporto funzionante è stato distrutto nel 2001 e Israele ci ha negato l’accesso agli altri valichi di confine attraverso Israele o la Cisgiordania.
Dopo ore sotto il sole, qualcuno avrebbe potuto vedere le porte nere di metallo di fronte a noi come porte del Paradiso, ma di fatto ci attendevano ulteriori affollamenti, ulteriori attese, altro inferno.
E’ qualcosa che provi mentre sei lì, e talvolta ti trovi accampato per ore mentre aspetti che ti sia concesso di passare attraverso il lato egiziano del confine di Rafah. C’è qualcosa nella tua umanità che lentamente scivola e viene trasportato via. Succede a poco a poco ma è ineluttabile.
E non sei più esattamente lo stesso.
Ieri ci sono stati ordini contraddittori degli israeliani, prima per un’apertura del passaggio per tre giorni, a iniziare da Mercoledì; dopo di che hanno fatto un aggiornamento alle 11 di sera ritrattando l’ordine precedente, e da Mercoledì mattina, c’è stato un’altra specie di voce sul fatto che il confine sarebbe stato riaperto. Al momento del nostro arrivo, alle 11 di mattina, già circa 2000 persone erano ammassate davanti ai cancelli. E nessuno si muoveva.
Yusuf ha aspettato con noi a lungo, chiedendo incessantemente “Quando verrà aperto il confine?”, e insistendo perché chiedessi al personale egiziano preposto.
Ogni volta che vedeva scostarsi le porte si accalorava e diceva “E’ aperto, è aperto!”. E tutti avrebbero potuto tirare un respiro profondo.
Quando finalmente siamo entrati all’interno del “Secondo settore” del lato egiziano, il sollievo ci aveva soprafatti – c’eravamo mossi di 50 metri!! E abbiamo aspettato ancora per quattro ore perché alla fine ci fosse concesso di passare. Ma invece, abbiamo dovuto ancora aspettare; era come una specie di gioco sadico senza un finale certo.
Mentre aspettavamo, abbiamo visto alcuni membri della squadra atletica palestinese che stavano andando ai Giochi Asiatici con due settimane di ritardo.
Abbiamo visto anche Ismail Haniya che stava intraprendendo il suo viaggio nei paesi arabi. Si è fermato mescolandosi alla folla disperata, alcuni lo fermavano altri si lamentavano per quanto tempo dovevano aspettare.
Alla fine abbiamo saputo che il crossing era rimasto chiuso per tutto il tempo e che gli egiziani potevano far passare soltanto alcune persone per dare loro una qualche speranza di entrare ed uscire e per prevenire che scoppiasse una rivolta tra la folla, come era accaduto precedentemente.
Avevamo pensato che se sarebbe passato lui [ndt, Hanyyeh], anche noi saremo potuti passare. Ma è allora che abbiamo saputo che Mahmoud Zahar aveva passato il confine quella mattina presto con una valigetta piena di 20 milioni di dollari.
I Monitors Europei, che il centro plaestinese per i diritti umani [ndt, PCHR-Gaza] ha accusato di contribuire a strangolare Gaza, non erano contenti. Come aveva potuto non dichiarare i soldi e come aveva potuto essere tanto audace di cercare di portare soldi per sfamare il suo popolo per prima cosa??
Hanno compilato un “reclamo” con gli israeliani che immediatamente gli hanno detto di chiudere il confine, senza dare spiegazione, lasciando migliaia di persone compreso Yusuf, i miei genitori e io, senza poterci muovere.
Mia madre e Yusuf erano davanti a me e mio padre - mentre i nostri bagagli erano al terminal - poi Yusuf che si è addormentato in moschea. E’ stato allora che gli ufficiali ci hanno informati che il crossing non sarebbe stato operativo per lungo tempo e che tutti quelli che si trovavano al suo interno, anche quelli che erano già entrati dal lato palestinese, dovevano tornarsene indietro.
Abbiamo pregato un ufficiale egiziano: “Ci abbiamo messo sei ore per entrare all’interno del terminal, per favore ci lasci passare”.
“E’ complicato – mi ci sono volute dieci ore per arrivare qui dal Cairo”, ha replicato, e mi sono ricordata che essere pagati con miseri 180 sterline egiziane al mese non poteva renderli premurosi.
Un altro ufficiale è stato più amichevole.
“Quello che tutti voi dovete capire è che nessuno si danna per quello che vi accade – dovete sedervi qui e soffocare, così loro se ne interessano. Voi semplicemente non siete umani abbastanza perché loro se ne curino”.
Quando è accaduto che abbiamo perduto la nostra umanità, mi sono chiesta? E quando è stato che l’umanità e la disperazione della gente, che aspetta disperata che gli venga concesso di entrare e tornare alle loro case era divenuta meno importante del richiamo del dovere? E a quale governo è stato chiesto di scegliere tra lo sfamare la propria gente o assicurargli un passaggio per tornare alle loro case?
All’interno del terminal, la scena era da capogiro. Già disorientati per la mancanza di sonno e di cibo, mi sono guardata intorno impotente. Non era niente meno che un campo di internamento, e mi sono persa da qualche parte tra il silenzio angosciato di un anziano, dolorante, gli occhi pieni di lacrime di una donna sul punto di avere un collasso, e bambini, alcuni distesi sul pavimento esausti, altri che erano malati, in sedie a rotelle, piangendo…
Siamo ritornati a Arish, esausti e insonni, solo per scoprire che tutti gli appartamenti erano stati occupati dai passeggeri che erano ritornati. L’unica stanza che abbiamo trovato era senza acqua calda e con infiltrazioni d’umidità nel soffitto, ma non potevamo badarci troppo. Alle 9 del mattino eravamo già tutti fuori.
Il mattino dopo siamo partiti di nuovo per il confine dove avevamo lasciato le nostre valigie nonostante i tassisti ci avessero detto che sarebbe stato aperto. Abbiamo aspettato ancora, questa volta solo per 5 ore fino a che abbiamo deciso che era inutile.
Tutti si guardavano alla ricerca di una risposta, una qualsiasi. Quando sarebbe stato aperto il confine? C’era speranza che lo aprano oggi? Se è così, a che ora? Conviene aspettare o dobbiamo tornare a Arish? Nessuno lo sapeva.
Ogni tanto qualcuno parlava di voci di corridoio che avevano sentito da qualcuno che conoscevano a Gaza o al confine, e le dicerie si propagavano come un incendio tra la folla. “Al pomeriggio hanno detto che c’è una possibilità che apra! Pazientate, pazientate!”
E quindi abbiamo aspettato ancora.
Un uomo, frustrato, ha presto le sue valigie e ha iniziato a spingerla su di un carrello tra la moltitudine dei passeggeri esausti.
“Dove diavolo credi di andare?” gli ha detto uno degli impiegati egiziani.
“A Gerusalemme! Dove credevi?” ha detto seccamente.
Eravamo pressoché alla fine della nostra lunga giornata, soprafatti ed esausti, senza sapere se ridere o se piangere.
Un amico che lavora nelle Nazioni Unite mi ha detto che gli europei [ndt, i Monitors dell’UE] avevano lasciato le loro postazioni dopo gli “incidenti” di ieri e che per questo, il lato palestinese del crossing era stato chiuso a tempo indefinito.
Oggi è attesa la Rice per un colloquio con Abbas e Israele, per estendere la “tregua” alla Cisgiordania e riprendere gli smarriti Accordi sul Movimento e l’Accesso (AMA), che lei stessa aveva sponsorizzato un anno fa in questo periodo. Si supponeva che il controllo di Rafah, e di altri punti di valico, venisse trasferito ai palestinesi. Gli anni sono passati e tutti i nostri punti di confine, la nostra aria, la nostra acqua, restano sotto il controllo israeliano.
E così adesso, torniamo per constatarlo.
Torniamo ad Arish, aspettando, come prima, che il confine venga aperto.

1 Dicembre – Fonte: IMEMC

Traduzione di Patrizia Viglino


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